Cosa ti racconta un albero?

domenica 9 dicembre 2012

I Patriarchi di Castelporziano

I PATRIARCHI DI CASTELPORZIANO

Il cercatore di alberi può essere paragonato a un’ape che, quando trova una nuova fonte di nettare, torna all’alveare e si mette a fare un gran baccano per raccontare a tutte le sue compagne la sua scoperta, affinché tutte vadano con lei a goderne. In fondo, è questa la ragione all’origine di tutti i miei libri: condividere con gli altri ciò che di volta in volta scoprivo.

Fra le delusioni cui può andare incontro un cercatore, una delle più cocenti è di sapere che in un certo posto si nasconde l’oggetto del suo desiderio, cercare di raggiungerlo e sentirsi rispondere: “Lei è un privato (perciò non è nessuno, n.d.a.). Potrebbe accedere solo se mandato da una pubblica amministrazione”. Fu quanto mi sentii rispondere circa 15 anni fa quando, saputo dal Dr. Bortolotti dell’esistenza di alberi eccezionali nella tenuta di Castelporziano, avanzai richiesta di visitarli in vista della realizzazione di un libro sui grandi alberi del Lazio.
Perciò, gli alberi oggetto di questo articolo non sono inseriti nel mio libro “Alberi Monumentali del Lazio”. Tuttavia, se le vie del Signore sono infinite, quelle del cercatore di alberi sono poche di meno. Grazie all’intervento di Antimo Palumbo, che non finirò mai di ringraziare, anche questo desiderio covato tanto a lungo poté realizzarsi dopo la pubblicazione del volume.
La tenuta presidenziale di Castelporziano si estende a sud di Roma su una superficie di 5892 ettari, compresi i mille circa della tenuta di Capocotta che vi sono stati aggiunti in tempi recenti. Essa venne acquistata nel 1872 da neocostituito Regno d’Italia (ricorderemo che solo nel 1870, con la famosa Breccia di Porta Pia, Roma venne annessa al Regno e dichiarata capitale) e istituita come Tenuta di Caccia di Casa Savoia. Nel 1948, poco dopo la dichiarazione della Repubblica, divenne Tenuta Presidenziale, ma solo nel 1977, con il Presidente Leone, vi venne imposto il divieto di caccia.
Proprio per i suoi trascorsi storici, la Tenuta di Castelporziano gode di una ricchezza di grandi alberi tale da non trovare riscontri su tutto il territorio nazionale. Con i criteri di selezione consueti, non meno di 40 esemplari avrebbero diritto di cittadinanza in ogni pubblicazione sul tema. Al proposito, la stessa direzione della Tenuta, ha realizzato nel 2011 una pubblicazione curata dallo stesso direttore, dr.Tinelli, che illustra e presenta gli alberi più significativi di tutto il complesso.
Più che attingere dal volumetto, ascoltiamo dalla viva voce del direttore le notizie e le spiegazioni più esaurienti.


Quello che colpisce, visitando la tenuta, e che desta una certa inquietudine nel visitatore attento, è la mancanza di giovinezza nel bosco. Gli alberi sono o vecchi, quasi decrepiti, o niente. Quelli che nelle foto appaiono di piccole dimensioni, lo sono perché appartenenti a specie di taglia piccola (carpini, ornelli). Non verrà mai trovata una giovane farnia, un piccolo leccio. Manca, cioè, il ricambio.



Per questo i patriarchi della tenuta, pur in tanta compagnia, appaiono immersi in una malinconica solitudine. Arrivati a tarda età, vengono assaliti dai malanni della vecchiaia e, in capo a pochi anni, crollano al suolo con il fusto marcito e divorato da agenti patogeni di ogni genere.
All’origine di questo fenomeno, come sempre, l’attività dell’uomo. Finché a dirigere le operazioni è stata la natura, era essa stessa a mantenere il giusto equilibrio nell’ambiente. C’erano, come ora, diverse specie di erbivori (cinghiali, daini, cervi…), ma c’erano anche i predatori, nella fattispecie i lupi. Con l’istituzione della Riserva di Caccia da parte dei Savoia, proprio su di essi, ritenuti nocivi e pericolosi, si rivolse la mira dei cacciatori, sì che in breve furono sterminati. Sembra che l’ultimo trofeo, trionfalmente immortalato in una foto da parte dell’eroe vittorioso sul mostro, sia stato colto nel 1917. Senza più nemici naturali, gli erbivori – oltretutto non più oggetto di caccia dopo il divieto del 1977 – sono cresciuti in numero al punto che, non appena una ghianda cade al suolo, viene divorata prima di germinare.
Fra i tanti alberi, non tutti visitabili con una visita di una sola mattinata, appuntiamo la nostra attenzione su tre monumenti in particolare.

Il primo di essi è una farnia posta vicino ai ruderi di un acquedotto romano (per i dettagli sulla sua ubicazione, presso la Direzione è disponibile il volumetto, dotato di cartine con numeri di localizzazione dei singoli alberi). La sua circonferenza è di metri 5,85. Come gran parte dei patriarchi della tenuta, il suo fusto è cavo, cosa che lascia intravedere una sua non lunga sopravvivenza.

Il secondo esemplare è una poderosa sughera, dal tronco singolarmente conico. La circonferenza alla base supera abbondantemente gli 8 metri, che si riducono a 6,75 all’altezza di m. 1,30 dal suolo.

Il campione assoluto, tuttavia, a mio giudizio, è il Leccio di Capocotta. Già sui viali che percorrono la tenuta, alcuni cartelli lo annunciano. Quello che colpisce è la sua disposizione, con un fusto che corre quasi perfettamente in orizzontale, per una lunghezza complessiva di 22 metri. La circonferenza al colletto, cioè prima che prendano avvio i primi rami, è di metri 6,25.

Ancor più stupisce il suo apparato radicale. L’albero è nato e cresciuto sulle rovine di una antica costruzione di epoca romana, e le ha letteralmente sbriciolate e inglobate. Sono i prodigi e la forza della natura che, prima o poi, ricostituisce sempre il suo equilibrio, eliminando l’elemento perturbatore. Questa constatazione ci dovrebbe far riflettere e meditare perché, nella nostra epoca, l’elemento perturbatore… è l’uomo!