Cosa ti racconta un albero?

mercoledì 9 gennaio 2013

La "Cacatora"

LA CACATORA
Con le vicende di cui è stata protagonista nell’ultimo anno, questa quercia è diventata, forse, l’albero monumentale più conosciuto d’Italia. Ritengo opportuno, oltre che doveroso, raccontare ai nostri affezionati lettori le vicende trascorse dal giorno della sua scoperta ad oggi.

E’ l’estate del 1986. Il libro “Emilia Romagna, ottanta alberi da salvare”, pubblicato da Vallecchi, si è appena depositato, ancora fumante d’inchiostro di stampa, sugli scaffali delle librerie, quando il mitico Scaccabarozzi ed io siamo già al lavoro per realizzarne uno sull’Abruzzo.

Luigi Scaccabarozzi, da Sesto San Giovanni, classe 1935: forse il pioniere assoluto nel mondo dei cercatori di alberi. Figuratevi che già negli anni Sessanta egli programmava e realizzava i suoi viaggi con l’obiettivo preciso e dichiarato di andare a vedere un grande albero, come oggi si partirebbe per visitare gli Uffizi, o San Pietro. Peccato che abbia deciso di rifiutare drasticamente tutte le diavolerie moderne (computer, internet, posta elettronica, macchina fotografica digitale) e di continuare a usare la sua Olivetti portatile, le foto con rullino, la posta con busta e francobollo, altrimenti oggi sarebbe ancora un maestro e un efficientissimo interlocutore per chiunque, nel campo dei grandi alberi.

Precedendomi alla stregua di quanto faceva san Giovanni Battista con Gesù, egli aveva giù effettuato i suoi raid presso gli ispettorati forestali delle provincie di Teramo, Chieti e l’Aquila e, grazie alla cortesia e disponibilità dei rispettivi comandanti, aveva consultato le schede del censimento da poco effettuato dal Corpo Forestale stesso, aveva stilato un elenco degli alberi più significativi che mi aveva mandato in copia, e si era messo sulle piste degli stessi, arrivando per primo a scoprire esemplari eccezionali come il Faggio di Acquaratola, la Cerqua a Mazzocche (nella foto sottostante) e la Cerqua de Zi’ Co’ . 

Sulla sua scia, ecco partire Valido Capodarca che, per i primi alberi, si avvale come per il passato della collaborazione degli agenti del Corpo Forestale come guida.

I rapporti con i vertici del Corpo si stanno tuttavia incrinando, non essendo visto di buon occhio il fatto che i dati raccolti dal personale forestale vengano usati da privati per farne oggetto di pubblicazioni. Sicché il Comandante, dottor Alfonso Alessandrini, emana l’ormai famosa circolare visibile qui in copia.
Da questo momento, vicino agli alberi del libro non si vedrà più una sola divisa.

Sulla scorta delle indicazioni trasmessemi da Scaccabarozzi, arrivo alla Cerqua de Zi’ Co’, conosco il suo proprietario, Cosimo di Paola, e suo nipote, un ragazzo sveglio di cui non ricordo il nome.

 


Qualche sera dopo, nella mia casa di Firenze ricevo una telefonata.

“Sono Domenicantonio Federici, ieri sera ho parlato con il nipote di Cosimo di Paola, il quale mi ha detto del libro che sta scrivendo. Volevo farle sapere che anche noi abbiamo un quercia molto grande”, e mi fornisce le indicazioni per raggiungere lui e la quercia in questione.

Con il primo viaggio in zona, raggiungo Basanello, frazione di Barete, dove Domenicantonio conduce con suo fratello Paolo Augusto un podere in affitto in cui essi allevano il loro gregge. E’ Paolo Augusto ad accompagnarmi alla quercia, distante non più di 150 metri dalla sua casa. 






La quercia mi appare in tutta la sua solennità, e mi resta inspiegabile il fatto che, come mi dice il Federici, la mia sia la prima attenzione che la pianta riceve. Non la conosce neppure il personale della competente stazione forestale, tanto è vero che non è stata neppure censita.

Già, il censimento… Per un attimo, solo un attimo, assaporo dentro di me il gusto della vendetta contro l’emanatore della circolare del divieto, ma chi in quel momento sta traducendo in pubblicazione tuti i dati del censimento è il vice di Alessandrini, dottor Lucio Bortolotti. Persona dotata di elevate capacità professionali e profonde doti umane, il Bortolotti comprende che se il divieto impedisce le notizie in uscita, al tempo stesso ostacola quelle in entrata, cioè la segnalazione di alberi sfuggiti al censimento.

Per questo, al mio ritorno a Firenze, segnalerò al Bortolotti l’esistenza di questa quercia affinché anch’egli vada a visitarla.

Nel frattempo, rilevo le misure (la circonferenza risulta di m. 6,45) e prendo appunti per scrivere la storia, che si rivela abbastanza nutrita di episodi.

La quercia – spiega Paolo Augusto – è chiamata sul posto “La Cacatora”. La spiegazione del nome, ovviamente, va all’uso che della pianta sarebbe (o sarebbe stato fatto), ma Paolo Augusto mi propone subito un’alternativa; infatti, la grande cavità all’interno del fusto non presenta traccia alcuna di un uso, presente o passato, men che decoroso. Il nome deriverebbe da una caratteristica unica della quercia: essa, al contrario di quanto fanno le comuni querce, non verserebbe le sue ghiande tutte in pochi giorni, ma lo farebbe nell’arco di molti mesi, forse tutto l’anno, un po’ alla volta.

In qualche interstizio sotto le radici, in una cavità accessibile dall’interno del tronco, vivrebbe un serpente color ruggine, di almeno tre metri di lunghezza. Racconta, infatti, il Federici, che un giorno se ne stava appollaiato sul bordo superiore della cavità, con le gambe rivolte verso l’interno (la caverna è a cielo aperto), quando il rettile uscì dalla sua tana e cominciò a inerpicarsi lungo la superficie interna del tronco. Ebbene, la testa aveva raggiunto l’altezza degli occhi dell’uomo, e la coda non era ancora tutta uscita dalla tana.

Lo stesso serpente poi sarebbe stato visto ancora da Paolo Augusto nell’ovile, intento a suggere il latte dai capezzoli di una pecora.

Al momento della pubblicazione del libro “Abruzzo, sessanta alberi da salvare” (1988), avrei poi scelto proprio la Cacatora come albero di copertina. L’anno dopo, 1989, veniva pubblicato anche il primo volume di “Alberi Monumentali d’Italia” e il Bortolotti non mancava di dare il giusto risalto alla Cacatora.

Avrei rivisto la quercia una sola volta, nell’estate del 2007. La misura della circonferenza si era incrementata fino a m. 6,75.

Il resto, non è più storia, ma cronaca, in parte raccontata da Francesco Nasini nel suo “Grandi Alberi d’Abruzzo”, al quale – come si fa in atletica – passo il testimone.