Cosa ti racconta un albero?

lunedì 14 gennaio 2013

La Cerquagrossa


La CERQUAGROSSA di Serra de’ Conti




Può, un albero monumentale, smettere di essere monumentale?
Ma poi, in definitiva, quando un albero può essere definito “monumentale”?
Lasciamo perdere la definizione ridicola fornita al mio coautore Eno Santecchia da un funzionario della regione Lazio: “Un albero è monumentale quando lo decidiamo noi”. Sarebbe come se il Papa dicesse: “Uno va in Paradiso quando noi decidiamo di farlo santo”. Già in passato diversi autori hanno provato a darne una definizione, come il prof. Renato Pampanini in un suo libriccino del 1927, o la Provincia di Bolzano nel suo opuscolo “L’albero, monumento naturale” del 1975.
In introduzione al mio primo libro “Toscana, cento alberi da salvare” del 1983, ho fornito una spiegazione su quali erano i criteri cui mi ero attenuto per la scelta degli alberi, che erano:
due requisiti fondamentali: dimensioni assolutamente fuori della norma relative alla specie, e bellezza non comune;
due complementari: posizione particolarmente felice (valore paesaggistico) e ricchezza di notizie storiche.
Questo lascia intendere che, se un albero fosse stato enorme ma molto brutto, oppure molto bello ma di dimensioni ordinarie, non lo avrei considerato monumentale.
Gli altri due requisiti avrebbero contribuito a condizionare la scelta; ad esempio, un albero cui sarebbe mancato qualche centimetro, ma che era stato testimone di un episodio storico, lo avrei preferito ad un altro magari dotato di qualche centimetro in più ma anonimo.
Un problema si poneva quando mi imbattevo in un bosco, un viale, un gruppo, tutto costituito di alberi di eccezionali dimensioni: il Castagneto di Renaio, il viale di Platani di Bolsena, la faggeta di Monte Venere… In questi casi, non potendo dedicare una pagina ad ogni singolo albero, sceglievo uno o due dei più significativi a rappresentare tutto il complesso.
Questi requisiti venivano, per così dire, ufficializzati dalla Direzione Generale del Corpo Forestale nella pubblicazione “Alberi Monumentali d’Italia” del 1989-90, con qualche differenza rispetto a quelli da me enunciati. Ad esempio, veniva data molta importanza al valore storico di un albero, indipendentemente dalle dimensioni.
Inoltre, veniva introdotto il concetto di “Gruppo monumentale” (filare, viale, bosco…) come il viale di cipressi di Bolgheri, o i platani della Valle dei Platani di Villa Borghese.
Alla fin fine, tuttavia, il criterio di base cui mi sono sempre attenuto nella scelta è stato sempre soggettivo, ed era determinato dall’emozione, tutta personale, che l’albero mi forniva e che – immaginavo – sarebbe stata la stessa per chiunque avesse avuto la stessa sensibilità. In pratica, la domanda, molto banale, alla quale cercavo risposta era: “Se consigliassi a qualcuno di venire a vedere quest’albero, ne riceverei un “grazie” o un “vaffa”?
Racconterò un aneddoto. Dopo la pubblicazione del mio primo libro sulla Toscana, il sindaco di Trequanda (SI), fece apporre tutta una serie di cartelli turistici con la scritta “Pianta Monumentale” lungo l’itinerario che conduce ad uno dei lecci più grandi e più belli d’Italia, un vero capolavoro della natura.  Mi raccontava in seguito il suo proprietario che molti giungevano nel suo giardino e restavano incantati dalla bellezza  e grandezza della pianta; ma c’era anche chi, arrivato lì, senza neppure scendere dalla macchina, abbassava appena il finestrino, domandava “sarebbe questa la pianta monumentale?” e se ne andava. Chissà cosa si aspettava di vedere? Secondo me, la statua in marmo di un albero messa su un piedistallo.
Torniamo ora alla domanda iniziale: può un albero monumentale, smettere di esserlo?
Porterò qualche esempio. Nella prima versione, non pubblicata, del mio libro sugli alberi monumentali del Lazio, avevo inserito un bellissimo eucaliptus lungo una strada provinciale presso Latina, dotato di una grande chioma molto armonica. Tornando dopo venti anni, l’albero c’era ancora, ma ridotto a un misero troncone: la provincia, per ragioni di sicurezza stradale, lo aveva privato di tutta la chioma. A malincuore, lo cancellai dal libro. Una soluzione intermedia è quella di recente adottata da Francesco Nasini nel suo "Grandi Alberi d’Abruzzo". A Casalincontrada esisteva una delle querce più belle d’Abruzzo, dotata di chioma amplissima che scendeva da ogni lato fino a terra. Una tempesta la privò di quasi tutta la chioma, lasciando in piedi una porzione di tronco e un ramo. Ovviamente l’albero continuava ad esistere ma, così ridotto, non aveva più nulla di monumentale. La  scelta è stata quella di lasciare l’albero nel libro, ma nel capitolo dedicato agli alberi monumentali perduti.
Avrebbe potuto essere, questa, la scelta per l’albero oggetto di questo articolo, ma la mia decisione è stata quella di lasciarlo nel libro, anche in considerazione degli sforzi fatti per salvarlo.
Fino a una ventina di anni fa, chi transitava lungo la strada provinciale che costeggia la valle del fiume Misa, giunto all’altezza di Osteria, frazione di Serra de’ Conti (AN), non poteva fare a meno di volgere lo sguardo verso i campi in direzione del fiume, attratto dalla visione della Cerquagrossa, la pianta visibile in versione invernale all’inizio di questo testo e in versione estiva nella foto sottostante.
 
 
 
 
Le dimensioni, rilevate nel 1982, erano di m. 5,00 la circonferenza del fusto, e m 34
il diametro della chioma. Era proprio questa ampiezza di chioma a rendere eccezionale la pianta che era, sotto questo parametro, la seconda quercia delle Marche, a pari merito con la Cerquabella di Montegiorgio, e superata solo di un metro dalla quercia Pierigè di Cingoli.
Proprietaria era la signora Mirella Marzocchi di Senigallia, che era anche la depositaria di tutte le vicende storiche conosciute sulla sua quercia.
Il terreno su cui si erge la quercia era stato concesso in passato a contadini con il contratto di mezzadria. Poiché la presenza della quercia sottraeva  alle colture quasi mille metri quadrati di terreno, il contadino aveva più volte insistito con il padre della Mirella affinché la quercia venisse abbattuta o, quantomeno, venisse limitata nella sua estensione ma il proprietario si era sempre sdegnosamente rifiutato, rinunciando al guadagno che gli sarebbe potuto derivare dalla coltivazione di quella superficie, piuttosto che alla quercia.
Un certo danno all’imponente ramificazione della Cerquagrossa era derivato da un bombardamento alleato nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Una bomba d’aereo cadde proprio sulla pianta, recidendo un ramo. Per sgomberare il ramo caduto, ridotto in comodi ciocchi, i contadini impiegarono con i birocci diversi giorni; esso, poi, avrebbe costituito la riserva di legna per tutto l’inverno.
Con queste notizie, e con queste foto, la Cerquagrossa diveniva uno degli alberi dominanti del mio libro “Marche, cinquanta alberi da salvare” del 1984. Fu l’inizio della grande notorietà per la quercia. Giunsero giornalisti a scrivere articoli, e apparvero alcuni servizi televisivi sul TG3, che mostravano alcune scolaresche che, accompagnate dalle insegnanti, libro alla mano, facevano visita alla Cerquagrossa.
Nel frattempo, nell’inverno del 1984, cioè pochi mesi prima della pubblicazione, purtroppo, un altro dei rami visibili nella foto, proprio quello immediatamente adiacente a quello perduto per la bomba, forse proprio a causa della precedente ferita che aveva indebolito il suo punto di attacco al fusto, crollò al suolo.
Nel 1989 la Cerquagrossa entrava con pieno diritto fra i 300 alberi più monumentali d’Italia nel 1° volume di Lucio Bortolotti. L’autore coglie la pianta in un momento veramente… unico, nel turbinio di una tempesta di neve. Tuttavia, pur fra lo sfarfallio dei fiocchi e nonostante la quercia abbia ancora le foglie, appare chiara la ferita aperta dalla perdita del secondo ramo.
Ben più tragico doveva essere, invece, l’incidente che colpì la Cerquagrossa nel novembre del 1994. Una precoce abbondante nevicata colse la quercia ancora munita din tutto il fogliame. Su di esso si accumulò la neve provocando la tragedia con il suo peso eccessivo: oltre metà della chioma cadde al suolo aprendo una cruda ferita sul tronco. Prontamente le autorità comunali di Serra de’ Conti e quanti avevano potere di decidere sulla pianta intervennero per scongiurare  ulteriori perdite. La ferita venne livellata e ricoperta di materiale proteggente, nella speranza che, dalla parte tagliata, la natura provvedesse a far germogliare qualche nuovo ramo che, con il tempo, mascherasse la perdita.



Quasi sempre, quando una pianta perde metà della chioma, subito dopo perde anche il resto, per una ragione legata allo squilibrio che si viene a creare. Forse sono stati i lavori eseguiti a scongiurare questo ulteriore evento.
Oggi la Cerquagrossa appare come la vediamo in queste ultime immagini, decisamente tristi. Quasi più avviene che gli automobilisti in transito sulla provinciale si volgano dalla sua parte, e quasi più nessuno si reca a trovarla. Anche questo accomuna la sorte degli alberi a quella degli uomini: passata la bellezza, trascorsa la forza, giunge l’oblio!