Cosa ti racconta un albero?

sabato 26 gennaio 2013

I Grandi Alberi Nella toponomastica

Proviamo, anche per gioco, a sfogliare un atlante stradale per scoprire quante città, paesi, località, contrade, prendono il nome da alberi. Abbiamo quelli che fanno riferimento a boschi o gruppi di alberi: Cerreto, Castagneto, Rovereto, Faito, Trecastagni… ; oppure santuari o luoghi di culto in  genere che abbinano il nome della Madonna a un albero: Madonna dell’Acero, Madonna del Faggio, Madonna della Querce…; o anche località che si richiamano ad alberi: Prato del Quercione, Passo dei Tre Faggi, Forca d’Acero… Quasi sempre però l’albero che ha dato il nome alla località è scomparso e di esso non resta traccia, talvolta neppure nel ricordo.
In queste pagine, invece, vi vorrei far conoscere alcuni casi, sparsi nel nostro Paese, nei quali l’albero che ha dato il nome al posto è ancora vivo e reale.

Il Platano dei Cento Bersaglieri

Possiamo considerarlo il principe degli alberi italiani legati alla toponomastica. Si trova in comune di Caprino Veronese, non lontano dalla sponda orientale del Lago di Garda, in una frazione che si chiama, appunto, Platano. Inutile domandarsi quale sia il platano all’origine del nome. Prima che venisse scoperto il Platano di Curinga, in Calabria, veniva considerato il platano italiano dotato di maggior circonferenza: ben 11,50 metri anche se il cartello illustrativo a fianco del fusto parlava di 15 metri.
Nonostante le enormi dimensioni, non viene ritenuto più antico di 400 anni, e le ragioni della sua abnorme crescita vanno ricondotte alla vicinanza del torrente Tasso, sul cui argine sorge il Platano.
Il nome, come risaputo, è  dovuto ad un episodio storico. Nel corso di una esercitazione militare svoltasi nel 1937, una intera compagnia di bersaglieri si mimetizzò fra le sue fronde. Tuttavia, a detta del suo vicino di casa, il vecchio Isaia Brighenti, tale nome doveva considerarsi usurpato in quanto la medesima operazione era stata compiuta, molto anni prima, da una compagnia di alpini.
La sua biografia è ricchissima di episodi, tutti raccontati dallo stesso Isaia che a pochi metri dal platano era nato ed era morto a quasi cento anni.
Durante la guerra, per la sua eccessiva vicinanza alla strada e a causa del rigoglio del suo fogliame, venne giudicato dal comando tedesco della zona una possibile minaccia, prestandosi troppo bene a favorire un’imboscata di partigiani; per questa ragione, esso venne privato di gran parte della chioma.
Poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, l’albero era stato teatro di una tragedia. Due ragazzi del posto avevano trafugato dei candelotti di gelatina da un vicino deposito di munizioni. Saliti sull’albero, si divertivano: mentre il più grande, salito più in alto, dava fuoco ai candelotti e li lanciava, facendoli esplodere lontano, il più piccolo, posto più in basso, guardava. All’ennesimo lancio, una raffica di vento colse a volo il candelotto, la deviò e lo fece infilare, dritto dritto, nella camicia aperta del più piccolo, dove esplose polverizzando il povero ragazzo.

Il Platano di Scandicci

Altro enorme Platano che dà il nome al posto che lo ospita è quello che giganteggia nel giardino di Villa “Il Platano” a Scandicci, di proprietà dei conti Poccianti.
Come raccontava trent’anni fa il suo vecchio proprietario, Cesare Poccianti, esso era stato piantato da suo trisnonno, Gian Pasquale, in occasione di un forte terremoto che aveva colpito Firenze verso nel 1812. Nella villa fervevano i lavori di riparazione dell’edificio e l’acqua per fabbricare la malta veniva attinta dall’antico pozzo. Si era in estate, in piena canicola, e alla fatica di estrarre manualmente l’acqua si aggiungeva il caldo soffocante. Fu così che il conte fece piantare un platano perché facesse ombra ai muratori stessi. Già al primo inverno di vita, una forte raffica di vento ne troncò la punta. Il giardiniere dell’epoca volle tentare un’operazione. Rimise a contatto le due parti, ricoprì il punto di saldatura con sterco di vacca, e legò il tutto con una benda robusta. Il rimedio ebbe efficacia e il platano cominciò a crescere fino ad un’altezza incredibile, oltre 40 metri, tanto che si diceva che a un certo punto l’albero venisse indicato sulle carte in uso all’aeronautica militare come un possibile pericolo per i voli.

Le ragioni di uno sviluppo così prepotente vanno ricercate nella costante e abbondante disponibilità di acqua. Oltre a quella del pozzo vicino a quale il Platano era stato piantato, a circa 20 metri, fuori della mura, corre il fiume Greve e i renaioli che con la loro barca dragavano la sabbia dal fondo del fiume, affermavano che capitava loro spesso di inciampare nelle sue radici.
All’epoca di Firenze capitale (1865-70), fu Guido, nonno di Cesare, a proporre, in una riunione di famiglia, di intitolare la villa stessa al Platano.
Passavano altri decenni; arrivava la guerra. In uno dei tanti cannoneggiamenti da parte delle truppe alleate su Firenze, una cannonata colpì il fusto all’altezza del primo palco di rami, a circa 20 metri da terra, passandolo da parte a parte. Il padre di Cesare, Lorenzo, come si usava fare allora, fece chiudere la ferita con un tappo di cemento. Dopo circa 20 anni, la punta del platano cominciò a seccarsi. Gli esperti, convocati, suggerirono di tagliare tutta la parte del platano sovrastante il punto di ferita: un vero massacro! Il conte Cesare non si rassegnò e fece di testa sua. Fatto togliere il tappo di cemento, fece eliminare tutto il legno marcio che si era creato attorno ad esso, fece spalmare la ferita aperta con catrame, e fece praticare un foro sul tronco, comunicante con la ferita ma più in basso della stessa per evitare il ristagno di acqua piovana. Infine, anziché effettuare la mutilazione suggerita, si limitò ad asportare solo la parte morta la quale, una volta a terra, sembrava essa stessa un grande albero, raggiungendo una lunghezza di 15 metri.
Il mio ultimo rilevamento, effettuato nel 2000, dava una circonferenza del fusto di m. 6,30 e un’altezza di circa 32 metri.

Il Castagno di Orciano

A Orciano Di Pesaro c’è un quartiere denominato “il Castagno”. In questo quartiere c’è un piccolo parco denominato “Il Castagno”, dove opera un ristorante che si chiama “Il Castagno” e, ovviamente, c’è anche lui, il Castagno. Si tratta, in realtà, del più bell’ippocastano delle Marche. Una circonferenza di m. 4,10 rilevata nel 2005.
Era stato piantato nel giardino della sua abitazione dal conte Laudadio della Ripa e lì era sempre vissuto tranquillo, con l’unica incombenza di crescere e fare ombra ai suoi proprietari. Negli anni Settanta del secolo scorso la bisnipote di Laudadio, contessa Luciana Branca Aria Della Ripa, vendette tutta la proprietà, Castagno compreso, al comune di Orciano che cominciò subito ad effettuare lavori di ristrutturazione. Prima iniziativa: pavimentare tutto il terreno attorno al Castagno per farne una pista da ballo. Con questa situazione, e relative foto, il libro entrava nel 1984 nel libro “Marche, cinquanta alberi da salvare”. Non appena l’anziana contessa vide come era stato conciato il suo amatissimo castagno, mi telefonò, implorandomi di adoperarmi affinché facessi smantellare quel pavimento. “Me lo fanno morire!”, diceva fra le lacrime la contessa. Segnalai la cosa al sindaco di Orciano e, quasi a dare conferma ai timori della contessa, il Castagno cominciò a deperire e mostrare porzioni di chioma che si seccavano. Il comune, cosciente del suo non comune personaggio vegetale, fece subito eliminare il pavimento sostituendolo con uno che lasciasse trafilare l’acqua piovana. A seguire vennero eseguiti altri lavori tutti finalizzati alla salute del Castagno.

 Il terreno venne tutto rimosso e sotto, fra le radici, venne realizzata una canalizzazione di tubi di gomma collegati a una saracinesca aprendo la quale l’acqua affluiva a tutto l’apparato radicale. Infine, venne realizzata una staccionata attorno al tronco per evitare che il calpestio degli avventori del ristorante costipasse il terreno. Oggi il Castagno continua a nobilitare il suo quartiere con la sua affascinante figura e, quando egli sarà sparito, il suo ricordo resterà nel nome del quartiere.

La Cerquatonda

E’ forse l’albero più famoso fra quelli che hanno dato il nome a una località. Essa sorge con la sua solenne silhouette in località Cerquatonda, comune di Montalto Marche (AP). Anche l’agriturismo attiguo reca il nome della pianta, come pure le scuole elementari del luogo.
L’importanza che viene attribuita alla quercia è testimoniata da quanto fatto dal comune stesso. Circa 15 anni fa la quercia si era ammalata per un attacco di cerambici e rischiava di morire. Rapidamente, il comune deliberò una spesa di quasi due milioni per salvarla. Ad operare venne chiamato un noto alpinista dei Sibillini, Alfredo Giannini il quale, sfruttando le sue doti di scalatore, si inerpicò con la motosega sui rami della Cerquatonda asportando le parti malate e praticando le cure all’uopo. I ritagli della potatura fornirono una catasta di legna di quaranta quintali. Dopo l’operazione la quercia riprese tutto il suo vigore e oggi, segnalata da appositi cartelli turistici, è uno degli alberi più visitati da turisti e scolaresche delle Marche.

Il Cerro di San Marcello

A San Marcello Pistoiese c’è un grande parco che reca il nome di Parco della Quercia. La quercia in questione è lì, ancora ben presente, anche se le ultime segnalazioni la danno in preoccupante stato di salute.
Per circonferenza risulta essere il terzo cerro d’Italia (m. 6,08 rilevati nel 2002), mentre l’estensione della chioma (34 metri) lo vede al secondo posto.
Durante la Seconda Guerra Mondiale l’albero fu protagonista di un episodio toccante. Su queste montagne correva la famosa Linea Gotica, ultimo baluardo opposto dai tedeschi per contrastare l’avanzata degli alleati. Il Comando tedesco, per procurarsi la legna necessaria alle sue operazioni, aveva dato ordine di censire tutti gli alberi più grandi della zona. Al Parco della Quercia si presentò un colonnello il quale, accompagnato dal proprietario, conte Farina Cini, effettuò la ricognizione per tutto il parco. Giunto davanti al grande cerro, l’ufficiale restò alcuni minuti in estatica contemplazione, poi, quasi parlando a se stesso, disse: “M rifiuto di commettere un simile delitto” e, girati i tacchi dei suoi stivali, riprese la strada verso l’uscita.

L’Abetone

Restiamo in zona, a pochi chilometri da San Marcello Pistoiese.
Tutti avranno capito che la celebre località sciistica toscana Abetone deve il suo nome a un grande abete. Questa volta, tuttavia, l’abete titolare della dedica non c’è più. C’è invece, al suo posto, quello che tutti giudicano il suo erede naturale che qui possiamo ammirare in una foto recente inviataci da Ettore Benedetti. Si trova a circa 2 km da Abetone, per chi proviene da San Marcello Pistoiese, appena passata la località chiamata Le Regine. La sua età viene valutata in 200 anni e la sua nascita viene fatta risalire all’epoca del Granduca di Toscana Leopoldo I. Il grande abete fa parte di un grande bosco composto da altre piante sue simili ma soprattutto da faggi, ma esso è nettamente superiore, per dimensioni del fusto, a tutti i suoi compagni. L’importanza attribuita alla pianta è dimostrata dal cartello esplicativo collocato accanto ad esso. L’altezza rilevata è di 42 metri; la circonferenza, ovviamente, non è più quella di m. 4,69 denunciata dal cartello. Oggi, come lo stesso Ettore ci informa, è di m. 4,85. E’ uno dei più grandi abeti dell’Appennino; in Toscana è superata solo dal più grande degli abeti di Basso Matanna, in Garfagnana, e da un suo fratello che si trova anch’esso in provincia di Pistoia, in località Macchia Antonini: entrambi hanno superato i 5 metri di circonferenza.
Si potrebbe continuare ancora per molte pagine, perché tantissimi sono gli esempi che mi vengono in mente (il ristorante la Quercia, l’agriturismo il Vecchio Gelso, la fattoria La Quercia di Racciano…) ma la sazietà (mia e del lettore) mi impone di fermarmi qui.