Cosa ti racconta un albero?

sabato 2 febbraio 2013

A quante funzioni può assolvere un albero


IL GRANDE ALBERO POLIFUNZIONALE

Quali altre funzioni si possono delegare a un albero, oltre a quelle risapute di fornire frutti, ombra, ossigeno, legno? Scorrete il presente articolo, e vi accorgerete di quanti altri incarichi l’albero, specialmente il grande albero, potrebbe assolvere.

L’Albero albergo

Ad Arlena di Castro (VT), sui terreni dell’Agriturismo La Piantata, di proprietà di Renzo Stucchi, c’è una delle querce più grandi e più antiche della provincia. Attorno, enormi distese di lavanda, dai cui fiori viene ricavata un’essenza profumata. La quercia sarebbe stata probabilmente tagliata, in passato, se non avesse avuto la ventura di nascere e crescere in mezzo a dei massi inamovibili. Non essendo, quello spazio, utilizzabile per le colture, la quercia venne risparmiata.
A lungo il proprietario aveva coltivato il sogno di realizzare una casa sulla quercia e un giorno ne diede l’incarico a una ditta francese. Non poche furono le difficoltà, soprattutto di ordine burocratico: i poveri tecnici del comune non sapevano a che santo votarsi per trovare normative alle quali rifarsi per autorizzare la costruzione di una casa su un albero. Tutto, alla fine, ebbe una soluzione, e sulla quercia venne costruita una casetta in legno, di ben 40 mq, dotata di tutti i confort. Ad essa si accede da una scala a chiocciola anch’essa in legno. Una colonna vuota che dalla casa scende al terreno contiene tutto ciò che serve per la vita nella casa: cavi elettrici e telefonici, tubi per l’acqua, scarichi...
I pasti vengono “issati” ai clienti mediante una carrucola con cesto che serve sia per inviare i pasti ai soggiornanti, che per fare scendere gli avanzi e i rifiuti.
La casa ebbe subito enorme successo tanto che, nonostante il costo non proprio economico per il soggiorno, lo Stucchi ebbe subito prenotazioni per ameno sei mesi.
Visto il successo, lo stesso Stucchi volle ripetere l’esperienza, facendo costruire una nuova casa su un pino ma, stante la differenza di dimensioni fra i due alberi, questa volte non dentro l’albero, ma a fianco. 

L’albero capanno di caccia

A Renaio, località montana in comune di Barga, sui monti della Garfagnana, esiste una delle più grosse concentrazioni di castagni monumentali d’Italia. Proprietaria è la famiglia Marchi, che gestisce l’unica trattoria del paesino. Il più grande misura oggi m. 10,20 di circonferenza e presenta una grande cavità dentro il fusto alla quale si accede da un’ampia apertura sul tronco stesso. Un giorno il suo proprietario Enrico Marchi, avendo notato che, al tempo di ciliegie, merli e tordi venivano a mangiare i frutti da due ciliegi accanto al castagno, ebbe l’idea di attrezzare l’albero a capanno di caccia. Coprì l’apertura superiore del tronco con una lamiera, chiuse l’ingresso con una porta dotata di catenaccio, arredò la stanza interna con tavolo, sedia, appendiabiti, rastrelliera e tutto ciò che gli poteva essere utile; infine ritagliò sul tronco stesso, dal lato prospiciente i due ciliegi, una finestrella rettangolare di circa 40 cm di diametro dietro la quale egli si appostava col fucile, con tristi risultati per i poveri uccelli. Il castagno svolse queste funzioni per parecchi anni fino a che i due ciliegi morirono di morte naturale e gli uccelli non ebbero più motivo di recarsi su di loro. Gli eredi del Marchi smantellarono tutta la struttura della quale, a ricordo, resta la finestrella sul tronco.
L'albero Stalla
 In comune di Anghiari (AR), località Le bigonaie, c'è un grande castagneto. Tutte le piante sono molto giovani e ben fruttificanti ma, se si osserva con attenzione, si noterà che ogni albero altro non è che un pollone di antichissime enormi ceppaie. Tra tutte queste piante giovani, un solo, malinconico patriarca di 9,60 metri di circonferenza, l'ultimo superstite dei grandi castagni di un tempo, tutti abbattuti per ringiovanire il bosvco. La misura del suo tronco raggiunge una circonferenza di m. 9,60. La ragione della sua sopravvivenza risiede nel fatto che esso veniva usato cme stalla per i maiali della proprietà del castagneto, i quali la sera, dopo essersi sazieti della castagne avanzate, andavano a dormire nella capiente caverna, di oltre tre metri di diametro, dentro la pancia del fusto.

L'albero gabinetto

Ancora più grade (m. 12,40 la circonferenza) l'enorme "Castagnon d'la Rena" (il Castagnone di Irene) che si trova fra i boschi dell'alta Lunigiana, non lontano da Cervara, in comune di Pontremoli. Il paesino accanto al quale è radicato, chiamato Le Braie, è oggi un paese fantasma, con le abitazioni abbandonate dai loro proprietari che un tempo vi si recavano per curare la loro porzione di castagneto. Il castagno, con la sua grande caverna nel tronco, veniva usato alla comunità con un funzione ingrata: era infatti il gabinetto comune. Una panca era stata stesa fra due pareti nella pancia del castagno e su di essa si sedevano tutti coloro che avevano necessità di soddisfare bisogni fisiologici.

L’Albero patibolo

Sull’Appennino parmense, nel territorio comunale di Bardi, nel 1985 cadde al suolo e morì un albero già leggendario; lo chiamavano il Cerro Gigante, probabilmente cinquecentenario.  Già da tempo il suo tronco era scavato dagli agenti naturali e, spesso, i boscaioli e i campeggiatori vi accendevano il fuoco dentro, talvolta dimenticandosi di spegnerlo. Nei secoli passati la sua ampia chioma (ancora di 30 metri di ampiezza nel 1985, quando essa appariva già mutilata) la comunità locale soleva svolgere tutte le attività più importanti della vita sociale: matrimoni, feste, assemblee… Sotto l’albero si tenevano anche i processi e, quando essi si concludevano con una condanna a morte, la stessa veniva eseguita direttamente su uno dei lunghissimi rami orizzontali del Cerro.
Si trattava di una giustizia sommaria che forse può generare qualche brivido. Tuttavia, con gli episodi di cronaca giudiziaria del nostro tempo, un confronto fra questa giustizia sbrigativa e quella dei nostri tempi, con processi che durano decenni e senza alcuna sicurezza di ottenere giustizia, con gli imputati cui viene data ogni possibilità di scappare non solo durante il processo, ma anche a sentenza emessa… beh, qualche dubbio su quale sia la migliore forse qualcuno potrebbe accamparlo. 

L’albero Osteria

Se ne stava lì da secoli, a tenere compagnia a decine di generazioni di proprietari, quando un giorno a casa di Silvio Donati giunse il parroco di Monte di Badi, sull’Appennino bolognese per la rituale benedizione annuale il quale, riferendosi al vecchio castagno, se ne uscì in una battuta: “Ma qui dentro ci si potrebbe anche bere!” Il Donati, buontempone e incline allo scherzo come lo sono gli emiliani, non si lasciò sfuggire l’idea. Aiutato dal nipote, svuotò il tronco del vecchio castagno (m. 8,60 di circonferenza), ritagliò una porzione del tronco la quale, incernierata, costituì la porta, tappezzò il muro interno con una stuoia di canne, inchiodò una panca circolare per tutta la larghezza interna del tronco, al centro della quale pose un tavolo circolare monopiede di circa mezzo metro di diametro, arredò la stanza con ninnoli e quadretti, pose sopra la porta la scritta “Osteria del Bugeon” e inaugurò il locale. Raccontava lo stesso Donati che l’inaugurazione avvenne con un pranzo a base di tortellini, con 12 avventori seduti sulla panca attorno alla teglia fumante.
Alcuni articoli di giornale divulgarono la notizia e ben presto si  diffuse la fama del castagno, che cominciò ad attirare frotte di curiosi.
Poteva accadere che quando qualcuno giungeva mentre all’interno c’era gente seduta in conversazione si chiedesse stupito: “Che stranezza è questa? Un albero che parla?!”
In occasione di una festa patronale a Monte di Badi, un anno i turisti vennero accolti da uno striscione teso sulla strada di accesso con scritto “Benvenuti al Bugeon”. Incuriosito su quale fosse l’età del castagno, Silvio Donati fece fare un analisi da suo fratello, ingegnere in Francia, dalla quale analisi sarebbe venuta fuori un’età di 1800 anni, e subito dopo venne collocato un cartello accanto al tronco con scritto: “Portatemi rispetto. Ho 1800 anni. Grazie”.
Tuttavia, un po’ alla volta, la fama del castagno decadde e insieme ad essa scemarono le attenzioni del pubblico. Il tavolo venne eliminato come pure la stuoia. L’Osteria ebbe tuttavia l’onore di essere inserita in tutte e pubblicazioni sull’argomento, compresa quella sugli alberi monumentali d’Italia d Corpo Forestale. 

L’albero sala comunale

Questa funzione ha accomunato in passato diversi grandi alberi che oggi sono fra i più conosciuti d’Italia. Uno è il già citato Cerro Gigante di Bardi, ma le stesse funzioni ha espletato per secoli quello che oggi è il tiglio più grande e più antico d’Italia, quello di Macugnaga, cittadina sciistica sul Monte Rosa (800 anni di età e un fusto di 7,80 metri di circonferenza.

Uno dei più noti è un altro Tiglio, che è il maggiore fra quelli che circondano il Banco della Ragione, a Cavalese (TN), il cui tronco (di oltre 6 metri di circonferenza) vuoto e chiuso da una porta, è adibito forse a ripostiglio.

Il più grande e forse il più noto è tuttavia il “Rugolon” di Grandola e Uniti (VA), una delle querce più grandi d’Italia, oggi – con la caduta della quercia castagnara di Rossano Calabro - salita al quinto posto nella classifica delle querce italiane, con m. 7,90 di circonferenza. L’età, ritenuta cinquecentenaria, è stata ridotta a meno di trecento dalle ultime analisi, che la fissano a poco meno di trecento.

L’Albero Ristorante

Anche in questa categoria si possono annoverare diversi grandi alberi distribuiti nel nostro Paese. Molto noto è il ristorante “Muron” (cioè Morone, o grande moro, altro nome del gelso) a Caorso (PC). Sotto la sua chioma, lasciata crescere fino a un’estensione di una ventina di metri di diametro, gli avventori del ristorante sogliono farsi servire a tavola nei giorni di sole.

Le stesse funzioni assume la splendida Quercia di Scrocco, del ristorante La Quercia, in comune di Montenero Sabino (RI). Sotto la sua chioma sono stati costruiti diversi tavoli, in legno e in cemento, sui quali la quercia estende le sue ampie ali.
Sotto la stessa quercia solevano riunirsi in passato i forestali della provincia di Rieti, quando si dovevano scambiare comunicazioni o dovevano essere impartite disposizioni. In caso di tempo inclemente le riunioni venivano invece tenute all’interno di quella che allora non era ancora ristorante, ma l’abitazione privata di Gabriele Potenzi, nonno degli attuali proprietari. Si racconta che, in questo modo, una notte sia avvenuto un curioso episodio. Era una serata di pioggia e i forestali erano giunti nell’abitazione inzuppati di pioggia, sì che il comandante chiese con una certa energia al proprietario di accendere un fuoco per scaldare e asciugare i suoi agenti. Il proprietario obiettò che non aveva legna per accendere il fuoco. Il comandante gli ordinò di andare nel bosco, tagliare un albero e con quello accendere il fuoco. L’ordine venne eseguito alla lettera. Il convegno venne accompagnato da una lauta cena, con opportuna libagione. Al termine della stessa cena, con la mente forse un po’ offuscata dai fumi dell’alcool, il comandate forestale inflisse una multa di 2000 lire (molte, per l’epoca) al proprietario per aver tagliato una quercia del bosco, cosa assolutamente vietata dalla legge. A nulla valsero i ricorsi presentati dal signor Gabriele, che dovette rassegnarsi a pagare la multa.

L’Albero Cattedrale

A Pieve di Montarsolo, sull’Appennino piacentino, c’è (forse ancora, perché le ultime immagini la davano in condizioni disastrose) la Rovere Grossa. Quando andai a conoscerla nel 1985, ad aprirmi la porta della canonica fu il suo angelo custode don Giuseppe Calestini. La quercia è infatti di proprietà della parrocchia. Ricordo ancora il gesto del piccolo, anziano sacerdote, 82anni, capelli candidi, che sollevava gli occhi al cielo dicendo: “Quando il Signore mi chiamerà, un solo pensiero turberà la mia partenza: che qualcuno possa far del male alla nostra quercia”. La Rovere Grossa misurava m. 6,23 di circonferenza di tronco, m. 28 di altezza e 31 il diametro della chioma. Proprio questa chioma, il 29 agosto di ogni anno si trasformava nella più splendida e affascinante cattedrale, sotto la quale centinaia di fedeli assistevano alla messa, in occasione della festa della Madonna della Guardia. A ridosso del tronco era stato, infatti, allestito una sorta di altarino sul quale il vescovo di Piacenza celebrava la Santa Messa.
La pianta veniva accreditata di un’età di 950 anni.
I timori di don Giuseppe non erano infondati. Quando, una decina di anni dopo, dovendo recarmi di nuovo nella zona, telefonai a don Giuseppe, questi era stato chiamato dal suo Principale a riscuotere il premio per la sua pia e santa vita. Al telefono rispondeva la voce molto più giovane del nuovo parroco il quale, alla domanda di notizie sulla quercia, rispondeva: “Sì, mi hanno detto che qua ci deve essere una quercia molto antica, ma non ne so niente”, frase che la diceva lunga sul suo livello di interesse per la splendida creatura. Rividi la quercia, ancora in eccellente salute, ma sia essa che tutto l’ambiente circostante appariva in stato di abbandono. Ancora una quindicina d’anni, e nuove foto della Rovere Grossa me la mostravano in condizioni disastrose: priva di molti rami e retta da tiranti come un vecchio relitto. 

L’albero ovile

Certamente molti sono gli alberi italiani ad aver assolto ed assolvere ancora questa funzione. Sul Monte Cucco, in provincia di Perugia, c’è un faggio che non raggiunge dimensioni eccezionali, con un fusto di circa 4 metri di circonferenza e una ventina di metri di diametro di chioma. E’ la conformazione di questa chioma a meritargli il nome con il quale è conosciuto (l’Albero a Ombrello) e le mansioni che gli sono state nel tempo conferite, quelle di ospitare e riparare dal sole le greggi di pecore dei pastori della zona. 

L’albero cantina

A  Lustrola, paesino dell’alta valle del Reno in comune di Granaglione (BO), c’è un castagno di discrete dimensioni (oltre 7 metri di circonferenza) che, una volta l’anno, diviene protagonista principe di una festa locale, la Festa del Vino. Dal fusto escono due rubinetti. Uno di essi è perennemente collegato all’acquedotto e, aprendolo, fornisce acqua alla comunità. L’altro rubinetto, per tutti i giorni dell’anno resta asciutto: inutile aprirlo, da esso non uscirà nulla. In occasione della festa, quando al paesino tornano anche i lontani emigranti, nella cavità del tronco viene collocata una botte di vino che, con un tubo, viene collegata al secondo rubinetto, cosicché ogni partecipante alla festa può avvicinarsi e bere a sazietà, semplicemente aprendo un rubinetto. 

Potremmo continuare con altri esempi (l’albero nascondiglio, l’albero postazione, l’albero legnaia, l’albero granaio, l’albero officina, l'albero casa, ecc.) ma non bisogna abusare della pazienza del lettore.