Cosa ti racconta un albero?

martedì 19 febbraio 2013

Giganti bambini


GIGANTI BAMBINI

Mi è capitato di vedermi cambiare il titolo di una mia conferenza da “Alberi Monumentali d’Italia” a “Alberi più antichi d’Italia”. Il secondo titolo è, in realtà, improprio. Anche se ancora non sono stati universalmente codificati i criteri ai quali attenersi per definire “monumentale” un albero, un concetto che tutti hanno ormai accettato è che l’età non è elemento fondamentale. Può benissimo esistere l’albero di molti secoli di età ma di aspetto e dimensioni del tutto comuni, come può esistere quello ancora relativamente giovane ma che, pur nel breve arco della sua vita, ha raggiunto dimensioni del tutto fuori della norma. In questa mia esposizione, vorrei far conoscere, con esempi concreti, queste realtà.
Vi sono delle specie vegetali che, per loro stessa natura, hanno sviluppo rapidissimo. Una di queste è il pioppo il quale, crescendo solo in ambienti ricchi di acqua, proprio per questo raggiungono in breve tempo dimensioni ragguardevoli. Questo fa sì che il loro legno sia anche molto tenero e non sia utilizzabile per impegnativi lavori  di falegnameria.
Un esempio macroscopico è costituito dal gigantesco “PIOPPO DI GELASIO CAETANI”, dell’Oasi di Ninfa.
Ninfa, alle sorgenti del fiume omonimo, in comune di Cisterna di Latina, agli inizi del secolo scorso era nient’altro che un insieme di rovine di una città che, per eventi bellici, era stata abbandonata dai suoi abitanti nel secolo XIV.  Col tempo, favorita anche dall’abbondanza di acque che in quel punto sgorgano alla luce dalle retrostanti alture dei Monti Lepini per costituire il fiume, la vegetazione selvaggia aveva ripreso il sopravvento, avviluppando e rendendo invisibili e inaccessibili le antiche rovine. Agli inizi del 1900 la famiglia dei principi Caetani, proprietari del posto, decise un recupero e restauro delle antiche rovine, iniziativa che ha portato a quella meravigliosa realtà che è l’odierna Oasi di Ninfa, meta continua di turisti e scolaresche.
Rifacendosi ad una antica consuetudine babilonese di piantare un albero al di fuori delle mura, quale buon auspicio per un’impresa cui veniva dato inizio, il principe Gelasio Caetani piantò un giovane pioppo sulle rive del fiume, proprio pochi metri oltre la cinta della mura. La fortuna arrise sia all’iniziativa di recupero che all’albero.
Questo, in poche decine di anni, favorito dalla vicinanza del fiume, tanto che una buona metà delle sue radici sono sotto l’alveo dello stesso, è divenuto uno dei pioppi più grandi d’Italia, con uno sviluppo che può essere evidenziato attraverso le misurazioni effettuate negli ultimi decenni. La sua circonferenza, rilevata dal censimento del Corpo Forestale intorno al 1985, era di metri 7,20. Le mie misurazioni personali hanno dato: m. 7,42 nel 1998, m. 7,95 nel 2008, m. 8,10 nel 2010. Con quest’ultima misura  il Nostro viene a occupare il terzo posto fra i pioppi italiani, dietro un esemplare di Curinga (CZ) e al più grande dei due pioppi di Armarolo (BO).


Restando nel mondo dei pioppi, sintomatico è l’esempio di quello che oggi è il più grande Pioppo delle Marche, il PIOPPO DI AGELLO.
E’ di proprietà della famiglia Coronati e si trova ad Agello, frazione di San Severino Marche.  Le misure sono di 5,10 metri la circonferenza del fusto, una trentina l’altezza. Singolare e quasi inquietante il suo aspetto. Osservato da una certa visuale, esso assomiglia a una enorme mano, vista dalla parte del dorso, che fuoriesce dal terreno dal polso in su, ma con qualche dito di troppo (7anziché 5)
Quando i proprietari si insediarono nella casa, una cinquantina di anni fa, il pioppo era un giovane virgulto grande non più di un suo figlio che oggi conta una ventina di anni e che cresce a una ventina di metri dalla pianta madre. A dimostrazione di quanto sia esteso l’apparato radicale del Pioppo, che ogni tanto emette, appunto, un germoglio che va a formare un nuovo albero, a trenta metri c’è un ulteriore alberello che cerca faticosamente di formarsi una sua personalità, ma viene ogni anno drasticamente mutilato dalle pecore al pascolo sul terreno vicino.
Le ragioni di un così rapido sviluppo, almeno nella fase giovanile, potrebbero essere fatte risalire a un episodio. Quando la famiglia Coronati si insediò nel podere e nell’adiacente casa colonica, per effettuare lavori di ristrutturazione alla stessa venne scavata nel terreno, a una decina di metri dal tronco, una buca che serviva per spegnere la calce viva che doveva servire per i lavori di muratura. E’ probabile – è l’ipotesi del proprietario – che la stessa calce, una volta spenta, abbia costituito un efficace corroborante per il nutrimento delle radici.
Forse l’esempio più significativo di un esagerato sviluppo di un albero è però quello costituito dal PLATANO DI LA CAVA. La Cava è una fattoria in comune di Pontedera (PI), di proprietà della famiglia Mati, un nome noto nel campo del florovivaismo.
Nel 1914, sul davanti agli edifici sede della fattoria vennero piantate alcune decine di platani, disposti secondo uno schema rigidamente geometrico e tutti di aspetto simile l’uno all’altro, con un bel fusto dritto, alla cui sommità il primo palco di rami si apriva in modo uniforme.
Fra le decine di giovani alberelli ce n’era però uno sgraziato, il classico brutto anatroccolo: i giovani rami partivano dal fusto ad altezza irregolare e senza alcun ordine. Giudicato esteticamente impresentabile e perturbatore del’ordine comune, il povero alberello venne relegato in fondo a una valletta sottostante, in mezzo a una radura solcata da un fosso, sulla quale pascolavano i cavalli. Fu la sua fortuna. La costante disponibilità di acqua del fosso, il concime fornito dallo stallatico del cavalli che andavano a riposare alla sua ombra e l’ampio spazio disponibile tutt’attorno, fecero sì che il giovane platano crescesse a ritmo parossistico.
Nel 1981, accompagnato dal personale della stazione forestale di Ponsacco, giungevo sul posto ad effettuare i miei rilevamenti. Tutti i platani piantati accanto all’edificio avevano aspetto e dimensioni ordinarie e tipiche della loro età. Il platano emarginato perché troppo brutto era diventato un gigante alto 40 metri, con un diametro di chioma di 37, mentre il fusto misurava m. 5,17 di circonferenza. Aveva solo 67 anni! Era ancora vivo, lì vicino, qualcuno che si ricordava ancora di averlo visto piantare!


Controversa era, invece, la storia della QUERCIA DI SENNI, in comune di Scarperia, nel Mugello. E’ stata, questa, una delle querce in assoluto più grandi d’Italia negli ultimi decenni. Si trovava, appunto, a Senni, a pochi chilometri dall’Autodromo del Mugello. La mia prima misurazione, effettuata nel 1980, era stata di metri 7,30 di circonferenza, con 30 metri di altezza e altrettanti di diametro di chioma.
Una stima visiva le avrebbe attribuito non pochi secoli di età; anche il prof. Chiostri, celebre botanico fiorentino, non le rifiutava due o tre secoli.
Proprietario era il marchese Frescobaldi il quale, da un racconto del prof. Chiostri, si era sempre rifiutato di abbattere la quercia nonostante le numerose e pressanti proposte di acquisto.
Quando pubblicai la quercia in “Toscana, cento alberi da salvare” nel 1983, le attribuii 250 anni, ma con un punto interrogativo: il dubbio scaturiva dal fatto che alcune persone, neppure eccessivamente anziane, sostenevano di ricordare la quercia di dimensioni molto più ridotte.
Mi recavo spesso a trovarla, anche per la relativa vicinanza alla mia casa a Firenze.
In una di queste occasioni, nel campo vicino c’era un contadino già un po’ in là con gli anni e il discorso fra di noi non poté non andare alla quercia.
“Certo che li avrà – dissi io – i suoi bravi 500 anni, vero?”
“Scherza? – rispose l’uomo – avrà forse un’ottantina d’anni, a cento sicuramente non ci arriva. Le basti considerare che mio nonno, una volta, col fusto di questa quercia ci voleva fare un manico di frusta. Ci dovette rinunciare perché la quercia cresceva in mezzo a un roveto e mio nonno non riusciva a raggiungerla per tagliarla con il bennato”.
La quercia di Senni ebbe l’onore, nel 1990, di essere inserita dal Dr. Bortolotti fra i 300 alberi più monumentali d’Italia nel secondo volume della pubblicazione del Corpo Forestale ma, da lì in poi, cominciò un rapido declino.
I rami cominciarono a seccare con rapidità sempre più sconcertante, e a nulla valsero le cure. Tuttavia, a dimostrazione di come la pianta fosse affetta da ipercrescita, nonostante i problemi di salute, prima di morire, sulla fine dello scorso millennio, aveva raggiunto una circonferenza di m. 7,75 risultando la terza quercia fra quelle allora conosciute in Italia.
Quando la inserii nel mio “Alberi Monumentali di Firenze e Provincia”, la giovane quercia era già morta.
Tornai a trovare il suo cadavere nel 2008. Speravo che un simile monumento meritasse almeno l’onore di essere lasciato in piedi anche dopo morto. Non c’era più nulla, non solo, ma la sua distruzione era stata così radicale, che non riuscii neppure a individuare il posto dove essa era radicata tanto che, se non ci fossero state le foto a testimonianza, si sarebbe potuto dire che la quercia non sia mai esistita.