Cosa ti racconta un albero?

giovedì 22 novembre 2012

Corteccia di betulla ... testimone della storia


La parola LIBRO viene dal latino «liber, libri» che indicava originariamente la parte interna della corteccia delle piante che, disseccata, serviva agli antichi per scrivere. «Libri arborum teneri litterarum notas capiunt», le tenere cortecce degli alberi si prestano alla scrittura, affermò Curzio Rufo, vissuto nel primo secolo dopo Cristo. Oggi parliamo proprio delle iscrizioni su corteccia, ma senza prendere in esame la scrittura ogamica sia per mancanza di materiale fotografico sia perchè l'argomento richiede un'adeguata introduzione e studio che potremmo affrontare più avanti.
La corteccia di betulla, in particolare, era utilizzata come supporto alla scrittura da diverse popolazioni antiche. I nativi americani per esempio, vi conservavano il ricordo di fatti, avvenimenti, visioni e sogni attraverso una scrittura pittografica. Forse meno sofisticata del papiro egizio la corteccia di betulla sembra però avere un proprio particolare destino: trasmettere nel tempo il pensiero e la storia di genti autentiche.

frammento di betulla Ojibwe (Denver Art Museum, Colorado)

Sopra potete vedere un dettaglio di una lettera realizzata su betulla, della tribù Ojibwe (*), che mostra momenti di una danza cerimoniale . Qui sotto invece una insolita testimonianza storica, un altro frammento di corteccia di betulla (due fotografie diverse che ho unito per comodità) scritta dal capo tribù Ojibwa al Papa.

Una corteccia di betulla al “Gran maestro della preghiera - Lettera degli indiani Ojibwe a Leone XIII” esposta Ai Musei Capitolini di Roma in occasione del IV Centenario dalla fondazione dell’Archivio Segreto Vaticano.
L’11 luglio 1882 venne eretto il Vicariato Apostolico del Pontiac; pochi anni dopo, nel 1887, Pierre Pilsémont, capo tribù degli indiani Ojibwa (noti anche come Chippewa), scrive a Leone XIII definendolo «Grande Maestro della Preghiera, colui che fa le veci di Gesù», ringraziandolo per aver inviato alla sua tribù un «guardiano della Preghiera», il primo vicario apostolico del Pontiac Narcisse Zéphirin Lorrain. La lettera, in lingua indiana con caratteri occidentali, è scritta su corteccia di betulla e datata «Là dove vi sono le Grandi Erbe [Grassy Lake], nel mese dei fiori [maggio]».

Ci spostiamo adesso in Russia per parlare delle iscrizioni Novgorodiane.

Novgorod (**) è una delle più antiche città del nordovest della Russia e quello che ci giunge attraverso le cortecce di questa zona non sono solo lettere ma una vera e propria lingua della quale si ignorava l'esistenza. La scoperta delle lettere di Novgorod è del 1951 ma lo studio dei sistemi grafici è tutt'ora in corso e molto resta ancora da spiegare. Al di là del rompicapo linguistico che sta impegnando gli studiosi è significativo il fatto che, attraverso queste lettere incise su corteccia di betulla, siano arrivati fino a noi i documenti, cronache, pensieri, semplici e complessi, di una società civile in piena espansione e, soprattutto, nella sua completezza sociale, dal servo all'autorità ecclesiastica.

Il 26 luglio del 1951 Nina Fedorovna Akulova, una semplice cittadina di Novgorod (città del nord della Russia), che era andata a guadagnarsi qualche soldo partecipando agli scavi condotti dal famoso archeologo Artemij Vladimirovic Arcixovskij, trovava un pezzo di corteccia su cui si intravedevano delle scritte in lettere cirilliche. Veniva così scoperta la prima iscrizione russa antica su corteccia di betulla : una nuova epoca si apriva nella linguistica slava, nonché negli studi storici, antropologici e archeologici del Medioevo russo. A dire il vero, già da qualche tempo,seppur in mancanza di riscontri archeologici, si sospettava l’esistenza, nell’antica Russia, di una tradizione scrittoria su tale supporto (principal-mente in base ad alcuni vaghi accenni nelle cronache medioevali). Inoltre, venivano spesso trovati gli stili metallici che, come poi si scoprì, si adoperavano per scrivere su corteccia, ma la vera destinazione di questi strumenti rimaneva oscura (li si incontra ancora in taluni musei provinciali catalogati come fibbie, spilli e simili). Secondo la leggenda, una volta avuto tra le mani il pezzo di corteccia, Arcixovskij esclamò : « Erano vent’anni che aspettavo questa scoperta ! ».  Tuttavia, all’inizio la scoperta è stata quasi del tutto ignorata dagli studiosi sovietici, a causa del clima politico che vigeva in quel periodo storico. Solo negli anni successivi, quando divenne chiaro che non si trattava di un ritrovamento occasionale, ma di un corpus in continua espansione, si è potuto dare inizio a uno studio sistematico dei testi su corteccia di betulla, le cosiddette "Berestjanye Gramoty " (il termine Gramota , dal greco gravmmata , significa ‘codice’ e si usa per indicare un qualsiasi documunto manoscritto della tradizione russa antica) ;l’aggettivo berestjanoj signifca ‘fatto di beresta ’, ossia ‘corteccia di betulla’). Le missioni archeologiche nella città appartenuta un tempo alla repubblica feudale di Novgorod (Pskov, Staraja Russa), ma anche in altre città dell’antica Russia, continuano a tutt’oggi e da poco è stato superato il migliaio di documenti ritrovati (si stima che si trovino ancora sotto terra più di 20 mila documenti).

Questa in foto è una corteccia di betulla databile al decimo secolo, una scoperta unica fatta a Veliki Novgorod da uno studente che lavorava nel luogo dello scavo archeologico, e che ritrae un disegno che descrive un tipo di ancoraggio. Il pezzo di corteccia trovato nel tredicesimo luogo archeologico di Troitsky in Veliki Novgorod  non ha nessuna iscrizione di testo, e si ipotizza che l'autore sia una persona adulta. Si tratta di due frammenti ben conservati, due parti che si combinano tra loro, grandi circa cinque - sette cm. "Si può vedere che la persona che li ha disegnati, stava provando a perfezionare le immagini degli ancoraggi, era come un addestramento" - dicono gli archeologi circa il ritrovamento. Sul retro del frammento invece ci sono disegni a spirale. Gli esperti suppongono che quelle siano le catene di ancoraggio.
 Al Museo di Storia di Mosca è stata inaugurata una mostra unica, dedicata alla nascita del regno dell'antica Russia e che sarà aperta fino al 28 febbraio 2013. Il titolo della mostra è «La Spada e lo Zlatnik» e rende onore alla spada in quanto simbolo del pregio militare all'inizio del Medioevo e allo zlatnik (prima moneta d'oro del conio dell'antica Russia).Tra i vari oggetti in mostra si trova una piccola icona di corteccia di betulla che con tutta probabilità apparteneva a un abitante di Novgorod, dove già nell'XI secolo era diffuso il battesimo e la scrittura, come hanno dimostrato gli scavi archeologici. Sono state ritrovate migliaia di testi scritti sulla corteccia di betulla: lettere d'affari, d'amore e addirittura esercizi scolastici. Anche i mercanti stranieri utilizzavano la betulla per scrivere le loro lettere, come quelli di Gotland, che possedevano negozi (Gotska gården) già nella Novgorod medievale. Una di queste lettere, scritta in alfabeto runico nel XII secolo, è esposta alla mostra (non ho trovato però foto da mostrarvi). Invece riporto qui il testo di una famosa lettera di betulla di Novgorod (no.109) scritta tra la fine del XI secolo e il 1110, ritrovata nel 1954.Testo originale (con aggiunta la divisione delle parole) 
грамота : ω жизномира : къ микоуле : коупилъ еси : робоу : плъскове : а ныне мѧ : въ томъ : ѧла кънѧгыни : а ныне сѧ дроужина : по мѧ пороучила : а ныне ка : посъли къ томоу : моужеви : грамотоу : е ли оу него роба : а се ти хочоу : коне коупивъ : и кънѧжъ моужъ въсадивъ : та на съводы : а ты атче еси не възѧлъ коунъ : техъ : а не емли : ничъто же оу него :

                                                                         Traduzione 

Lettera da Žiznomir a Mikula: Hai comprato una schiava a Pskov. E adesso la principessa mi ha arrestato per questo. [Ovviamente ha riconosciuto che la schiava le era stata rubata e Žiznomir era in qualche modo collegato con la questione, forse come partner commerciale della famiglia di Mikula] Ma adesso la mia famiglia ha garantito per me. E adesso mando una lettera a quell'uomo [dal quale ha comprato la schiava] e gli chiedo se ha un'altra schiava. [Quest'altra schiava sarebbe stata data alla principessa nel periodo in cui la schiava rubata sarebbe servita come "corpo del reato" in un processo per capire chi fosse il ladro] E voglio comprare un cavallo e farci sedere il magistrato [uomo del principe] e far iniziare uno svod [la procedura legale per tracciare un'intera catena di acquisti fino all'originale venditore e quindi il ladro]. E se non hai preso il denaro, non prendere niente da lui [il commerciante di schiavi, altrimenti l'intero piano sarebbe venuto allo scoperto].
Queste "berestjanaja gramota" sono molto importanti  perchè unici infatti questo antico dialetto di Novgorod ha delle caratteristiche linguistiche sorprendentemente differenti rispetto ad altre lingue slave, ed essendo quasi interamente libero dalle influenze della chiesa, possiede alcune caratteristiche sconosciute. L'ortografia usata inoltre è particolare.
*********************************************************************
Facciamo adesso un salto temporale e arriviamo al 1941, siamo sempre in Russia, stavolta in Siberia. Quello che possiamo vedere qui è un libro di poesie, si ma un libro particolare di poesie, perchè scritto su corteccia di betulla  da una donna deportata durante il suo esilio.

52 pagine di poesie scritte durante l’esilio sulla corteccia di betulla, che raccontano la storia tragica di una delle tante famiglie lettoni deportate in Siberia, esposta al museo di Tukums.

Lilija Binava Binaus fu deportata in Siberia il 14 giugno del 1941. Vi rimase in esilio 16 anni, e sulle pagine di corteccia di betulla scrisse in quegli anni poesie che raccontavano la sua vita. Oggi quel diario di betulla fa parte della collezione del museo di Tukums.
Lo ha donato al museo il figlio di Lilija, Ilmars, anch’egli deportato all’età di sei anni, coi genitori e la sorella, nella regione di Krasnojarsk. “Mia madre spesso non riusciva a dormire la notte, e così si metteva a scrivere poesie sulla corteccia delle betulle, con una matita fatta di resina chimica”, racconta Ilmars. Nelle 52 pagine di betulla Lilija racconta la sua vita, il matrimonio, l’esilio, la morte della figlia, la malattia di suo figlio, la notizia della morte del marito Fricis, giunta dal Vyatlag, un’altra tristemente famosa regione siberiana dove l’uomo era stato spedito separandolo dal resto della famiglia.
Nel museo di Tukums si trovava solo un’altra lettera di betulla proveniente dalle deportazioni in Siberia, ma in 19 musei sparsi in tutta la Lettonia sono diverse migliaia le testimonianze scritte sulla corteccia di betulla che i deportati spedivano a casa o che i sopravvissuti si riportarono indietro una volta finito l’esilio. Questi reperti sono stati inseriti nel programma “Memorie del mondo” dall’Unesco.

Una delle lettere scritte su corteccia di betulla da un deportato lettone in Siberia, esposta al Parlamento europeo
 La mostra “Le lettere scritte dalla Siberia sulle corteccie di betulla”, curata di recente dal museo di Tukums e esposta al Parlamento Europeo ad esempio, raccoglie le lettere che i deportati lettoni scrissero, dal 1941 al 1956, sulle corteccie di betulla, unico materiale disponibile in quei luoghi, per comunicare dall’esilio siberiano con parenti e amici, e inoltre materiale e documentazione visiva della storia delle deportazioni delle popolazioni lettoni nel periodo delle repressioni staliniane.
La mostra itinerante  finanziata dall’Unione Europea ha avuto in particolare il sostegno dell’eurodeputata Sandra Kalniete, lei stessa vittima con la sua famiglia delle deportazioni in Sibera, dove è nata. La Kalniete ha anche scritto un libro di memorie familiari su quel periodo “Scarpette da ballo nelle nevi siberiane”. In mostra, materiali proventienti non solo da Tukums ma anche da Rīga, Jelgava, Jūrmala, Ventspils, Valmiera e Daugavpils.
*****************************************************************************
Anche in Italia abbiamo una testimonianza fotografica di una lettera scritta su corteccia di betulla che è stata scritta durante la prima guerra mondiale da Giuseppe Federici (nonno della prof.ssa Tessari, proprietaria di questa cartolina) nato a Pola nel 1887 - morto a Gorizia nel 1934 per un banale ascesso dentario. Egli lavorava all’epoca del conflitto a Monfalcone come elettricista nei cantieri; era sposato con Maria Valent e già padre di due bambine molto piccole, Wally (1913), madre della Tessari stessa,  e Jole (1915). Era suddito imperiale e combattè sui Carpazi. Scherzi amari della storia  per questa signora aver  avuto uno zio paterno caduto sul Carso per l’Italia e il nonno materno combattente sul fronte opposto!
Feldpost, cartolina militare in franchigia postale dell’esercito austro-ungarico, ottenuta da corteccia di betulla.
UNA CARTOLINA MILITARE IN CORTECCIA DI BETULLA

 E' una bella testimonianza perchè ancora leggibile e ben conservata, ecco qui il testo.

Feldpost, cartolina militare in franchigia postale dell’esercito austro-ungarico, ottenuta da corteccia di betulla

***********************************************************
Dopo tutte queste testimonianze fotografiche parliamo invece di una leggenda (dico leggenda perchè non ho trovato alcuna fonte reale che documenti questi fatti ), mi riferisco a Nicolas Flamel (Pontoise, 28 settembre 1330 – Parigi, 1418). Nel 1357 lo scrivano, copista, libraio e alchimista francese Nicolas Flamel, pare che abbia acquistato un insolito libro da un vecchio Rabbino di nome Nazard, un libro misterioso, scritto da un antico personaggio noto come Abramo L'Ebreo . Flamel descrive il "Manoscritto di Abramo" (nome del libro) così:"La legatura era in solido ottone e dentro vi erano figure e caratteri che non erano né latini né francesi. Era stato scritto con una matita di piombo su fogli di corteccia, ed era stranamente colorato". Sulla prima pagina, in lettere d'oro era scritto: "Abramo l'Ebreo, principe, Levita, astrologo e filosofo, alla nazione degli Ebrei dispersa in Francia dall'ira di Dio, augura salute."

L'autore del volume, dopo aver minacciato chiunque leggesse il libro senza essere un rabbino o uno scrivano, diceva che il volume rivelava come trasformare i metalli vili in oro. Flamel iniziò la traduzione del libro di Abramo e la portò quasi a termine, ma una pagina densa di iscrizioni simboliche poteva essere tradotta solo da un ebreo esperto di Quabbalah. Per oltre un decennio il mistero rimase tale, fino a quando Flamel incontrò un erudito di nome Canches durante un pellegrinaggio a Santiago de Campostela in Spagna. Camches tradusse la pagina, ma rivelò il suo contenuto a Flamel solo in punto di morte. Se Flamel sia riuscito o meno a creare la pietra filosofale non lo sapremo mai, ma la sola Parigi conta quattordici ospedali, tre cappelle e sette chiese tutte edificate dalle fondamenta ed arricchite con generosi lasciti, quasi altrettanti ne conta Boulogne, per non parlare della beneficenza nei confronti degli orfani e delle vedove. Nel 1419 all'età di 106 anni Flamel morì senza che nessuno conoscesse il segreto della sua favolosa ricchezza. Un'altra leggenda dice però che Flamel non sia affatto morto, e con la moglie Perrenelle sia stato visto in seguito, nel 1761 all'opera di Parigi, nel XIX secolo sempre a Parigi in Boulevard du Temple, e c'è anche chi sostiene che tra il 1925 ed il 1930 abbia scritto due libri firmandosi con lo pseudonimo Fulcanelli ("I segreti delle Cattedrali" e "Le dimore Filosofali"),
Se veramente Flamel scoprì il segreto della pietra filosofale, mai ricchezza fu più generosamente usata a fin di bene. Di questo misterioso libro alchemico non esistono copie in effetti (le uniche immagini che ho trovato e che non riporto per questioni di spazio potete vederle in questo testo che pare sia  il testamento di Flamel, sicuramente un falso ma interessante).
La biblioteca di Flamel e i suoi incartamenti preziosi passarono al nipote Perrier,a cui era affezionato e che era interessato agli studi alchemici. Di lui però non si seppe più nulla anche se si può ipotizzare che l'eredità spirituale e il Sapere siano passati di generazione in generazione,sotto un proverbiale silenzio ermetico fino a che un discendente di Flamel, di nome Dubois, volle infrangere le 'regole' e si presentò dinanzi al re Luigi XIII mostrando la propria abilità nel trasformare delle palle di piombo in oro. Il Cardinale Richelieu, come un'aquila assetata,sperò di potergli cavare il segreto ma Dubois non lo conosceva,essendo incapace di decifrare il famoso libro di Abramo. Per cui Richelieu , vedendo che da lui non si poteva ricavare niente,lo fece anche imprigionare a Vincennes e,muovendo accuse forse fasulle o pretestuose,lo fece giustiziare,confiscando in tal modo i suoi beni. Anche la casa di Flamel venne confiscata e la soldataglia mandata da Richelieu la esplorò da cima a fondo.Non venne risparmiata nemmeno la tomba dell'alchimista,che durante una notte venne aperta e il sarcofago rotto. Fu a seguito di quest’incidente che si diffuse la voce che il sarcofago era stato trovato vuoto e che non aveva mai contenuto il corpo di Flamel. Si ipotizza che Richelieu abbia trovato il manoscritto,che si fosse fatto costruire un laboratorio alla Chateau di Rueil, e che vi andasse per studiarlo,ma senza risultati,perchè la Sacra Scienza non si svela agli avidi o a chi la affronta senza scrupolo.
Morto Richelieu, nuovamente il libro 'scomparve'. Comunque esso era stato già riprodotto in varie parti. Infatti il libro deve essere stato copiato, perché l’autore del Trésor des Recherches et Antiquités, Gauloises fece un viaggio a Milano, per vederne la copia, che apparteneva al Signore di Cabrieres. In ogni caso, oggi di esso non si ha la copia 'originale', in attesa di finire nelle mani di qualche altro 'Flamel'! Il Testo che più potrebbe avvicinarsi ad esso è il manoscritto Figures Hieroglyphiques d’Abrahm Juif (alcune immagini si trovano nel testamento di cui sopra), conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi il quale, pur discostandosi dalla descrizione dell’originale fatta da Flamel, contiene molte immagini indecifrabili.

Qualcuno sostiene che l'intera vicenda del libro sia solo una metafora del percorso iniziatico sperimentato da Flamel. Se davvero sia così non ci è dato saperlo e con questo interrogativo vi lascio ...alla prossima puntata.
 
Valentina Meloni
 *****************************************************************************
FONTI immagini e info
 wikipedia
http://italian.ruvr.ru/2012_11_15/94755164/
 http://www.indianiamericani.it
 http://balticanews.wordpress.com/
 http://www.isonzo-gruppodiricercastorica.it/doku.php/una_cartolina_militare_in_corteccia_di_betulla
 http://www.duepassinelmistero.com/Nicolas%20Flamel.htm
 ********************************************************************
 APPROFONDIMENTI

    (*)Alcune tradizioni vogliono che si chiamassero Ojibwe proprio perché erano soliti utilizzare una scrittura pittografica per conservare il ricordo di fatti e avvenimenti,di visioni e di sogni (ozhib ii’iwe). Altre tradizioni vogliono che il nome, di quello che fu uno tra i più numerosi gruppi di nativi americani, derivi invece dalla consuetudine di  calzare mocassini di pelle cuciti e arricciati sul davanti, da ojiib wab we appellativo che significa, appunto, arricciato. Altri, ancora, che il nome della tribù fosse legato al loro caratteristico modo di parlare (ojiib we). Quale che fosse l’origine del nome, fra loro preferivano chiamarsi Anishinabag, il cui senso è, probabilmente, primi uomini. Da questa coscienza di sé derivava il proprio mito fondativo e la propria “teologia”. Era stato infatti Dio a crearli, disseminandoli sulla terra e rendendoli così i progenitori di tutte le tribù indiane del Nord America.
Questa tribù penetrando da oriente giunse nel territorio canadese procedendo verso i grandi laghi e stabilendo i suoi primi accampamenti presso Sault Saint Marie, sulla riva meridionale del Lake Superior. Alla fine del XVIII secolo, grazie anche all’appoggio dei francesi, gli Ojibwe erano diventati i signori incontrastati di quasi tutto il territorio dell’attuale Michigan, della parte settentrionale del Wisconsin e del Minnesota, compresa la regione del Red River, fino alle Turtle Mountains del Nord Dakota.
Vivevano primariamente di pesca e di caccia, dedicandosi tuttavia periodicamente anche alla raccolta dei mirtilli rossi e alla produzione del miele di acero. Abitavano sotto tende assai particolari - le cosiddette wigwam - costituite da pali di legno ripiegati ad arco e ricoperti con cortecce e pellami.
I nativi entrarono in contatto con i primi europei già negli anni immediatamente seguenti il viaggio di Colombo, verso la fine del XV secolo. Fu tuttavia solo nel XVII secolo che - grazie alle alleanze stipulate tra i coloni francesi e le tribù canadesi - alcuni nuclei di missionari gesuiti poterono iniziare la loro azione evangelizzatrice e, per certi versi, umanitaria. Non vogliamo dibattere in questa sede se sia stato giusto o meno evangelizzare queste popolazioni, lasciamolo decidere alle coscienze di ognuno di noi, certo però che i missionari agirono da freno contro le mire di mercanti e cacciatori, la loro influenza corruttrice dei costumi e la trasmissione di malattie letali per la popolazione. Ovviamente  come ben sappiamo i rapporti tra Indiani ed Europei non furono sempre improntati alla tolleranza, soprattutto quando le popolazioni locali furono in modo spregiudicato utilizzate da Inglesi e Francesi per i loro interessi geopolitici. Nate dai conflitti nazionali europei, le cosidette Guerre Intercoloniali del 1689-1763 videro fronteggiarsi la Francia e Inghilterra, con le tribù indiane spesso schierate su fronti contrapposti. La vittoria degli inglesi, che con il trattato di Parigi del 1763 acquisirono il controllo del territorio canadese, non bastò tuttavia a garantire una pace duratura, giunta quasi un secolo più tardi, nel 1867 quando, con il British North America Act, nacque il Canada moderno.
La nuova situazione politica determinò ovviamente nuove possibilità anche per l’azione della Chiesa cattolica.



  (**)Novgorod, il cui nome significa "città nuova" è una città posta nel nord-ovest della Russia non lontana da San Pietroburgo (a 200 km a sudest). La città sorge lungo il fiume Volkhov, nel punto in cui questo esce dal lago Ilmen, in una zona caratterizzata da topografia piuttosto piatta e occupata da ampie zone paludose. Sulle rive di Volkhov si trova il Kremlino con la Cattedrale di Santa Sofia del s.XI, il Monsatero di San Giorgio ed altri templi antichi. Secondo le Cronache russe più antiche la città de Novgorod nacque come stazione commerciale variaga intorno all’859, e come racconta il Manoscritto Nestoriano, il capo variago Rjurik guidò la sua banda in Terra Russa invitato dai slavi a governare Novgorod. I suoi discendenti fondarono e governarono il primo stato russo La Rus’ di Kiev. Nel periodo medievale Novgorod fu la più importante repubblica del nord, socio dell’Hansa baltica. All'interno della Rus' di Kiev, la città fu seconda per importanza ed era l'unico centro produttivo di pellicce, cera, miele e chiavi. Dopo la distruzione di Kiev e di molte altre città russe da parte dei Tatari nel 1240, la posizione di Novgorod si rafforzò in quanto, pur dovendo pagare per la protezione delle città lungo il Volga per continuare i suoi traffici, riuscì a mantenere la propria indipendenza come repubblica con a capo ormai l'Arcivescovo. Il modello di governo della città, in quei secoli, era abbastanza distante da quello autocratico del resto della Rus': il principe era soltanto un generale militare pagato per ingaggio e poteva esercitare il potere giudiziario soltanto, ma affiancato dal sindaco (posadnik) eletto dal parlamento (Novgorodskoje Veche), composto da tutti i cittadini (maschi e femmine) liberi. Ma la cosa che rese unica Novgorod con i suoi abitanti fu la divulgazione della scrittura tra tutte le classi sociali. Sono più di mille le lettere scritte su corteccia di betulla ritrovate in 70 anni di scavi archeologici. Nel 1478 Giovanni III di Mosca conquistò la città annettendola a Mosca. Subì la rovina definitiva quando Ivan IV saccheggiò la città e ne impiccò un grande numero oltre a deportarne altri in seguito al tentativo di rivolta. Dopo la fondazione di San Pietroburgo nel 1703 Novgorod ha perso tutta la sua importaza economica ed è diventata una piccola città provinciale.