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giovedì 13 dicembre 2012

La regina delle querce marchigiane


La Regina delle querce marchigiane

L’Operazione Grande Albero, promossa dal WWF, era nata nel 1970 da una idea del prof. Franco Tassi allora da poco nominato Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo. Essa si proponeva, prima volta in Italia, di realizzare un censimento capillare di quelli che venivano definiti “Patriarchi”, con lo scopo di far emanare sugli stessi delle leggi di tutela. Si noterà come questa fragile caravella, salpata 42 anni fa, non abbia ancora raggiunto il traguardo delle sue Indie, in quanto nessuna legge, a livello nazionale, è stata mai emanata e, con i problemi che oggi attanagliano la nostra società, viene da ridere al pensiero che il mondo politico ci si possa dedicare.
Eppure, sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, una labile linea di costa era sembrata profilarsi al lontanissimo orizzonte. Qualcuno dalla coffa stava per urlare il fatidico grido “Terra! Terraaaaa!” ma il grido gli morì in gola.
Era avvenuto che sotto il governo Prodi, mentre ministro dell’Ambiente era l’onorevole Giovanna Melandri, lo stesso WWF era riuscito a depositare sul tavolo del ministro una lista di venti alberi, uno per ogni regione italiana. Essi avrebbero dovuto costituire l’avanguardia di un esercito molto più nutrito di grandi alberi, da sottoporre a tutela. Sappiamo poi come è andata a finire. Un nuovo uragano si abbatté sulla caravella spingendola, forse definitivamente, in mare aperto. Il governo Prodi andò in crisi, decadde, e sull’argomento scese un nuovo pietoso silenzio.

Bandiera degli alberi marchigiani era stata nominata, con pieno merito, la più grande quercia della regione, una gigantesca roverella, molto nota a livello regionale, conosciuta come “la Quercia di Passo di Treia”, dalla località dove era nata 450 anni prima. La sua carta d’identità riportava i seguenti dati: circonferenza del fusto m. 6,45; altezza m. 24; diametro della chioma m. 34. Le pianta offtriva un eccezionale spettacolo di sé, in ogni stagione, ma soprattutto in autunno quando si rivestiva di oro.



Non si conoscono i criteri per i quali la scelta sia caduta su questo albero. E’ probabile che essa abbia dovuto affrontare un testa a testa con il gigantesco e millenario Albero del Piccioni, il platano sulla Salaria che aveva ospitato il brigante omonimo e che la quercia sia stata preferita per il fatto che essa era il rappresentante più degno della pianta più tipica delle campagne delle Marche: la roverella.
Suo proprietario è il contadino, oggi 91enne, Gino Palmucci, una quercia anche lui, che è anche il depositario di tutte le storie che si conoscono sulla pianta.
In merito all’età, quando nel 1981 intervistai per la prima volta il proprietario per inserire la biografia della quercia nel mio primo volume sui grandi alberi delle Marche, lo stesso Gino propendeva per una esistenza di circa quattro secoli. Egli infatti raccontava che quando sua nonna, morta novantenne, era entrata sposa nella stessa casa dei Palmucci, la quercia aveva già le dimensioni odierne. Successivi test scientifici confermavano l’opinione del signor Gino, anzi, aggiungevano qualcosa. La famiglia Palmucci conduceva quel terreno da 200 anni e il signor Gino, con le sue memorie dirette e con quelle che gli erano state tramandate, poteva riportare indietro le lancette della storia fino agli inizi del secolo scorso.
Circa cento anni fa, infatti, un pagliaio eretto sotto la quercia aveva preso fuoco; l’incendio si propagò ai rami della quercia e quando si riuscì a domarlo, ne aveva bruciato una parte. La pianta aveva risanato le ferite, ma la cicatrice si vedeva ancora.
Portiamoci avanti nel tempo, agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Sotto la quercia passarono, e si fermarono, le truppe di entrambi gli schieramenti. Prima furono i tedeschi in ritirata, i quali sfruttarono spesso la grande ombra per riparare i loro automezzi dall’osservazione aerea degli Alleati. Allorché, con il ritiro dei tedeschi, giunsero le truppe alleate, l’area ombreggiata dalla quercia venne occupata dai polacchi i quali vi installarono un’officina. Questa rimasse sul posto ben oltre la fine della guerra: due anni, dice il signor Gino.
Con un passavoce lento ma automatico, la fama della splendida quercia si diffondeva sempre più, e giungevano a visitarla turisti, giornalisti, troupes televisive. La trasmissione più qualificata di cui la pianta era stata ospite era “A come agricoltura” condotta da Federico Fazzuoli. Il signor Gino, sempre molto gentile, non si sottraeva mai dal fare gli onori di casa, accompagnando i visitatori e facendo loro da cicerone, rispondendo a tutte le loro domande. Si potrebbe, per assurdo, dire che non si sa se egli abbia trascorso più parte del suo tempo a coltivare il suo terreno o a dare spiegazioni ai visitatori.
Poco prima della mia visita, la quercia era stata vittima di un pauroso infortunio meteorologico: era stata colpita da un fulmine che aveva provocato una vistosa ferita su tutto il fusto; la cicatrice era ancora fresca. Lungo il suo tragitto la saetta aveva troncato un ramo dal quale il signor Gino aveva ricavato 20 quintali di legna ( e sulla pianta non si riusciva neppure a scorgere dove era avvenuta una decurtazione così forte).
Con le storie fin qui raccontate, la quercia entrava come uno degli alberi più rappresentativi nel mio libro “Marche, cinquanta alberi da salvare”. La sua biografia, tuttavia, doveva arricchirsi di nuovi importanti episodi.


Allorché, nel 1989, a seguito del grande censimento indetto dal Corpo Forestale, vennero pubblicati i due “monumentali” volumi di “Alberi Monumentali d’Italia”, la Nostra vi fu inserita con pienissimo merito, occupando due intere pagine del Primo Volume.
Spostiamo avanti le lancette del calendario di soli tre anni. Nel 1992 – e la notizia si diffuse su tutti i giornali, come avviene ogni volta che un evento interessa la meravigliosa quercia – essa venne colpita da un grave incidente. A causa dell’enorme peso dei suoi rami, alcuni del quali sono alberi monumentali essi stessi, il tronco si fessurò per gran parte della sua lunghezza.  Il pericolo che, con o senza fortunali, esso si squarciasse fino a terra, era incombente. Con grande sollecitudine attorno al capezzale dell’illustre ferito si radunarono tutte le parti in causa: tecnici del comune di Treia, agenti del corpo forestale, agronomi, vigili del fuoco. Senza por tempo in chiacchiere, venne decisa la cura e il comune stanziò la somma necessaria all’esecuzione dei lavori necessari. Sui rami della quercia vennero applicati dei potenti tiranti di acciaio che riportarono a contatto le parti staccate, chiudendo la ferita.
Il comune di Treia può essere segnalato, per il suo operato nei confronti del suo monumento naturale, fra i comuni più virtuosi d’Italia e additato come esempio da imitare: ogni volta che la grande quercia mostra segni di cedimento, c’è sempre e subito qualcuno che accorre ad aiutarla. In particolare va raccontato quanto avvenne sul finire degli anni Novanta.
Fino a quegli anni, la quercia era già ben visibile da lontano, per chi proveniva dal mare e risaliva la strada provinciale della val Potenza: la sua grande cupola si stagliava imponente già a chilometri di distanza.
Poco a poco, tuttavia, la valle si riempì di costruzioni e quasi tutto il suolo venne occupato da capannoni industriali, in particolare quello di una ditta marchigiana che dà il nome a una nota squadra di pallavolo e ad una banca, che occultò fin da vicino tutta la pianta. Essa divenne, pertanto, visibile soltanto cento metri prima di arrivare ad essa.
Lo stesso capannone, poi, visto dall’aia della casa dei Palmucci, non offriva un degno sfondo al panorama per i turisti che, sempre numerosi, giungevano in visita al monumento naturale. Fu così che venne decisa la realizzazione di qualcosa di bello e funzionale al tempo stesso e che, oltretutto, avrebbe liberato per sempre il signor Palmucci dall’incombenza di fare da cicerone. Non sempre, infatti, i visitatori si comportavano con il dovuto rispetto per la proprietà privata e, nella smania di effettuare scatti d’effetto, non si facevano scrupolo di andare a calpestare i cavoli e l’insalata che il contadino piantava fino a una decina di metri dalla pianta. Dopo attento studio condotto dall’ufficio tecnico del comune, partirono i lavori. Sappiamo che al loro finanziamento prese parte anche la ditta proprietaria del capannone; non sappiamo quale fu, in percentuale, la ripartizione degli oneri; ci dicono, tuttavia, che la spesa fu di 400 milioni delle vecchie lire.
Per mascherare la visione del muro del capannone vennero piantati degli alberi d’alto fusto che, col tempo, un po’ alla volta, lo avrebbero sempre più occultato.

Fra la quercia e il capannone venne eretta una staccionata  e ancora, fra questa e il capannone, venne creato una sorta di anfiteatro lievemente rialzato, semicircolare, dotato di vialetti. In questo modo i visitatori avrebbero potuto ammirare e fotografare la quercia a loro piacimento, senza invadere la proprietà dei Palmucci.
Nel 2004 la Provincia di Macerata realizzava una pregevole pubblicazione sugli alberi monumentali del suo territorio, dal bel titolo “Alberi, custodi del tempo”, che venne replicata, ampliata con aggiornamenti, nel 2005. La stesura della pubblicazione venne curata dal Corpo Forestale della provincia. 
Gli alberi monumentali, individuati mediante il censimento del 1982 e l’aggiunta di altri successivamente segnalati, vennero accuratamente monitorati. Di ognuno di essi venne calcolata l’età mediante un metodo innovativo, chiamato metodo resistografico, ideato dal prof. Bongarzoni. Esso consiste nell’inviare mediante apposito strumento, delle onde all’interno del fusto della pianta interessata. Il principio è, grosso modo, quello del sonar dei pipistrelli o delle navi, ma non mi sento abbastanza padrone dell’argomento per spiegarlo nei dettagli. Il metodo permette, tuttavia, non solo di calcolare l’età di una pianta, ma anche di fare una sorta di TAC del suo stato interno, disegnando eventuali cavità.  Per la Nostra, l’età risultante fu di 450 anni, che avallava l’ipotesi già formulata 25 anni prima dal Palmucci.
Nella citata pubblicazione, la quercia veniva, ovviamente, ad occupare un posto di primo piano.
Nel 2008, con la pubblicazione del mio “Alberi Monumentali delle Marche”, la pianta veniva ad essere nuovamente inserita in un libro, con l’aggiornamento di tutte le notizie rispetto al testo di 24 anni prima.

L’evento più triste, tuttavia, doveva verificarsi nell’estate del 2010. Un fulmine di grande potenza si abbatté di nuovo sulla quercia, squarciando un grosso ramo. La notizia, ovviamente, venne catturata dai media e l’immagine, simile a quella che qui presentiamo, apparve su quasi tutti gli organi di informazione. La ferita aperta, tuttavia, permetteva di valutare lo stato del fusto. Infatti, da  numerosi trafilamenti di umidità che colavano dalla superficie dello stesso, si era ipotizzata una grossa cavità al suo interno; lo squarcio permetteva, invece, di notare che esso è ancora costituito da legno pieno e che l’umidità citata poteva essere quella che, con la pioggia, si infiltrava negli interstizi della ferita di 18 anni prima.


Ancora una volta, tecnici e dottori intervenivano attorno al letto del ferito. Il ramo caduto venne definitivamente eliminato e la ferita livellata, come si può vedere dalla foto.


La vita della grande quercia va avanti, anche se lo stato di salute non è più quello di un tempo. A guardare le immagini a confronto di prima e dopo l’incidente, viene una stretta al cuore. Il pericolo è quello derivante dallo sbilanciamento del peso della chioma. Quasi sempre, se non si interviene con misure appropriate, prima o poi anche la restante parte di chioma cederà. Gli interventi sono stati effettuati, e speriamo che gli stessi, e la grande energia della pianta, siano sufficienti; l’età non gioca a favore!