Cosa ti racconta un albero?

sabato 15 settembre 2012

L'ulivo Urlatore, Matusalemme e i Massi della Vecchia

fotografia e segnalazione gentilmente concessa da Oreste Caroppo
Questo strano e un po' inquietante ulivo si trova nella splendida Apulia Salentina nella terra degli alberi antropomorfi. Sì perchè in questo luogo mitologico e affascinante ci sono altri esemplari dalle caratteristiche "umane". L'ulivo urlatore abita ai piedi della mitologica "Collina dei Fanciulli e delle Ninfe" nel comune di Giuggianello (Lecce), contrada Polisano.
Nicandro di Colofone (gr. Νίκανδρος; seconda metà II secolo a.C. – inizio II secolo a.C.) nelle sue Metamorfosi (Ετεροιούμενα Heteroiúmena), in cinque libri, su miti di eroi ed eroine trasformati dagli dei in piante o animali ci racconta una leggenda secondo cui nel paese dei Messapi apparvero un giorno delle ninfe che danzavano, e i figli dei Messapi, abbandonate le loro greggi per andare a guardare, dissero che essi sapevano danzare meglio. Queste parole punsero sul vivo le ninfe e si fece una gara per stabilire chi sapesse meglio danzare. I fanciulli, non rendendosi conto di gareggiare con esseri divini, danzarono come se stessero misurandosi con delle coetanee di stirpe mortale; il loro modo di danzare però era quello, rozzo, proprio dei pastori, le ninfe, invece, danzarono con leggiadria suprema trionfando sugli sprovveduti ragazzi ai quali si rivolserò così : "Giovani dissennati, avete voluto gareggiare con le ninfe e ora che siete stati vinti ne pagherete il fìo". Scrive Nicandro:
"E ancora oggi, la notte, si sente uscire dai tronchi una voce,  come di gente che geme nel luogo che viene chiamato "Delle Ninfe e dei Fanciulli".
I fanciulli si trasformarono in alberi  per volere delle indispettite ninfe nel luogo stesso in cui si trovavano, il santuario delle ninfe, presso le cosiddette "Rocce Sacre", mastodontiche rocce che vengono chiamate "I Massi della Vecchia". 
A testimonianza di questa antica leggenda troviamo un altro ulivo antropomorfo:  Matusalemme, il vecchio guardiano dei Paduli. Lo si può raggiungere percorrendo la strada Scorrano(Lecce)-Supersano(Lecce) ma non si nota così facilmente perché come potete notare dalla foto, da le spalle alla strada.
fotografia e segnalazione provengono da Luigi Beniamino Colella per gentile concessione
Ubicato nella vallata del Parco naturale dei Paduli-Foresta Belvedere, immensa foresta, anche chiamata  "Silva" che si estendeva nel cuore del basso Salento, dalla Serra della Vecchia, la mitologica "Collina dei Fanciulli e delle Ninfe" entroterra dell'orientale Otranto, fino alle serre occidentali di Parabita-Matino. Il termine "Paduli" di quelle contrade, indica la presenza di paludi, contrade acquitrinose, e fortemente carsiche, con ruscelli temporanei, rivi, laghetti, pozze stagionali, falde superficiali, canaloni, polle sorgive ("Funtane" chiamate in dialetto locale), doline, voragini che provocano spesso improvvisi collassi del terreno, dei sink-hole in termine tecnico. I Paduli sono il cuore naturale del Salento, la sua parte più bella ed amena, uno scrigno che la natura ha preservato da qualsiasi urbanizzazione. Una natura che ha subito, però, dalla rivoluzione industriale ad oggi, un forte intervento antropico, che mette in crisi il suo equilibrio.  Un ecosistema preziosissimo quanto delicato, dove vivono numerosissimi animali, tra cui, solo per citarne alcuni, il grande serpente Cervone, il Rospo smeraldino (Bufo viridis), la Raganella e il Tritone italico (Triturus italicus), protetti dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE. Si avvistano le iper-protette Cicogne bianche (Ciconia ciconia) e nere (Ciconia nigra), e numerose altre specie di avifauna, come la grande nobile e fiera Aquila minore (Hieraaetus pennatus), numerose specie di aironi, le bellissime e rarissime Gru (Grus grus), i Fenicotteri rosa (Phoenicopterus roseus), solo per citarne alcuni, protetti dalla Direttiva europea Uccelli 79/409/CEE, che frequentano il prezioso Parco… Un ecosistema preziosissimo quanto delicato, oggi messo a rischio dalla realizzazione di un mega impianto eolico industriale di ben 10 aerogeneratori mastodontici e varie strutture annesse, per una potenza complessiva di ben 20 MW, esteso su numerosissimi ettari, annullando la determina con cui la Regione Puglia aveva espresso giusto parere sfavorevole alla compatibilità del progetto; una determina che evidenziava la presenza di alberi d'ulivo nella  bellissima zona del comune di Miggiano minacciata da questo intervento umano. Alberi d'ulivo di pregio naturalistico, secolari e plurisecolari, come quelli in foto, tutelati da leggi nazionali e regionali(L.R. n. 14 del 2007) e il cui trapianto-spostamento vuol dire compromettere i luoghi nel loro assetto storico-naturale e mettere a rischio traumatizzandole con potature ed operazioni di espianto-trapianto le numerose piante coinvolte in quella sciagurata previsione. Il Parco naturale dei Paduli ospita meravigliosi boschi ripariali lungo i rivi campestri a piante igrofile mediterranee.

In quell'area, dove crescono anche querce caducifoglie e olmi tra i canneti, è stata di recente segnalata la presenza anche del Salicone (Salix caprea) specie a larga distribuzione euroasiatica che manca nelle zone costiere mediterranee. In Italia è frequente in tutta l'area alpina ed appenninica, più raro in pianura padana, in Puglia e in Sicilia, assente in Sardegna. Il nome Salix caprea deriva forse dal celtico "sal lis" = presso l'acqua; "caprea" è evidentemente connesso all'appetibilità della pianta per le capre. E' una specie pioniera molto rustica, che vegeta dalla pianura fino all'alta montagna (1600 m), costituente sia di formazioni riparie che di aree forestali (bordi e chiarie). Preferisce suoli freschi, solitamente argillosi, pur adattandosi anche a condizioni di moderata aridità.
  In tutta l'area dei Paduli, si estendeva buona parte della grandissima Foresta Belvedere di cui restano tanti preziosi relitti vegetanti, è presente anche il rarissimo Frassino meridionale (Fraxinus angustifolia), ormai in pochissimi esemplari, lì ancora diffusi, e da sottoporre a massima tutela per la sua ripropagazione-diffusione in loco. Il legame particolare della Foresta Belvedere con questa specie igrofila, amante dell'acqua, che vi cresceva copiosissima nell'800, è descritto dal medico e botanico ottocentesco Martino Marinosci di Martina Franca,nel suo testo intitolato "La Flora Salentina".

I Massi della Vecchia che abbiamo citato prima invece sono grossi blocchi calcarei di epoca miocenica la cui composizione calcarenitica ha favorito, tramite l'azione degli agenti atmosferici, la produzione di curiose e strane forme che la fantasia popolare ha associato, sin dall'antichità, a bizzarri nomi e leggende. Si trovano presso due poderi denominati "Cisterna Longa" e "Tenenti". 

Il Letto della Vecchia
è una grossa pietra calcarea di forma circolare posta su un basamento. La denominazione deriva dalla forte somiglianza ad un enorme giaciglio.Un giaciglio sul quale dice la leggenda una vecchia strega(*), moglie de “lu nanni vorcu” (una delle tante trasposizioni del folletto salentino, qui visto come un terribile orco ghiotto di bambini) soleva dormire e rivelare le sue profezie all’alba. Questa custodiva un meraviglioso tesoro costituito da una chioccia con sette pulcini d’oro che chiunque avrebbe potuto far suo. Sarebbe bastato sollevare l’enorme masso con un dito nel giorno di San Giovanni.L’immensa fortuna acquisita però, sarebbe stata bilanciata con anni di disgrazie e disavventure. Per tutti coloro sprovvisti di una forza erculea, invece, sarebbe stato sufficiente rispondere a tre domande che la vecchia avrebbe posto appena sveglia il giorno del 24 giugno, a patto di non distogliere mai lo sguardo dal suo e di non esitare nemmeno per un istante a nessuna delle tre risposte. Pena la pietrificazione.Sul letto della vecchia si possono notare alcune coppelle, probabilmente connesse ad antichi culti legati alla pioggia e all’acqua, elemento ricorrente in molte culture del passato di cui a Giuggianello si possono ritrovare ancora numerose testimonianze.
Furticiddhu della Vecchia
 A pochi metri dal suo giaciglio, la vecchia strega poteva disporre di un fuso, lu furticeddhu (nomenclatura medioevale per indicare un’anello a forma di disco che blocca il filo lavorato nel fuso). Il fuso in questione è un monolite la cui forma, nella descrizione di Cosimo De Giorgi, viene associata a un enorme fungo con cappello e peduncolo. Qui la vecchia filava simbolicamente le sorti dei contadini del suo contado. Una rivisitazione nostrana delle moire o delle parche, che maneggiavano il filo della vita di ogni essere umano fino a quando non fosse giunto il momento di reciderlo, ponendo fine alla sua esistenza. Il monumento è legato alla preistoria locale e ad una leggenda che ricollega la sua origine ad Ercole. Infatti secondo lo studioso francese François Lenormant, è possibile identificare l'enorme masso con il "Masso oscillante d'Ercole" della leggenda di cui parla Aristotele nel "De Mirabilis Auscultationibus" ("Le Audizioni Meravigliose"). Il filosofo, infatti, sosteneva che nella parte estrema della Japigia ( **) esiste una pietra tanto grande che sarebbe stata impresa impossibile trasportarla persino su un enorme carro.Impresa impossibile o erculea chi se non l’illegittimo figlio di Giove era in grado di  collocare il fuso della vecchia nella sua attuale locazione? Ercole, sollevatala senza alcuno sforzo, la gettò dietro le sue spalle ed essa si posò nel terreno in maniera tale che anche la semplice pressione del dito di un bambino sarebbe stata in grado di rimuoverla. Ecco che in suo onore il fuso è anche conosciuto come il “masso oscillante di Ercole”. Probabilmente Ercole esercitò la sua forza anche in una terribile lotta contro i giganti che il noto filosofo greco collocherebbe proprio all’estremità del promontorio japigio nella città di Pandusia, identificata dal Prof. Pagliara dell’Università del Salento nell’odierna Muro Leccese.

Piede d'Ercole
Ercole sospinse i giganti fino alle scogliere di Santa Cesaria Terme, dove li uccise e li lasciò imputridire. Dalla decomposizione dei loro corpi si formarono le acque solfuree, dove sarebbe sorta un’importante stazione termale. A testimonianza di questa eroica impresa, e del passaggio del semidio nelle campagne del Salento, c’è un' ”impronta”, anche questa rimasta impressa nella roccia, sulla quale il piede dei mortali non si sarebbe mai dovuto posare: questa roccia che è un monolite a forma di zampa di  grosso animale porta oggi il nome di “piede di Ercole”. (***)


(*)I disastri naturali, quali siccità e uragani (due fenomeni piuttosto ricorrenti nella cronistoria salentina) sono stati spesso attribuiti a eventi soprannaturali, di natura pagana. Questo giustificherebbe la presenza di una potente strega intenta a filare la lana o a dormire su un enorme masso. Il graduale, e non sempre indolore, processo di Cristianizzazione del Salento avrebbe poi scongiurato queste calamità richiedendo l’intercessione di numerosi Santi, spesso versioni catechizzate dei loro predecessori pagani.

(**)La Japigia o Iapigia (Ἰαπυγία in greco) era il territorio abitato dal popolo degli Japigi, corrispondente all'attuale regione Puglia, la quale prende da essa il nome. Secondo molti storici antichi infatti, tutti i popoli che abitavano la regione erano Iapigi, pur essendo distinti nei tre gruppi etnici dei Dauni, Peucezi e Messapi. Gli storici greci, identificavano spesso la Japigia con la sola Messapia, sia perché gli Japigi parlavano il messapico, sia perché mettevano in relazione l'origine di questo popolo con il leggendario figlio di Dedalo, Iapige, che guidò i cretesi fino a stabilirsi nei pressi di Taranto.
Oggi Japigia è il nome attribuito ad un quartiere del capoluogo regionale pugliese, Bari, e a uno di Lecce.

(***) Il territorio fu abitato sin dal Neolitico come testimoniano i reperti archeologici rinvenuti nella grotta della Madonna della Serra e i numerosi monumenti megalitici sparsi nelle campagne come ad esempio il menhir di Polisano, il menhir di Croce perduta o Quattromacine, il Dolmen Stabile e il Dolmen Ore.