Cosa ti racconta un albero?

sabato 29 dicembre 2012

La Quercia di Sarrocciano


ASCESA, GLORIA E FINE DI UN GRANDE ALBERO

Correva l’anno… (ma non potrebbero andare, invece, un po’ più piano, questi anni? Passano come fulmini!). Correvano i “favolosi anni Sessanta”. Favolosi, perché la guerra e le difficoltà del dopoguerra erano già lontane, e si cominciavano ad assaporare i succosi frutti del boom economico da poco attraversato. Certo, c’erano già allora le droghe: la noce moscata, la cannella, il pepe, i chiodi di garofano…  Anche la canapa era molto coltivata, a ettari addirittura, e ognuno ne deteneva in quantità libera: lenzuola, camicie, pantaloni…
Chi usciva da casa, spesso dimenticava la chiave sulla porta, se non addirittura la porta aperta, col tremendo rischio che qualche gatto entrasse e gli rubasse la salsiccia lasciata sul tavolo.
Settimanalmente, o anche con frequenza maggiore, percorrevo la statale della Val di Chienti nel tratto fra Civitanova Marche e Macerata, dove frequentavo l’Università, spesso in pullman, talvolta in auto.
Non coltivavo ancora nessuna passione per gli alberi e mai avrei sospettato che un giorno avrei scritto tanti libri su di loro. Eppure, allorché mi appressavo al km nr 12, fra Trodica e Piediripa, già cominciavo a volgere il lato dalla sua parte, dove sapevo che di lì’ a poco mi sarebbe apparsa. Era una quercia, l’albero più bello, ma forse la cosa più bella in assoluto di tutto il tragitto. Essa appariva così come la vediamo nella seguente immagine.

 Sul finire degli anni Settanta, in piena carriera militare, quando decisi di raccogliere quell’album di foto di grandi alberi, feci mente locale su quanti ne avessi incontrati nella vita, e solo due mi vennero in mente: la Cerquabella di Montegiorgio e, appunto, questa quercia. Alla prima licenza a casa, nelle Marche, fu la prima cosa che andai a visitare, col dubbio se la quercia fosse veramente un monumento, oppure fosse il mio ricordo a renderla più grande. Non mi ero sbagliato. Le misure, e la figura, erano perfettamente aderenti ai parametri che mi ero predisposto per accogliere la pianta nel mio album.
La misura della circonferenza del fusto era di metri 4,83 mentre l’altezza era di 20 metri e la chioma, perfettamente bilanciata da tutti i lati, allargava le sue ali per 29 metri.
La storia che mi veniva raccontata, sulle vicende relative alla pianta, dalla famiglia di contadini che abitava la casa colonica, me la fece amare ancora di più.
Proprio in quel periodo, nelle Marche avveniva una rivoluzionaria trasformazione nelle campagne, con l’abolizione della mezzadria.
A quei tempi, i terreni erano spesso di proprietà di istituti civili o religiosi, di fondazioni, o di facoltosi privati, che li davano a lavorare a famiglie di contadini. Erano perciò avvantaggiate quelle famiglie con molti figli maschi, anche se spesso erano le femmine a lavorare nei campi, proprio come gli uomini. Con il contratto di mezzadria, il contadino tratteneva per sé il 53% del prodotto, versando il rimanente al proprietario. C’erano poi delle regole particolari che stabilivano i vari aspetti del contratto: a carico di chi erano i lavori di miglioria del podere, le sementi, i concimi… L’olio, ad esempio, spettava tutto al padrone. Ecco perché nelle Marche non si trova un ulivo secolare: chi glie lo faceva fare, al contadino, a tenere in vita grandi ulivi, che oltretutto occupavano terreno utile, se poi non ne poteva ricavare niente?
Con gli anni Settanta venne abolita la mezzadria. Pertanto il contadino, se voleva continuare a lavorare, poteva o acquistare il terreno stesso, oppure prenderlo in affitto. L’alternativa era continuare a lavorarlo, ma come salariato, cioè a orario e stipendio fisso. Questo comportò una radicale trasformazione dei criteri di lavorazione. Non potendo più fare affidamento su una famiglia fissa disposta a lavorare senza limiti di orario, ma solo su braccianti a orario limitato, i proprietari si videro costretti a effettuare quelle coltivazioni che richiedessero poca manodopera, quali grandi estensioni di grano, mais, girasoli, o grandi frutteti.
Nella casa attigua alla Quercia, situata in località Sarrocciano, comune di Corridonia, abitava ancora la vecchia famiglia di mezzadri, e il terreno era appartenuto alla contessa Vitali.
Il vecchio capofamiglia di mezzadri parlava ancora con infinito affetto e rimpianto della sua vecchia “padrona” (purtroppo il termine era proprio questo), decantandone la bontà e la sua grande sensibilità e generosità. D’altronde, anche ciò che la contessa aveva fatto nei confronti della quercia, dava testimonianza delle sue virtù.
Nei tempi andati, ogni famiglia di contadini allevava in proprio uno o più maiali, che sarebbero stati la riserva di cibo per almeno tutto l’inverno. Proprio sotto la quercia la contessa aveva fatto costruire un grande recinto, visibile nella foto sopra, dentro il quale gli animali potevano circolare all’aperto, nutrendosi delle ghiande man mano che la quercia le lasciava cadere. Tuttavia, per impedire che i maiali si avvicinassero toppo al fusto della quercia e lo potessero danneggiare con i loro denti, la contessa aveva fatto erigere un secondo recinto, di forma ottagonale, visibile in questa foto più ravvicinata.
Con l’abolizione della mezzadria, venne progressivamente ma sempre più rapidamente abbandonata la consuetudine di allevare maiali. Ai proprietari non sarebbe stato più conveniente farli allevare, dovendo ora corrispondere supplementi di paga per farli accudire anche nei giorni festivi. Anche i contadini si convinsero che era meno faticoso e meno costoso comprare a fine anno un maiale già pronto dai grandi allevamenti. Fu così che si perse la genuinità del maiale “fatto in casa”. Sotto la quercia i recinti rimasero per alcuni anni, ma senza maiali, fino a quando la nuova amministrazione dell’azienda non decise che anche quella porzione di terreno era utile alle colture.
Uno dei rami che si aprivano all’altezza del primo palco era troncato e morto. Anch’esso era una testimonianza storica.
Durante la seconda guerra mondiale, nei pressi della quercia i tedeschi avevano allestito un aeroporto. Quando giunse il momento di ritirarsi, per non lasciare al nemico incalzante un importante supporto per le proprie azioni, i tedeschi lo distrussero con delle mine. Una delle mine, esplodendo, troncò con una scheggia questo ramo. 
Con la storia giunta a questa fase, la quercia approdava per la prima volta agli onori della cronaca con il mio primo libro sulle Marche del 1984. Il testo si concludeva con le parole: “Dato lo stato di salute della pianta, ancora tante generazioni di contadini si ristoreranno alla sua ombra”. Valido menagramo, tagliati quella linguaccia!
Poco dopo sarebbe avvenuta l’apertura del primo tratto della superstrada della Val di Chienti che passava lontano dalla Quercia e, per venti anni, non ebbi più occasione di vederla. Vi tornai nel 2004, dopo aver preso la decisione di scrivere un novo libro sui grandi alberi delle Marche. Una brutta sorpresa era ad attendermi.
I contadini non c’erano più; la casa era abitata soltanto da un grosso vecchio cane pastore abruzzese che, al vedermi, non fece neanche la fatica di abbaiare per salutarmi. La quercia era nelle pietose condizioni della foto sottostante.
 

Come detto poc’anzi, i nuovi amministratori della tenuta avevano deciso che anche il terreno sotto la quercia era opportuno adibirli a coltivazione, per cui avevano inviato i trattori a lavorare fino a ridosso del fusto. La foto sottostante, con il vecchio recinto tutto ritorto e addossato al fusto, mostra fin dove è arrivato il lavoro dei trattori. Non si sa fino a che punto queste arature spinte in profondità nel terreno abbiano contribuito a ridurre la quercia in quelle condizioni.
Proprio nel 2004 veniva pubblicato il libro della provincia di Macerata “Alberi custodi del tempo”. La quercia di Sarrocciano non vi veniva neppure inserita perché – spiegavano gli autori – la consideravano una pianta ormai morta.
Di ben diverso avviso, dando inizio alla stesura del mio nuovo libro sugli alberi monumentali delle Marche, decisi invece di inserirla, con questa considerazione: questa è la quercia della mia giovinezza, non è ancora morta e, finché avrà una sola foglia, per me è un essere che vive. Nel 2008 venne pubblicato il mio nuovo libro e la vecchia quercia vi comparve con le immagini che qui possiamo vedere. La rividi ancora, con meno foglie, nei due anni successivi. Nell’estate del 2011, passando di lì e volgendo la testa come facevo da quarantasei anni, non vidi più nulla. Fermai la macchina, e m’inoltrai fra le zolle dei campi arati e spianati. C’erano ancora alcuni frammenti di legno marcio, alcuni anche di qualche chilo di peso. Ne raccolsi uno, piccolo, gli diedi un bacio: “Addio, amica mia!” e lo portai via con me.