Cosa ti racconta un albero?

sabato 8 dicembre 2012

Il leccione dell'Antella


IL LECCIONE DELL’ANTELLA

Il lettore dovrà darci una piccola prova di pazienza e accontentarsi di queste due fotografie per conoscere quello che forse è (o è stato) il leccio più bello d’Italia. Si trova sui terreni della fattoria Belmonte, sulle alture che sovrastano l’abitato di Antella, in comune di Gràssina (FI). Le foto sono tratte da due diapositive scattate, rispettivamente, nel 1981 la prima, nel 1991 la seconda. La qualità, risente dell'età. La ragione per la quale non ci sono più foto disponibili di questa pianta la scopriremo nel corso del racconto.
Era, appunto, il 1981. Con l’obiettivo di realizzare un album di foto di grandi alberi, dopo aver constatato che non esistevano in circolazione pubblicazioni che ne parlavano, censimenti ai quali riferirsi, cataloghi o elenchi, nulla di nulla… avevo cominciato a raccogliere informazioni dirette dal personale delle varie stazioni forestali della Toscana. Il maresciallo De Sanctis, comandante della stazione forestale di Firenze, che mi recavo sovente a trovare anche per la vicinanza della sua caserma alla mia, mi parlava di un eccezionale Leccio, talmente grande e curato che un’intera squadra di potatori aveva impiegato due giorni per effettuargli l’ultima toeletta.  Un giorno, trovato uno spiraglio di tempo fra gli impegni di servizio, mi recai a visitarlo. Già all’ingresso della fattoria, lo stesso fattore, sig. Nocentini, cui mi ero rivolto per notizie sull’albero, ne descriverlo, mi disse, scandendo le parole: “E’ fa-vo-lo-so!”.
Seguendo le indicazioni del fattore, raggiunsi l’albero, distante circa mezzo chilometro dalla fattoria. Prima di giungere ad esso, ce n’era un altro, più alto e più visibile dalla sottostante autostrada, ma che sembrava messo lì solo a far da guardia a Sua Maestà e condurre i visitatori al suo cospetto.


Il primo impatto andava oltre ogni più rosea aspettativa. Un fusto molto basso, da cui partiva a raggiera il primo palco di rami, perfettamente orizzontali, dai quali scaturiva la selva di rami del secondo palco, tutti verticali, che andavano a costituire una chioma di mirabile armonia di 22 metri di diametro.  Il tronco, misurato nel punto più stretto, raggiungeva m. 5,60 di circonferenza, ma quello che avvinceva non erano tanto le dimensioni, quanto la forma. Esso esibiva una vistosa torsione in senso orario, come se le mani di un titano avessero afferrato l’intera ruota della chioma e le avessero fatto compiere non meno di un quarto di giro. Nessuno fu in grado di spiegarne le ragioni. Appariva chiaro, comunque, che l’albero era il risultato  di una mirabile collaborazione fra l’opera dell’uomo e quella della natura.
Il Leccio veniva poi fatto conoscere al pubblico toscano con l’inserimento delle sue foto e della sua storia nel mio primo libro, “Toscana, cento alberi da salvare”, pubblicato nel 1983 dalla Casa Editrice Vallecchi. Due o tre anni dopo, la visita allo stupendo monumento veniva ripetuta dal  dottor Lucio Bortolotti il quale, soggiogato anch’egli dalla sua bellezza, lo inserì fra i 300 Alberi Monumentali d’Italia nella omonima pubblicazione del Corpo Forestale. Sarebbe stata, quella del Bortolotti, l’ultima visita ufficiale ricevuta dal Leccio. Da quel momento le cose sarebbero cambiate, per il leccio e tutto il suo mondo. La fattoria mutò proprietà. Lì dove c’erano i casali e le costruzioni tipiche di una fattoria (stalle, fienili, capanne) vennero costruite palazzine di civile abitazione di una cooperativa. Il tutto venne recintato e l’ingresso chiuso da un cancello ermeticamente sigillato contro estranei.

La seconda immagine che qui viene mostrata, venne scattata nel 1991 da un giovane giornalista de Il Tirreno, quotidiano livornese. Dopo aver saputo da me dei divieti esistenti, per nulla scoraggiato davanti all’impresa, egli realizzò il servizio che si era proposto nei modi che poi avrebbe raccontato nello stesso bellissimo articolo. Raggiunta Antella, senza perder tempo a chiedere permessi, egli aggirò la recinzione e, con qualche acrobazia e forzando un punto debole della recinzione stessa, raggiunse l’albero realizzando la foto che possiamo vedere. Già la foto stessa mostra come alla pianta, con il mutamento della proprietà, erano venute a mancare tutte le cure e le attenzioni di cui prima era fatta oggetto. La chioma appare scompigliata e sulla stessa cominciano ad apparire i primi vuoti.
Forse condizionato dalle recenti cronache della Prima Guerra del Golfo da poco conclusa, e dall’allocuzione “madre di tutte le battaglie”, il giornalista definì il Leccione “la madre di tutte le piante”.
Trascorrevano alcuni anni e un giorno, rientrando a Firenze dalla sottostante autostrada, guardai come sempre sulla collina, dove si scorgeva la parte superiore della splendida cupola, e con angoscia vidi che la chioma si era quasi dimezzata.
Poiché avevo già dato avvio al libro “Alberi Monumentali di Firenze e Provincia”, chiesi all’amministratore della nuova struttura cosa fosse accaduto alla pianta. Non ne sapeva niente. Gli chiesi il permesso di recarmi a visitarla, dichiarando lo scopo di inserirla nella nuova pubblicazione. Questo, grosso modo, lo scambio di battute al telefono.
“Questa è proprietà privata, e lei non può entrare”.
“Proprio perché è proprietà privata le sto chiedendo il permesso, altrimenti sarei entrato di mia iniziativa. Le va bene se mi faccio accompagnare da un agente forestale?”
“Solo se verrete muniti dell’ordine di un magistrato!”
Il “Vaffa…” partì dal più profondo del cuore, ma non raggiunse le labbra per un connaturato senso di educazione.  Mi recai ugualmente sul posto, solo per poter dire alla mia coscienza di averle tentate tutte. Al cancello si affacciò il vecchio fattore Nocentini, che ora, nel nuovo condominio, svolgeva funzioni di portiere. Il poveruomo mostrava una profonda contrizione, nel dover obbedire a un ordine che riteneva assurdo. Non poté nemmeno aderire alla mia richiesta di recarsi a fare una foto al mio posto, con la mia macchina fotografica, temendo di dover rendere conto ai nuovi padroni delle foto che sarebbero state pubblicate. Egli acconsentì, tuttavia, a recarsi a rilevare le nuove misure della circonferenza del tronco, che risultò di 6 metri esatti. In venti anni il Leccio era cresciuto di 40 centimetri, 2 centimetri l’anno. Un rapido calcolo mentale: con questo ritmo, se ora ha raggiunto 600 centimetri , il vecchio Leccio sta festeggiando il suo 300° compleanno. E nessuno gli aveva organizzato una piccola festa.
Qualche giorno dopo ripercorrevo l’autostrada nel tratto fra Incisa e Firenze Sud. Giunto al solito punto, guardai su e vidi ancora la chioma mutilata del Leccione. Sporsi un braccio dal finestrino, lo agitai in segno di saluto e: “Buon compleanno, Leccione!”