Cosa ti racconta un albero?

lunedì 24 dicembre 2012

L'Albero del Piccioni

L’ALBERO DEL PICCIONI
Per chi, come me, lo conosce da quasi una vita, l’Albero del Piccioni fornisce la sensazione di qualcosa che è sempre esistito, che è nato con il mondo e con esso finirà. Questa sensazione è ribadita e confermata dalla cronologia delle misurazioni che ne ho effettuato da quando mi occupo di grandi alberi.
Come ho sempre raccontato, in una imprecisata sera dell’autunno del 1979, sfogliando i miei album di fotografie, vi trovai i miei due bambini, di 6 e 2 anni, fotografati vicino a un grande albero. Estrassi le tre foto, le collocai in un album a parte, e decisi di riempire lo stesso album di sole foto di grandi alberi. Uno dei tre era, appunto, l’Albero del Piccioni. D’altra parte, farsi una foto con l’Albero del Piccioni non è proprio cosa originale. Basta fermarsi un’oretta sotto la pianta, e sicuramente si assisterà alla scena di un automobilista che si ferma, fa scendere anche i suoi bambini o la fidanzata e fa loro una foto con l’albero.
Quando poi, qualche mese dopo, ripassai di lì e lo misurai, riscontrai una circonferenza di m. 8,70. Quando fui in procinto di pubblicare il libro “Marche, cinquanta alberi da salvare” del 1984, ripassai ad aggiornare la misura: m. 8,70.
Trascorsero parecchi anni e, in occasione della pubblicazione di “Alberi monumentali  delle Marche”, nel 2008, aggiornai, ovviamente, la misura la quale era… m. 8,70.
Ci sono ripassato pochi mesi fa e, indolentemente, rifeci con la rotella metrica il giro del fusto: e quale poteva essere la misura se non 8,70? Perciò l’albero, dal 1979 al 2012, in 33 anni è cresciuto di 0,0 centimetri, con un tasso di crescita annuo di 0,0 cm. Se, dividendo la circonferenza di un albero per il suo tasso di crescita, si ha il numero di anni della pianta, poiché ogni numero, diviso per 0, dà infinito, l’età dell’Albero del Piccioni dovrebbe essere infinita. Abbiamo, cioè, l’albero eterno. Il fattore che rende il fenomeno ancor più misterioso è che l’Albero del Piccioni gode di una salute eccellente, perciò il suo metabolismo lo dovrebbe portare ad una crescita, seppur minima.

Intanto: dove si trova l’Albero del Piccioni? Tutti gli automobilisti in transito sulla Via Salaria non possono fare a meno di notarlo essendo esso a margine della carreggiata. Negli ultimi 30 anni il tragitto della strada consolare è stato più volte modificato, sicché l’albero, che 30 anni or sono veniva lambito al piede dall’asfalto, si è trovato poi sotto la strada stessa, sì che gli automobilisti ne vedevano la sommità della chioma. Ora la strada è stata riportata al suo livello, ma dista circa 15 metri dal piede. All’altezza dell’albero l’A.N.A.S. ha fatto allestire una piazzola di sosta per le auto, con varco nel guardrail per consentire ai visitatori di accedere alla pianta. Il grande Platano abita a circa 4 km dalle ultime abitazioni di Ascoli Piceno, poche centinaia di metri prima della frazione di Mozzano. La circonferenza del fusto, se non si era ancora capito, è di metri 8.70; l’altezza è di circa 23 metri, mentre la sua ombra si spande su una superfice di 24 metri di diametro.
Il fusto presenta varie aperture. La più appariscente è quella sul lato est, che si allunga per tutta l‘altezza del fusto ed ha una larghezza variabile, ma di circa un metro a petto d’uomo.

Una seconda apertura, più piccola, è sul lato sud ovest.
La porta principale dà accesso ad una stanza che misura m. 2,40 x 2,10, cioè quanto una piccola cameretta. Volendo, e chiudendo con apposite imposte le aperture, si potrebbe vivere all’interno del tronco, ed è quello che in pratica qualcuno fece, come racconterò più avanti.
Entrando dentro la stanza e alzando lo sguardo, ci si accorge di una terza apertura, una finestrella ovale di circa 70 cm di diametro in media, attorno alla quale si aprono i rami del primo palco.
L’età, secondo alcune deduzioni, potrebbe essere ultramillenaria.  Questa la disamina.
Un documento del comune di Ascoli Piceno, datato 1718, nell’assegnare dei lavori da effettuare sulla via Salaria, pone come limite dell’esecuzione dei lavori, “…fino all’Albero di Picciò”. Questo sta ad indicare che l’albero non solo esisteva già, ma era anche qualcosa di notevole da costituire punto di riferimento. Il Picciò era il nobile ascolano Piccione Parisani.
Andando a ritroso nel tempo, si trova un altro Piccione, tale Piccione di Colloto, frazione nei pressi dell’albero, sembra del XVI secolo. Altre voci riportano l'origine dell'albero ai Crociati, che lo avrebbero importato dalla Terra Santa: la specie di appartenenza del Nostro è, infatti, il "Platanus orientalis"
Suggestiva, comunque, andando indietro nel tempo, la possibilità che l’albero abbia più di mille anni. Infatti, in un documento notarile del 1109 si legge che tale Ranieri del fu Ferrone cede alla sorella Benedetta delle terre “super infra civitate asculana in locum qui dicitur ispsum platanum” . Il posto è quello e sicuramente prendeva il nome da un grosso platano presente sul posto, quasi certamente proprio il Nostro. E se esso, nel 1109, era già così grande da dare il nome a una località, quanti anni doveva avere? Qui, però, rischiamo di entrare nella leggenda e ci fermiamo.
Quello che è più singolare di ogni altra cosa è che, con tanti Piccioni in giro, oramai per gli ascolani il nome è legato a un altro, cioè a Giovanni Piccioni, altrimenti chiamato “il Brigante”. Il nome alternativo dell’albero, quasi altrettanto noto al popolo, è, infatti, “la quercia del brigante”. Se può meravigliare che tanti possano chiamare “quercia” un platano, bisogna considerare che la pianta simbolo della campagna marchigiana è la quercia, più esattamente la roverella, che è anche l’albero che raggiunge le maggiori dimensioni, perciò ogni grande albero, per chi non se ne intende, è una quercia.
Giovanni Piccioni era il comandante di una guarnigione di soldati pontifici con sede a Valle Castellana (potrebbe essere equiparato a un odierno capitano, oppure maresciallo, dipende dalla consistenza numerica dei militari stessi).
Allorché venne costituita l’Unità d’Italia con la conquista degli ex territori pontifici da parte dei Piemontesi, il Piccioni e i suoi soldati si diedero alla macchia e si dedicarono ad atti di brigantaggio.
Qui il discorso si può portare ad una analisi dei fatti e alla constatazione di come sia tristemente vero che la storia “la scrivono i vincitori”. Riflettiamo. Cesare Battisti, Nazario Sauro, Enrico Toti, Fabio Filzi… uomini cui oggi sono dedicate vie e piazze, sono considerati eroi e martiri della Patria. Ma come verrebbero considerati, se la Prima Guerra Mondiale l’avessimo persa noi? Esattamente: ribelli, traditori, banditi.
Giovanni Piccioni e tanti altri su cui oggi grava l’infamante nome di “briganti” erano il più delle volte uomini coraggiosi che non avevano esitato a impugnare le armi contro quello che consideravano un esercito invasore, quello piemontese. Inoltre, essi avevano giurato fedeltà a un re, quello borbonico, o a un papa e, coerenti con il loro giuramento, combatterono e persero la vita. Il loro unico torto: aver perso la guerra.
Giovanni Piccioni, dunque, si diede ad atti di opposizione al nuovo governo e, per finanziarsi, si dedicava ad atti di brigantaggio. Egli usava proprio il fusto del Platano per tendere imboscate alle carrozze che passavano lungo la Salaria. A quell’epoca non esisteva la grande apertura sul lato est, ma esisteva quella superiore. Da essa il Piccioni si calava per nascondersi nel tronco e dalla stessa balzava fuori per fermare i viandanti e rapinarli. A un certo punto si diffuse il terrore nella zona e nessuno transitava più di notte sulla Salaria se non adeguatamente scortato. Il Piccioni, però, era un “ladro gentiluomo”, un Robin Hood in chiave moderna. Per alimentarsi, quand’era tempo di cavoli, egli si recava di notte per i campi, tagliava un cavolo e, sulla parte rimasta, lasciava un soldo. Al mattino i contadini, arrivando sul posto, riscuotevano e dicevano: “E’ passato Piccioni”.
Al Piccioni davano, ovviamente, la caccia i carabinieri del neo Stato italiano, fino a che, tradito probabilmente da uno dei suoi, il Piccioni venne arrestato da un capitano dei Carabinieri alla stazione di San Benedetto mentre, travestito da frate, aspettava il treno per fuggire.

Chi raccolse per me queste notizie, nel 1982, fu la guardia scelta del Corpo Forestale Pietro Fiori, il quale ebbe modo di parlare con il pronipote del capitano dei Carabinieri che operò l’arresto di Piccioni, il quale ostentava con orgoglio, appesa a una parete, la sciabola appartenuta al suo avo.
Il Piccioni, pochi anni dopo, morì nel carcere Malatesta di Ascoli Piceno, deve era stato recluso.
Catturato il Piccioni, il Platano cominciò ad essere meta di visite e di pellegrinaggi da parte degli ascolani. Un po’ per l’avanzare del tempo, un po’ perché i visitatori non se ne andavano senza portarsi dietro come reliquia un pezzetto della pianta, piano piano si creò l’apertura che si vede ancora oggi.
La biografia dell’Albero del Piccioni è nutritissima; forse, a fare attente ricerche, si potrebbe scrivere un opuscolo solo sulle vicende legate alla pianta. Foto e cartoline del patriarca, anche molto datate, non mancano certo. La sua prima apparizione in un libro è stata, comunque, quella sul mio “Marche, cinquanta alberi da salvare”, del 1984, dove esso è l’albero di copertina. Pochi anni dopo, fu scontato il suo inserimento nel primo volume di “Alberi Monumentali d’Italia” del Corpo Forestale, come in ognuna delle pubblicazioni su alberi nazionali apparsa in seguito.
Alla fine dello scorso millennio, la Quinta circoscrizione del comune di Ascoli fece apporre un grande cartello metallico, del colore rosso-marrone usato per la segnaletica turistica, dove venivano riportati i dati caratteristici della pianta, con le misure riportate nel mio libro, compreso il primato di circonferenza di tronco fra tutti gli alberi marchigiani. Non era stata, infatti, ancora stata censita la “Castagna de Menecola”, di Montegallo la quale, con i suoi m. 11,57 avrebbe stracciato il primato.
Il cartello, che riportava anche, sinteticamente, la storia della pianta, non ebbe vita lunga. Una notte di fine novembre del 2004, un autotreno in transito sulla Salaria, proveniente da Roma, probabilmente per un colpo di sonno dell’autista, giunto alla curva verso destra che la strada compie in corrispondenza dell’albero, non effettuò la curva stessa ma, proseguendo diritta, impattò prima con una macchina proveniente dal senso opposto, sfondò il guardrail e fermò la sua corsa sul tronco del platano. Il cartello, che si trovava lungo il tragitto, fu l’unica vittima dell’incidente. Per qualche tempo rimase, accartocciato, accanto al fusto del platano, finche non fu sgomberato e mai più sostituito.
Nell’incidente, l’autista del camion, che probabilmente se la cavò con qualche contusione, dovette la vita proprio all’Albero del Piccioni. Se lì ci fosse stato qualunque altro albero, anche di buone dimensioni, esso sarebbe stato spazzato via dalla forza d’urto dell’autotreno, e questo avrebbe concluso la sua corsa soltanto 300 metri più in basso, in fondo al dirupo dove corre il fiume Tronto, con sicura morte dell’autista. Invece, l’Albero del Piccioni non si mosse di un centimetro. Tutto il danno che ebbe a subirne fu una scalfittura di cinque centimetri sulla corteccia.
Chiudiamo qui, la storia dell’Albero del Piccioni, uno degli alberi più visitati, e visitabili, d’Italia.