Cosa ti racconta un albero?

mercoledì 12 settembre 2012

Odio e Amore tra … piante





Pier Andrea Matthioli (1501-1578), “I discorsi ne i sei libri della materia medicinale di P. Dioscoride”:
“E’ adunque da sapere che tanto odio si ritrova tra la Quercia e l’Olivo che, non solamente piantandosi l’un di questi alberi nella fossa, onde sia stato estirpato dalle radici l’altro, che non v’alligna, né mai vi vive, ma s’ammazzano l’un l’altro, quando si ritrovano piantati molto vicini. Né minor inimicizia c’è tra il Cavolo e la Vite, essendosi da molti osservato che le Viti, alle quali fu piantato il Cavolo vicino al piede, si sono da sole discostate dal Cavolo per buono spazio di terreno [….]
E si vede che ogni pianta seminata ed unta d’Olio, rapidamente si secca e si perde. Perciò non è da meravigliarsi se tutti gli alberi, che con il frutto producono un Olio, non accettano l’innesto di alberi che non producono né Oli né Resine. Onde s’è molto veduto Querce che producono le pere, Platani che producono le Mele, Mirti che producono Melagrane, Biancospini che producono Nespole.
[….]
Invece, si ha una bella amicizia tra le Canne e gli Asparagi, e si vede che quest’ultimi, seminati nei Canneti, prosperano meravigliosamente

Tratto da un articolo di Luigi Giannelli, sul mensile “L’Erborista”, di maggio 2012, ed. Tecniche Nuove.


Dopo aver letto l’articolo, mi sono chiesto: “Siamo sicuri di conoscere tutto delle piante?”

Leggo, nelle descrizioni del Matthioli e non solo, un rapporto uomo-natura molto, tanto diverso da quello nel quale siamo cresciuti: per alcuni di noi, la Natura è qualcosa da predare, finché c’è; per gli altri, è qualcosa da proteggere, finché c’è.
Immagino, invece, la Natura vicina all’autore come qualcosa di ancora immenso, capace di sovrastare l’Uomo, di atterrirlo con i suoi riti misteriosi, non ancora del tutto svelati, di radici che si intrecciano nel profondo della terra e di rami che si incrociano nel folto dei boschi; dove le piante sono capaci di sentimenti, quale amore o simpatia e addirittura di urlare se sradicate a forza, come la Mandragora. Non si tratta di vaneggiamenti di folli, ma di descrizioni riportate su testi scritti da studiosi illustri; allora, se ragionassimo senza preconcetti, potremmo supporre che, un tempo, la natura sia stata veramente così; dunque, se oggi le piante non si comportano più come descritto è colpa nostra. Più l’Uomo si distacca dalla natura e meno è in grado di ascoltarne le voci, di percepirne i movimenti. Abbiamo indurito i nostri cuori, ecco perché non ascoltiamo più i lamenti delle piante e non ne capiamo i sentimenti.

Marino de Liguori