Cosa ti racconta un albero?

lunedì 13 maggio 2013

Karapiru, il falco di Harakwà



“In città proviamo lo stesso senso di insicurezza 
che colpisce gli estranei nella foresta”
dichiara un uomo Awá di nome Pietra Bianca. 
Ma le dense foreste che un tempo
 ammantavano vaste aree del Brasile 
nord orientale sono scomparse tutte. 
Non sono state rimpiazzate da città, 
ma dalla desolazione di una scia infinita 
di allevamenti di bestiame. 
Gli ultimi baluardi di queste maestose foreste, fra le più antiche al mondo, sopravvivono solo là dove i popoli tribali hanno resistito all’avanzata di allevatori e taglialegna.
Questa è la storia di una tribù, 
i cacciatori-raccoglitori Awá, 
e del loro straordinario amore per la foresta.
Una storia di resistenza, distruzione, speranza 
e, forse, di sopravvivenza.
 
La terra ancestrale di Karapiru si trova nello stato del Maranhão, tra le foreste equatoriali dell’Amazzonia occidentale e le savane orientali. Gli Awá *, la chiamano Harakwá, “il luogo che conosciamo”.
Nella sua lingua, il suo nome significa “falco”. Eppure, nonostante l’acutezza della vista che l’epiteto suggerisce, Karapiru non avrebbe mai potuto prevedere la tragedia che ha colpito il suo popolo, gli Awá del Brasile nord orientale. Non avrebbe potuto immaginare che per salvarsi la vita, un giorno sarebbe dovuto fuggire lontano, nel folto della foresta pluviale, con un proiettile di arma da fuoco bruciante nella schiena e la sua famiglia trucidata dai sicari. Né avrebbe potuto sapere che quel drammatico giorno avrebbe anche segnato l’inizio di un decennio di solitudine e silenzio.
La storia di Karapiru inizia con una scoperta casuale effettuata 45 anni fa da alcuni geologi americani in ricognizione aerea sulla regione. Per rifornire l’elicottero di carburante, il pilota decise di atterrare su una radura dei monti del Carajás. I cercatori erano appena atterrati sul più ricco giacimento di ferro del pianeta... La scoperta innescò lo sviluppo del Gran Carajás, un progetto agro-industriale finanziato da USA, Giappone, Banca Mondiale e CEE...nel suolo della foresta fu scavata una voragine così vasta da poter essere vista dallo spazio: nel corso del tempo sarebbe diventata la miniera a cielo aperto più grande del mondo.Come condizione per l’erogazione di un prestito da un miliardo di dollari, i finanziatori chiesero al governo brasiliano di garantire la mappatura e la protezione dei territori indigeni. Ciò nonostante, il Progetto Gran Carajás ebbe un impatto devastante sull’ambiente della regione e sui suoi popoli tribali...Harakwá era diventata l’immagine dell’inferno: inquinata, sfregiata e fangosa.
Per i prospettori, la tribù degli Awá non era altro che un ostacolo fastidioso allo sfruttamento del tesoro, da abbattere insieme agli alberi. La tribù si frapponeva tra loro e i dollari che quelle rocce avrebbero portato. E così cominciarono a uccidere i suoi membri
Alcuni ricorsero a tecniche fantasiose: molti Awá morirono dopo aver mangiato farina mescolata a veleno di formica, “regalo” di un agricoltore locale. Altri, come Karapiru, furono semplicemente colpiti con armi da fuoco là dove si trovavano: a casa, davanti alle loro famiglie.
Dopo aver assistito all’assassinio della sua famiglia per mano degli allevatori di bestiame, Karapiru fuggì nel folto della foresta pluviale amazzonica. E rimase in fuga per 10 anni, completamente solo.
Dopo l’attacco, Karapiru credette di essere il solo membro della sua famiglia ad essere sopravvissuto al massacro. I killer avevano ucciso sua moglie, il figlio, la figlia, la madre, fratelli e sorelle. Un altro figlio era stato ferito e catturato. Traumatizzato, fuggì nella foresta con un proiettile conficcato nella schiena.
“Non c’era modo di curare la ferita. Non riuscivo a mettere nessuna medicina sul dorso e soffrivo molto” ha raccontato a Fiona Watson di Survival. “Il piombo bruciava nella mia schiena, e sanguinavo. Non so come abbia fatto a non riempirsi d’insetti. Ma sono riuscito a sfuggire ai Bianchi.”
Karapiru visse in fuga per tutti i dieci anni seguenti. Camminò per quasi 650 km nello stato di Maranhão, attraversando foreste, colline e pianure, le dune di sabbia delle restinga e i larghi fiumi che sfociano nell’Atlantico.
Era terrorizzato, affamato e solo. “È stata molto dura” ha spiegato a Fiona Watson. “Non avevo più una famiglia, e nessuno con cui parlare.” Sopravvisse mangiando miele e piccoli uccelli dell’Amazzonia: pappagallini, colombe e tordi dal petto rosso. Di notte, quando le scimmie urlatrici gridavano dall’alto della volta degli alberi, dormiva sui rami di un grande albero di copaiba, tra orchidee e viti di rattan. E quando il dolore e la solitudine diventavano troppo forti – “a volte non mi piace ricordare tutto quel che mi è accaduto” – si ritrovava a canticchiare o a parlare tra sé e sé.
Camminò per quasi 650 km attraverso lo stato di Maranhão superando foreste, colline e pianure, le dune di sabbia delle restinga e i larghi fiumi che sfociano nell’Atlantico. Poi, un giorno, un contadino lo vide aggirarsi nei sobborghi di una città lontana. Karapiru aveva solo un machete...
Era ancora traumatizzato ed esausto. Aveva trascorso dieci anni fuggendo da tutto, ma non dal suo dolore. Ma come non aveva previsto i suoi lunghi anni di sofferenza, così, il “Falco” non poteva sapere della grande gioia che sarebbe presto arrivata...



Pensando che potesse appartenere al gruppo linguistico tupi, i funzionari del FUNAI (il dipartimento governativo agli affari indiani) lo portarono a Brasilia per fargli incontrare alcuni Indiani Avá Canoeiro, nella speranza che fossero in grado di capirsi. Ma non funzionò. L’ultimo tentativo di parlare all’uomo che era ormai noto a tutti come l’Indiano “sconosciuto” fu quello di metterlo in contatto con un giovane uomo Awá di nome Xiramukû. E la vita di Karapiru cambiò d’incanto.
“Padre!” disse l’uomo non appena lo vide.
Quel giovane non solo parlava la sua stessa lingua, ma era proprio suo figlio, quello ferito e catturato dai sicari, che Karapirù aveva creduto morto come tutti gli altri membri della sua famiglia.
Xiramukû, che era sopravvissuto alle ferite dell’attacco, invitò il padre ad andare a vivere con lui in un villaggio awá. Dopo anni di isolamento, Karapiru poteva tornare a vivere come un Awá: mangiare pecari cacciati nella foresta pluviale, dormire in un’amaca e tenere scimmie come animali da compagnia.
Oggi Karapiru si è risposato, ha due bambini e vive vicino a suo figlio nel villaggio awá di Tiracambu. “Qui con gli altri Awá sto bene” dice. “Ho ritrovato mio figlio dopo molti anni. L’ho riconosciuto, e mi sono sentito molto felice”.

Questa straordinaria storia di sopravvivenza mostra quanta resistenza e capacità di adattamento abbiano gli Awá. Purtroppo, però, i loro problemi non sono confinati nel passato. Allevatori armati e bande criminali di disboscatori, spesso aiutati da sicari armati, continuano a sparare a vista contro i membri della tribù. E la morte è il prezzo normalmente pagato dalla resistenza indigena agli invasori.
“Le invasioni dei Bianchi nel territorio awá non sono un bene” dichiara Karapiru. “Non ci piacciono. Dopo quello che mi è successo, cerco di non farmi vedere da loro.”
Le foreste degli Awá stanno scomparendo più velocemente che in qualunque altra area indigena dell’Amazzonia brasiliana. “Le immagini del satellite rivelano che oltre il 30% del territorio awá è già stato distrutto, a dispetto del fatto che la terra sia stata legalmente riconosciuta” spiega Fiona Watson di Survival International. Quella che loro chiamano Harakwá, “il nostro posto”, sta cominciando ad assomigliare sempre più a una terra desolata post-apocalittica. Alberi secolari vengono bruciati giorno e notte per trasformare l’area in pascoli, mentre i vagoni merci del Carajás, lunghi più di 2 chilometri, sfrecciano senza sosta lungo i binari roventi, trasportando migliaia di tonnellate di ferro grezzo e spaventando la già rara selvaggina da cui dipende il sostentamento della tribù.
“Se distruggete la foresta, 
distruggete anche gli Awá” ha dichiarato un membro della tribù.
Nel 2012 Survival ha lanciato una campagna urgente per proteggere le vite e le terre degli Awá, con il sostegno dell’attore Colin Firth. “Stanno tagliando la loro foresta illegalmente, per il legno. Quando i disboscatori li vedono, li uccidono” dice Colin Firth nel suo appello. “Archi e frecce non hanno chance contro i fucili. E come altre volte nella storia, potrebbe finire tutto lì… Un altro popolo cancellato dalla faccia della terra, per sempre. Ma possiamo far sì che il mondo non lo lasci accadere.” A distanza di quasi un anno, tuttavia, la situazione è ancora così grave che un giudice federale brasiliano l’ha descritta come un “vero genocidio”.
 Per Karapiru, i ricordi sono estremamente penosi: "Ci sono momenti in cui non amo ricordare tutto quello che mi è successo… Le persone che mi hanno fatto questo erano veramente malvagie… ".
E oggi è estremamente preoccupato per il futuro di sua figlia, che vorrebbe fosse diverso dal passato che ha sofferto lui: “Spero che a mia figlia non accada quello che è accaduto a me. Spero che abbia buona selvaggina da mangiare, tanto pesce, e che cresca sana. Spero che non sarà più come ai miei tempi”. Gli Awá sono una delle sole due tribù di cacciatori raccoglitori nomadi rimaste in Brasile. Ma sono anche la tribù più minacciata al mondo. Fino a quando le loro terre non saranno protette e i loro diritti rispettati, il loro futuro resterà nella migliore delle ipotesi incerto.
Non possiamo permetterlo!

 Cosa possiamo fare noi?

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FONTE
 Tratto dall'Articolo di  Joanna Eede
http://www.survival.it/articoli/3256-gli-anni-del-silenzio

NOTE
 * Awà
I 460 membri della tribù Awá vivono cacciando pecari, tapiri e scimmie; si spostano nella foresta pluviale con archi lunghi due metri e raccolgono i prodotti della foresta: noci di cocco babaçu, bacche di açaì e miele. Alcuni cibi sono apprezzati per le loro proprietà speciali – altri, come gli avvoltoi, i pipistrelli e i bradipi tridattili, sono proibiti. Gli Awá viaggiano anche di notte, illuminando il loro cammino con torce di resina d’albero. La tribù alleva gli animali rimasti orfani, condivide le sue amache con i coati (simili ai procioni) e spartisce i manghi con i pappagallini verdi. Le donne awá allattano al seno le scimmie cappuccine e quelle urlatrici, e anche piccoli maiali.
L’anno degli Awá si divide in “sole” e “pioggia”; le piogge sono controllate da esseri celesti chiamati maira che sovrintendono ampi spazi di cielo. Quando c’è luna piena, gli uomini awá, con la chioma nera maculata del bianco delle piume dell’avvoltoio reale, entrano in comunione con gli spiriti attraverso la trance indotta da una cantilena. Il rituale dura sino all’alba.Per secoli hanno vissuto in serena simbiosi con la foresta pluviale. Poi, in soli quattro decenni hanno assistito alla distruzione di gran parte della terra natale e all’assassinio del loro popolo per mano dei karaí (i “non-Indiani”). Oggi, hanno perso più del 30% dei loro territori, andati completamente distrutti, e sono diventati non solo una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori rimaste in Brasile, ma anche la più minacciata del pianeta.