Cosa ti racconta un albero?

domenica 20 gennaio 2013

Le Querce delle Streghe


QUANTE SONO LE “QUERCE DELLE STREGHE”?
Una della caratteristiche che contraddistinguono i grandi alberi è che, molto spesso, sono dotati di un nome proprio. Fra le specie, forse quella che più viene toccata da questa realtà, è la quercia. Il nome può derivare dalle sue caratteristiche dimensionali: il Quercione, la Querciona, Lu Cerquò, Cerquagrossa, ecc.; oppure dalla località, o dal nome del proprietario…(la Cerqua de Zi’ Co’); talvolta dalla sua particolare avvenenza (Cerquabella) o dalla conformazione (Cerquatonda).
Talvolta il nome deriva da una credenza popolare. Uno dei nomi più inflazionati è quello di “Quercia delle Streghe”. Attualmente, a livello nazionale, con una fama che si estende su un territorio di grandezza variabile, se ne conoscono almeno quattro. Esse saranno le quattro regine di questo articolo.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Villa Carrara

La regina assoluta, la cui fama si estende a livello nazionale e non solo, può essere considerata  quella che si trova sulle proprietà di Villa Carrara, nella frazione di Gragnano, comune di Capannori. E’ talmente conosciuta, fotografata e pubblicata, che ormai nessuno si ricorda più che essa ha un proprietario che da decenni se ne prende amorevolmente cura, ed è la famiglia Carrara, la cui casa dista un centinaio di metri dalla pianta. Questa quercia vanta, nel nostro Paese, il primato della chioma più ampia fra tutte le querce italiane, con 39 metri di diametro. Sono tanto lunghi, i suoi rami, che oramai non ce la farebbero più a sostenersi con la sola loro forza, ma hanno bisogno di essere sorretti da puntelli. La stessa forma dei rami, con i loro contorcimenti, ha contribuito a creare la leggenda che siano state proprio le streghe, con il loro continuo viavai su di essi, a provocare quelle circonvoluzioni.
La sua storia è stata già oggetto di pagine di libri e di riviste. La ricapitoliamo.
Agli inizi del secolo scorso una scolaresca in visita alla quercia si appese per gioco ad uno dei suoi rami e lo spezzò alla radice. Durante la guerra l’ampia chioma fu sfruttata da un reparto corazzato tedesco per mimetizzare i carri armati all’osservazione aerea nemica. Al momento della partenza, il comandante avrebbe voluto abbatterla per farne legna da ardere; la quercia venne salvata dalla proprietaria che, conoscendo bene la lingua tedesca, riuscì a convincere il comandante del valore monumentale della quercia. Oggi qualcuno vuole spingere ancor oltre la leggenda, identificandola con quella sotto la quale Pinocchio nascose i suoi zecchini.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Loreto Aprutino


Di eccezionale valore è anche l’omonima quercia di Loreto Aprutino della quale posso vantare la scoperta.
Era il 1986. Avevo da poco iniziato le ricerche per realizzare il mio “Abruzzo, 60 alberi da salvare”. Il mio fido collaboratore Luigi Scaccabarozzi aveva attinto ogni possibile notizia presso gli ispettorati forestali di Teramo, L’Aquila e Chieti. Mancava la sola provincia di Pescara, il cui comandante vietava l’accesso alle informazioni: aveva da poco ricevuto la famosa circolare della sua Direzione Generale. Nel tentativo di coprire anche questa provincia, inviai una lettera circolare a tutti i sindaci, pregandoli di segnalarmi eventuali alberi di eccezionali dimensioni sul loro territorio. Solo in 5 risposero. Due di essi comunicavano che non avevano alberi, uno segnalava un albero già da me conosciuto, una proponeva un albero che non raggiungeva le dimensioni necessarie. In pratica, la vasta operazione aveva partorito un solo topolino, anche se di belle dimensioni: la quercia del Convento di Colle Romano di Penne. Recatomi a visionare la quercia, lungo l’itinerario, come mia abitudine, non tralasciavo di guardarmi attorno e, sulla via del ritorno, giunto in località Passo Cordone, in comune di Loreto Aprutino, in nettissima evidenza in mezzo a un campo, mi apparve una quercia di dimensioni eccezionali. Il fusto misurava m. 5,93 di circonferenza ed appariva come un enorme vaso aperto sulla sommità, dal quale partiva una chioma di ridotte dimensioni. Sembrava una pianta ormai avviata sul viale del tramonto. Rintracciato il proprietario, dottor Schipsi, questi mi rivelava che sul posto la pianta era nota (evidentemente non presso il comune di Loreto Aprutino che si era ben guardato dal segnalarla) con il nome di Quercia delle Streghe, perché si riteneva che le stesse usassero per le loro cerimonie la grande cavità del fusto. Il dottor Schipsi avanzava anche l’ipotesi che anche i briganti avessero usato lo stesso tronco per tendere agguati ai viandanti.
Tornavo a rivedere la grande quercia nel 2011, insieme a Francesco Nasini che stava già componendo il suo “Grandi Alberi d’Abruzzo”. Non sembravano più gli stessi, né il posto (ora occupato da case con rispettivi giardini), né la Quercia (ora inserita proprio all’interno di uno di questi giardini). La circonferenza era aumentata a m. 6,30 ed anche la forma del fusto era mutata, diventando – da troncoconico qual era – ben cilindrica; anche la chioma aveva acquistato notevole rigoglio e, cosa più stupefacente, si stava richiudendo la grande cavità sulla sommità. Come avesse fatto la quercia, in 25 anni, a migliorarsi così, lo potrà dire solo la natura.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Lapedona.



Se, trenta anni fa, a contenderle la fama poteva esserci la grande quercia di Madonna di Manù, da quando questa, nel 1994, è crollata al suolo, nessuno più può contendere a questa quercia il ruolo di albero più grande del territorio di Lapedona (FM). Le dimensioni sono di grande rilievo. Su un fusto di notevole altezza, ma di soli 4,25 metri di circonferenza, si eleva una chioma di ben 33,5 metri di diametro, mentre l’altezza totale della pianta è di 28 metri.
Quello che più colpisce è però la posizione della Quercia. Poiché essa è radicata nel fondo di una piccola valle dove scorre il tratto iniziale del Fosso San Biagio, chi la osserva dalla strada e dai terreni soprastanti vede solo la sommità della chioma, e sarebbe portato a pensare di avere a che fare con un boschetto di querce. Solo affacciandosi sul dirupo e, ancor più, scendendo in fondo allo stesso, ci si accorge che tutto il bosco è alimentato da un unico fusto; è, cioè, la chioma della quercia. La stessa chioma, vista da sotto, sembra la cupola di una cattedrale. Essa è ben nota ai cacciatori in quanto sui suoi rami sono solite riposarsi colonie di colombacci. I rami, infatti sono molto distanziati l’uno dall’altro e i volatili vi si possono muovere agevolmente, come dentro una gigantesca voliera. Il posto alquanto sinistro, la vicinanza di un antico convento con altre querce secolari e contorte, la lontananza da ogni centro abitato hanno fatto nascere anche su questa quercia la credenza che fosse abitata da streghe.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Montefiore dell’Aso


La scoperta di questa ennesima ed ultima quercia con questo nome è dovuta esclusivamente a Francesco Nasini che, con il suo ritrovamento, si è meritato a pieni voti il diploma di “cercatore di alberi”. Uno dei principali requisiti richiesti è, indubbiamente, quello di saper avvertire un grande albero “a naso”, anche dove nessun altro esploratore penserebbe di trovarlo. Altro requisito è la perseveranza, cioè l’insistenza a volerlo trovare anche oltre ogni più pallida speranza. E’ quello che ha dimostrato di possedere il Nasini catturando questa eccezionale preda. La circonferenza è, infatti, di m. 5,70 che ne fa la più grande quercia, per circonferenza, della provincia di Ascoli Piceno. Peccato una chioma decisamente non proporzionata a tanto tronco, probabilmente dovuta ai numerosi tagli effettuati in passato.
Per trovarla, occorre immettersi su una provinciale di non grande transito come quella della Val Menocchia. Al km 7 circa si lascia la provinciale per immettersi su una stradina brecciata che risale la collina, che a un certo punto va lasciata per imboccare, sulla destra, una strada ancora più dissestata, a fianco della quale, visibile solo quando si arriva a pochi metri, si trova la vecchia quercia. Insomma, per trovarla, bisogna andarci apposta, magari accompagnati. Se non è abilità questa…
E’ il proprietario, signor Cossignani, a rivelare che la sua pianta è conosciuta con questo nomignolo, sempre per la credenza popolare che associa la figura insolita della quercia all’antica presenza di streghe.
Un altro particolare che contraddistingue questa pianta, è la presenza di una sorta di sedile sulla parte più alta del fusto, facilmente raggiungibile da chi si voglia arrampicare. Infatti, non è raro vedere famiglie con bambini al seguito che issano i loro figli sul sedile per scattare una foto curiosa da conservare per ricordo.


La ROARA di Tregnago


Strettamente legata a leggende di streghe, ma scomparsa da qualche anno, era la grandiosa “Roara” di Tregnago, una delle querce più belle e più grandi d’Italia.
Narra la leggenda che sotto la sua chioma si dessero convegno due innamorati. Una strega si era invaghita del ragazzo e una notte trasformò in ramo la ragazza che era arrivata prima e si sostituì a lei. Quando giunse il giovane, questi cominciò le sue effusioni amorose verso quella che riteneva la sua innamorata. A un tratto un raggio di luna rischiarò il volto della strega. Il giovane lanciò un grido e la spinse lontano da sé. Infuriata, la strega trasformò in ramo anche il giovane. Quale dei rami della strega sono quelli che una volta erano i due innamorati, nessuno lo seppe mai. La leggenda venne raccontata da Giuseppe Rama in “Leggende di streghe veronesi” .

Vorrei pregare chiunque conosca altre querce con lo stesso nome in Italia, di darmene segnalazione.