Cosa ti racconta un albero?

venerdì 21 dicembre 2012

La Sequoia di Torre Palagio


Una favola a triste fine
E’, questa, una storia che ho già raccontato su FB, a puntate e con economia di immagini e parole, e che voglio replicare, per coloro che non la conoscono ancora, approfittando dell’ampio palcoscenico che il blog mi offre.
La differenza fra storia e fiaba non è tanto il fatto che la prima è vera, l’altra frutto di fantasia, e non è neppure il loro epilogo quasi sempre diverso (triste l’uno, lieto l’altro). La differenza sostanziale sta nel fatto che mentre la fiaba finisce sulle solite parole “e vissero tutti felici e contenti”, la storia non finisce mai ma c’è sempre un dopo. Se così non fosse, tutti vorremmo fermare la storia sulla fine di una guerra, su un matrimonio, sulla guarigione di un malato…
Questa storia, che come molte delle storie che racconto ha per protagonista un albero, si dipana fra gli anni che vanno dal 1980 al 2008; pertanto avrebbe anch’essa bisogno di un aggiornamento.
Era il 1980 e, come avevo cominciato a fare da poco tempo, giravo nei pochi momenti liberi dal servizio di caserma, spesso con il mio figlio più piccolo, per parchi e ville della Toscana, alla ricerca di grandi alberi da inserire nel mio album. Una delle zone di caccia più prospere e proficue si era rivelato il Mugello, dove avevo già trovato molti esemplari di primissimo piano: la più grande quercia, il più grande cedro, il più grande cipresso della Toscana. Gironzolando dalle parti di Barberino del Mugello intravidi un denso agglomerato di alberi, con cime che svettavano su tutto il resto del verde, dalle parti di Cavallina, frazione di Barberino. Era  il parco di una villa chiamata Torre Palagio. Mi permisi di entrare per chiedere al proprietario l’autorizzazione ad esplorare il suo parco. Questo proprietario, persona molto gentile e cordiale, era Felice Cafulli. Egli mi affidò, affinché potessi avere una guida, al suo giardiniere, il signor Luciano. Già davanti alla villa spiccavano imponenti cedri del Libano che, misurati, esibivano una circonferenza di fusto di m. 5,40. L'albero più bello di tutti era tuttavia un magnifico faggio rosso, di m. 4,50 che, ahime! mostrava già segni di sofferenza. Non lo avrei più rivisto 20 anni dopo, quando vi tornai per scrivere il libro sui grandi alberi della provincia di Firenze. Nonostante i tentativi di salvezza provati dal suo proprietario, era morto ed era stato abbattuto. Poco più avanti, l’impressionante fascio dei rami di una thuja che, partendo da una base unica di 7 metri di circonferenza, si protendevano fino a un’altezza di 20 metri.


Il protagonista assoluto lo incontrai allorché ci avviammo lungo la discesa che, in fondo alla valle, si concludeva con il letto del fiume Sieve, il principale affluente dell’Arno. Etra una sequoia di m. 6,16 di circonferenza. L’altezza non superava i 30 metri, ma era chiaramente visibile il danno provocato da un fulmine che l’aveva privata degli ultimi quindici metri almeno.
Allorché fummo vicini e la misurammo:
“Dentro, ci saranno almeno 20 quintali di piombo – disse il giardiniere poi, vedendo il grosso punto interrogativo dipinto sulla mia faccia, continuò – Deve sapere che qui, durante la guerra, si era accampato un reparto tedesco che aveva nel suo organico un’officina che riparava soprattutto armi, in particolare mitragliatrici. Queste, una volta riparate, dovevano essere collaudate. Il banco di prova era proprio il tronco di questa sequoia. La tortura, per questo povero albero, finì solo quando i tedeschi se ne andarono”.
L’albero e la sua storia entrarono poi da protagonisti nel mio primo libro sui grandi alberi della Toscana.


Tornai a rivedere Torre Palagio e la sua sequoia nel 2000, in previsione della pubblicazione del libro sui grandi alberi della Provincia di Firenze. Molte cose erano cambiate. La sequoia aveva completamente ricostruito la sua cima, arrivando a superare i 40 metri di altezza.
 Nel frattempo, però, qualcosa di terribile stava accadendo più in basso, dalle parti del fiume Sieve. Dopo decenni di discussioni e trattative, era stata costruita la diga del Bilancino, che avrebbe dovuto avere il duplice scopo di realizzare una grossa riserva di acqua per Firenze e di regimentare le alluvioni dell’Arno (“Arno non cresce, se Sieve non mesce”, recita un detto fiorentino).
Il parco di Torre Palagio si trovava all’estremità opposta del lago, rispetto alla diga e, man mano che il livello dell’acqua saliva, le sequoie e gli abeti posti più in basso venivano raggiunti e sempre più sommersi. In poche settimane, uno dietro l’altro, gli alberi morivano. Già alcuni si vedevano, abbattuti e con i tronchi ridotti in lunghi, tragici pezzi  che aspettavano di essere sgomberati.

Il mio successivo incontro con la grande Sequoia di Torre Palagio sarebbe avvenuto solo 8 anni più tardi, nell’estate del 2008. Molte cose erano avvenute, in quegli otto anni, vicende delle quali lo stesso Felice Cafulli mi rendeva partecipe.
Il lago del Bilancino, al suo massimo invaso avrebbe raggiunto esattamente il piede della Sequoia, ma questo sarebbe stato sufficiente ad ucciderla. Le radici di questi giganti non amano stare con le radici infarcite di acqua. Fu così che il signor Cafulli prese la sua decisione.
A sue sole ed esclusive spese, egli fece erigere una sorta di controdiga di massi di circa una quindicina di metri di altezza e 150 di lunghezza per contrastare l’avanzata delle acque del lago. All’interno della diga egli fece scaricare centinaia e centinaia di camionate di terra, creando una pianura artificiale. La sequoia venne così a trovarsi non più lungo un pendio, ma al limite esatto fra la discesa e il ripiano. L’esecuzione di tutta l’opera era costata al Cafulli la spesa, tutta personale, di 100 milioni delle vecchie lire. Tutto, per salvare degli alberi, rinunciando al rimborso che avrebbe avuto per l’esproprio del terreno inondato.
L’iniziativa, inoltre, provocò al Cafulli anche dei guai giudiziari, in quanto egli venne denunciato per aver eseguito i lavori senza aspettare le previste autorizzazioni che egli stesso aveva chiesto. Il giudice chiamato a decidere, si dimostrò lungimirante e di ampie vedute. Comprendendo che il Cafulli aveva agito in stato di necessità e di urgenza, lo mandò assolto da ogni accusa. Per alcuni anni la diga aveva assolto egregiamente alla sua funzione ma, a un certo punto, le cose presero una brutta piega. Evidentemente, le acque del lago avevano penetrato lo sbarramento e avevano infarcito di acqua il terrapieno. Le piante ripresero a morire, a cominciare da quelle più vicine. Già nell’immagine vediamo alcuni abeti e cedri già morti, ed altri avviati verso lo stesso destino.



Anche la sequoia era in stato molto compromesso, e gran parte della chioma era già morta.
Avvertivo la pena del signor Cafulli, la stessa pena che potrebbe provare un padre per un figlio gravemente malato e che non esita a ricorrere a tutti gli espedienti per salvarlo.
Egli aveva concepito anche un progetto: far scavare un fossato semicircolare attorno alla sequoia, a una decina di metri dal fusto, e riempire lo stesso fossato di cemento, in modo da tenere l’albero lontano dalle acque del lago. Non mi sentii in animo di appoggiarlo in questo progetto, che si sarebbe tradotto in una inutile spesa con ben poche probabilità di successo.