Cosa ti racconta un albero?

venerdì 4 ottobre 2013

La bicicletta...un mezzo rivoluzionario

 Il benessere psicofisico su due ruote

Oggi parliamo di un mezzo di trasporto assolutamente congeniale alla filosofia green  che rappresenta noi Parlalberi. Cosa c'è di più bello che pedalare in un viale alberato, in una pista, in un bosco, o su di una pista ciclabile lungolago o lungo mare? Esiste forse un altro mezzo di trasporto così popolare, così ecologico, così salutare, così economico, così usato,così rivoluzionario, così amato come la bicicletta?

Da oltre un secolo e mezzo la bicicletta ci ha portato ovunque e ci ha permesso di godere il paesaggio con la "giusta velocità" tale da poter assaporare con tutti i sensi il territorio, il verde, la città, la campagna, la montagna e la natura tutta! Sulla bicicletta abbiamo portato sogni, bambini, animali, lettere, armi, amanti, mogli, mariti, libri e tutto quello che si poteva caricare. Sulle bici ci siamo baciati, abbiamo fatto nuove amicizie, abbiamo trovato l'anima gemella, abbiamo viaggiato, abbiamo faticato, sofferto, gioito, esultato ... La nostra prima vera emancipazione da bambini avviene in bicicletta, quando si scoprono (non senza copiose cadute e sbucciature di gomiti e ginocchia)  il piacere del vento, della libertà, dell'autonomia e anche  della  sana competizione... 
Più avanti, da adulti siamo liberi di scegliere uno stile di vita "slow"  a dimensione naturale in cui possiamo ritrovare il piacere di tornare bambini portandoci dietro un panino, un libro e la voglia di pedalare .... e perché no di innamorarci!



Secondo quanto emerso da uno  studio, condotto dall’Associazione Donne e qualità della vita su un campione di 200 psicologi, chiamati ad esprimere il loro parere sulle due ruote, uno dei migliori rimedi allo stress psico-fisico è rappresentato proprio dalla bicicletta. Andare in bicicletta, un toccasana per il corpo e la mente che migliora anche la qualità dei rapporti interpersonali.
Il 43% degli psicologi intervistati ritiene che muoversi in bici è un’attività salutare proprio perché stimola la concentrazione e favorisce l’eliminazione di pensieri negativi e tensioni accumulate nel corso della vita di tutti i giorni. Secondo gli psicologi questo tipo di attività è un toccasana non solo per la mente e la psiche, ma anche per la vita di coppia. Il 29% degli intervistati ha infatti spiegato come andare insieme in bicicletta, faciliti la comunicazione all’interno della coppia dando serenità. Una bella gita in bicicletta con i figli o con il partner stimola quindi il dialogo aiutando a ritrovare l’equilibrio nei rapporti interpersonali.

La nascita della bicicletta. Cenni storici

fotografia d'epoca (1886)
Tante sono le attribuzioni di priorità che si danno agli inventori della bicicletta. Secondo alcune fonti, che in realtà non sembrano molto documentate, qualcosa di simile alla bicicletta sarebbe stato in uso nel 2300 a.c. in India e in Egitto.
C’è anche chi afferma che la bici sarebbe il frutto della genialità dei cinesi; si fanno un nome e una data: lo storico cinese Sin-en-ti, di cui non si hanno più precise notizie, attesterebbe l’esistenza dela prima “bicicletta” nel 206 a.c. Fra storia e leggenda si colloca la nascita del “celerifero” che sarebbe stato costruito nel 1790 o 1791 da un nobile francese, il Conte Mede de Sievrac. La prima bicicletta viene progettata nel 1861 da un parigino, Ernest Michaud. Michaud costruisce un curioso mezzo di trasporto tutto in legno: di fatto due pedali e due ruote,una posteriore piccola e una anteriore molto grande, il tutto tenuto insieme da un rudimentale telaio. Sopra la ruota anteriore fissa un sellino dove si sistema il conducente. Con questa bicicletta rudimentale, chiamata velocipede, non è possibile percorrere lunghi tratti di strada: sono necessarie delle modifiche tecniche che non tardano ad arrivare.

 (clicca sulla foto d'epoca per leggere tutta la storia della nascita della bicicletta)


Bicicletta ed emancipazione sociale


A cavallo tra i due secoli XIX e XX la bicicletta, perfezionata rispetto al prototipo, rivoluziona le abitudini sociali cittadine. Innanzitutto nella sfera lavorativa: la bicicletta diventa il mezzo di trasporto, economico e facile da usare, per raggiungere il posto di lavoro laddove la fabbrica, la bottega, l’ufficio, si trovano lontano da casa.  Inoltre, per la prima volta molti si appropriano di un bene fino ad allora appannaggio di pochi privilegiati: il tempo libero, da dedicare a se stessi, al proprio loisir , libero dall’obbligo di lavorare. 
Il cambiamento interessa sia gli uomini che le donne le quali ne intuiscono le potenzialità di emancipazione. Nei primi anni del Novecento si registrano i primi segnali di avvento del tempo libero in città e diverse immagini testimoniano in particolare della diffusione della bicicletta. Qui come altrove, essa viene vista come simbolo di modernità, progresso prestigio sociale.
Le donne ne intravedono le potenzialità libertarie per favorire un graduale allontanamento dal ristretto ambito 
familiare. Le donne grazie alla bicicletta hanno ampliato i loro orizzonti al di là dei quartieri in cui erano nate e vissute. In particolare lo storico Jim McGurn ha affermato che, in epoca Edoardiana, l’introduzione della bicicletta ha aumentato la possibilità di muoversi delle persone rendendo più facile raggiungere luoghi relativamente distanti. Questo ha facilitato la formazione di coppie e nuclei familiari i cui componenti provenivano da località lontane tra loro.

Donne in bicicletta 



La passione per la bicicletta contribuisce a cambiare il costume e la mentalità femminili: la donna comincia ad uscire dall’ambiente domestico ed esplora nuovi spazi di libertà di movimento. In questo senso si può dire che la bicicletta diviene uno dei simboli della trasgressione. Nelle foto del tempo si vedono le prime escursioni fuori porta e la bici diventa il mezzo preferito per il turismo giovanile. 
Si organizzano anche le prime gare agonistiche e già nel primo decennio del secolo la bicicletta è uno sport popolare.

Ai tempi di Girardengo, Belloni, Bottecchia correva su strada anche una donna, la bolognese Alfonsina Morini in Strada la quale disputò nel 1924 il Giro d'Italia classificandosi trentesima davanti a diversi altri corridori. Trentasei volte vinse gare ciclistiche contro uomini.

Alfonsina Morini

Alfonsina Morini era nata a Riolo di Castelfranco Emilia il 16 marzo 1891 da una famiglia di contadini. Aveva cominciato a correre con la vecchia bicicletta del padre ed era stata la "vedette" delle competizioni sportive della zona. Per la gente di Castelfranco, era diventata "il diavolo in gonella". Amici, parenti e genitori non vedevano certo di buon occhio i propositi; non è difficile immaginare la fermezza con la quale essi si opposero alla passione della figliola. Alla fine si disse chiaro che doveva sposarsi e farla finita con certe manie sportive. Così nel 1915, ad appena 24 anni Alfonsina si sposò con il cesellatore Luigi Strada: un uomo intelligente, moderno, senza pregiudizi, che anzichè ostacolare la passione della sposina la approvò e la appoggiò in pieno. Si capì subito il giorno delle nozze quando ricevette in dono dal marito una bicicletta nuova fiammante, con i manubri ricurvi all'indietro proprio come occorreva per gareggiare. E se ne ebbe conferma l'anno successivo quando la coppia si trasferì a Milano e Alfonsina cominciò ad allenarsi regolarmente sotto la guida del marito.
Nel 1924 Emilio Colombo direttore della "Gazzetta dello sport" ammise Alfonsina al Giro d'Italia. A quei tempi le strade non erano asfaltate, le biciclette pesavano almeno venti chili, il cambio di velocità non esisteva. Fu un successo che Alfonsina consolidò durante la gara: e non per i risultati ottenuti, ma per aver saputo dimostrare che anche le donne potevano compiere l' immane fatica.Si pensava nel 1959, che con lei fosse cominciata e finita la storia delle donne cicliste. I tempi sono cambiati e il ciclismo femminile ha conquistato notevoli primati. Alfonsina Morini sarebbe certamente contenta di saperlo.

La bicicletta nel femminismo

Questa foto datata 1890,  ritrae una donna con baffi finti ed indumenti maschili accanto ad una bicicletta dell’epoca. Si tratta di Frances Benjamin Johnston, una fotografa di Washington.
Il piede sinistro proteso in avanti, probabilmente per azionare la macchina fotografica, lascia pensare che si tratti di un autoscatto. Nel 1896, proprio la sig.ra Anthony ha rilasciato questa dichiarazione al New York World:

“Lasciate che vi dica cosa penso dell’andare in bicicletta. Penso che la bici abbia fatto per l’emancipazione delle donne di più di ogni altra cosa al mondo. Dà alle donne la sensazione di libertà e di completa autonomia. Gioisco ogni volta che vedo in giro una donna pedalare… immagine senza ostacoli della libera femminilità.”

Anche per ciò che riguarda le relazioni omosessuali la bicicletta ha avuto un ruolo attivo nella loro diffusione. La Johnston era lesbica e viveva apertamente con la sua partner Mattie Edwards Hewitt, anche lei fotografa e membro chiave del movimento femminista New Woman.
Proprio New Woman ha abbracciato la bicicletta come mezzo di emancipazione. In sella ad una bicicletta infatti si sosteneva che la donna fosse davvero uguale all’uomo. Grazie alle due ruote le donne scoprirono la libertà di movimento, aiutate anche in parte dal nuovo e meno restrittivo capo d’abbigliamento reso celebre dal movimento New Woman: i pantaloncini.


Il poster a destra era appeso nel suo studio ed è opera di Charles Dana Gibson. Venne pubblicato nel giugno 1895 dalla rivista Scribner e mostra una donna del movimento New Woman mentre pedala, indossando una camicetta con ampissime spalle a sbuffo infilata nei pantaloncini.
Sebbene non tutte le donne che usavano la bicicletta nel 1890 fossero delle femministe, né tanto meno tutte lesbiche, il femminismo, il lesbismo e la bicicletta sono stati spesso collegati. Una chiave di lettura può essere trovata tra alcune righe di “Bicycling for ladies” di Maria Ward, manuale sull’uso della bicicletta molto popolare tra le donne dell’epoca.
Nella prefazione del suo libro 1896, la Ward scrive:
“Ho scoperto che nell’uso della bicicletta, come in altri sport, le donne devono sopportare diverse forme di censura legate non tanto all’azione in sé che le donne compiono, ma al modo in cui la compiono“.
E' indubbio che la bicicletta sia stato un elemento rivoluzionario in grado di cambiare in meglio molti aspetti della società del XIX secolo, ad esempio l’emancipazione femminile...
Marina Addis Saba, nel suo saggio “Partigiane. Tutte le donne della Resistenza” (1998), ha definito la bicicletta un simbolo di libertà soprattutto femminile: 

“Si pedala col vento tra i capelli. Si osserva il paesaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persone. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente, e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto” (p. 111).


La foto illustra 65 donne completamente nude in sella a delle biciclette da corsa mentre si sfidano sulla pista del Wimbledon Greyhound Stadium. Era il lontano 1978 e questa folle corsa in bici non era altro che il videoclip del singolo Bicycle Race girato dal regista Dennis de Vallance per i Queen che cantavano :

"Bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle bicycle bicycle
I want to ride my bicycle
I want to ride my bike
I want to ride my bicycle
I want to ride it where I like"

allo

Certamente questa è una delle più famose ma ci  sono moltissime canzoni in tema con le biciclette... se volete ascoltarle ho trovato una playlist interessante in youtube.


Le donne oggi sicuramente più emancipate e libere di ieri continuano comunque  ad usare la bicicletta  per i più diversi motivi... Eccone qualcuno 


La "ciclo-staffetta" della speranza e l'albero dei Giusti dedicato a G. Bartali

Sin dalle sue origini la bicicletta fu ampiamente usata dagli strati popolari, non soltanto per motivi di lavoro, ma anche in funzione politica e, nel corso della lotta di Liberazione, per compiere azioni di vario tipo, contro i nazifascisti. Celebre il caso di Gino Bartali  che nascose nella cantina casalinga, a Firenze, la famiglia di Giorgio, salvandole la vita nell’ultimo periodo dell’occupazione nazista. E poi in seguito continuò la sua opera di bicisalvataggio...Sempre pedalando, raccoglieva i fondi provenienti da conti degli ebrei messi a disposizione per salvare quanta più gente possibile. Da Genova a Firenze, gettando il cuore oltre la paura. Si allenava per le corse ciclistiche che sarebbero riprese appena finito il conflitto ma pedalava anche per la libertà di tanti ebrei, e quando i nazisti lo fermavano, quasi sempre si cominciava a parlare di ciclismo. Nel sellino della bicicletta nascondeva nuovi documenti di identità che avrebbero consentito di salvare la vita a circa ottocento ebrei che erano nascosti in case e conventi della Toscana e dell’Umbria. Centinaia di chilometri in bici per portarli nella tipografia di un monastero, a San Quirico, nei pressi di Assisi, dove inchiostro, timbri e compassione, beffavano la crudeltà nazista. Per queste 800 vite salvate, il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, conferì a Gino la medaglia d’oro al merito civile, alla memoria, appuntandola al petto della signora Bartali. Inoltre nel giardino dei Giusti a Firenze troviamo anche l'albero dedicato a Gino Bartali. Si tratta di un Lagerstremia (Nome scientifico: Lagerstroemia indica ) che risale ai primi anni '60 ed è di provenienza del Centro Florovivaistico del Comune di Firenze. Il Lagerstremia è chiamato anche Mirto Crespo per i suoi magnifici fiori molto delicati costituiti da petali increspati e sottili di colore rosa-fuxia.
Lagerstroemia indica dedicato a Bartali nel Giardino dei giusti di Firenze

La bicicletta, un mezzo rivoluzionario

La bicicletta tanto amata e altrettanto avversata  ...In Italia la paura della bicicletta da parte dei reazionari ha una data certa e molto antica e una firma tanto famosa quanto odiata dalle forze popolari: quella del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nelle vesti di Regio Commissario Straordinario, durante i moti del maggio del 1898 a Milano. Oltre ad ordinare una sanguinosa repressione, il generale fece affiggere un manifesto che decretava il divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandem e simili mezzi di locomozione».
Più o meno con gli stessi termini, oltre alla minaccia della fucilazione, le forze dell'Asse proibirono durante la loro occupazione del territorio italiano, in funzione anti-partigiana, l'uso della bicicletta. Quel divieto, però, avrebbe significato in città come Milano o Torino, il blocco della produzione, giacché la maggior parte degli operai la usava per recarsi al lavoro e così il provvedimento fu ritirato.

Nell'immediato dopoguerra, la bicicletta fu molto diffusa, specialmente nelle campagne. Per i braccianti era l'unico mezzo di locomozione, usato, oltre che per il lavoro, in occasione di grandi manifestazioni o degli scioperi indetti dalla Lega dei braccianti. In quelle giornate di lotta, masse imponenti si radunavano per impedire ai crumiri di recarsi nei posti di lavoro. Contro le biciclette, appoggiate nelle sponde dei fiumi, si accanivano con particolare durezza, schiacciandole e rendendole inutilizzabili, le camionette della "Celere" di Mario Scelba, una polizia di pronto intervento, utilizzata soprattutto in occasione degli scioperi operai. Questa furia devastatrice non arrestò però lo svilupparsi di grandi battaglie per ottenere migliori condizioni di vita.
A questo proposito vi propongo anche una lettura interessante
 “La bicicletta nella Resistenza – Storie partigiane” (Edizioni Arterigere, 254 pp., 12 euro, 2010), curato da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci.

Pericolosa “sovversiva”, la bicicletta – come sottolineano Giannantoni e Paolucci nell’ introduzione alle testimonianze – è stata oggetto di repressione a cominciare da quella messa in atto dal generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i moti popolari milanesi del maggio 1898, e agli inizi del Novecento contro i “ciclisti rossi” anarco-socialisti; una repressione continuata durante i seicento giorni della Resistenza contro il nazifascismo, e persino nel dopoguerra. Dal febbraio del 1944, numerosi bandi cittadini vietano di circolare in bicicletta totalmente o nelle ore di coprifuoco, minacciando l’arresto e l’uso delle armi per il possesso e l’utilizzo di ciò che viene ritenuto un potenziale strumento di “terrorismo”. Nei diari e nelle memorie di partigiane e partigiani, di combattenti, gappisti e staffette, il riferimento alle loro bici è frequente e inevitabile, e non certo in una dimensione sportiva. Ma anche vari atleti e campioni prestano le loro capacità alla causa della Liberazione come Gino Bartali di cui abbiano parlato poco sopra.

La bicicletta come testimonial 

ciclisti del World Naked Bike Ride

A Lucca lo scorso 25 maggio si è svolta la manifestazione In bicicletta contro la violenza alle donne: in occasione del 3° anniversario della morte di Alessandra Biagi, giovane mamma di 26 anni uccisa a Verciano (Capannori)  il 25 maggio 2010 dall'ex compagno, padre della bambina. 
A Padova lo scorso agosto la Sanità privata è scesa in piazza per dire  "no" ai tagli imposti dalla Regione Veneto. I dipendenti delle strutture accreditate, insieme ai proprietari dei centri padovani, hanno sfilato in sella alle loro bici lungo le strade della città per annunciare l'inizio delle proteste.
Ma esistono manifestazioni che da molti anni utilizzano la bici come mezzo di propaganda, aggregazione, divulgazione e testimonial di memorie storiche.
In occasione del 25 aprile ad esempio, anniversario della liberazione dell'Italia dall'occupazione dell'esercito tedesco e del governo fascista, avvenuta nel 1945, si rinnova l'appuntamento delle associazioni FIAB con "Resistere pedalare resistere, percorsi di Liberazione".
L'iniziativa, finalizzata a tenere viva la memoria della Resistenza, consiste nello svolgere delle visite in bicicletta a luoghi di un eccidio, di un combattimento, o dove è stata deposta una lapide.
E poi non dimentichiamo il World Naked Bike Ride, la pedalata senza veli di protesta alle auto e all'inquinamento. Da Lima a Città del Capo e da San Paolo a Melbourne ciclisti nudi e con i corpi dipinti di slogan sfilano per le strade delle città in sella alle loro bici per dire no all'inquinamento.

Bookriding o Bikereading? E perchè non Bookcycling?

Clicca qui per entrare nel sito RYB
RIDE YOUR BOOK, READ YOUR BIKE.
Una bicicletta che si fa libro. Un libro che si fa bicicletta.

Così recita lo slogan della RYB una nuova azienda che produce bici-libro.

Nel terzo millennio si pubblicano sempre più libri e si vendono sempre più biciclette. I libri, che richiedono tempo e attenzione, sanno poi restituirci - ben più arricchito - il tempo speso nella lettura. L’uso della bicicletta consente di risparmiare denaro, inquinare meno e preservare la salute fisica.
Abbiamo quindi pensato di correlare i due fenomeni per sviluppare un progetto il cui prodotto finale sia in grado di coniugare al contempo cura del corpo e della mente. Ogni lettore potrà scegliere il libro o l'insieme di testi preferiti da stampare sul telaio della propria bicicletta, così da averli sempre con sé – pedalando nello spazio e nel tempo - e diffonderli tra gli amici e in pubblico.
L’idea è nata prendendo spunto dal romanzo di Ray Bradbury, “Fahrenheit 451”. Qui viene descritta una società del futuro in cui i cittadini vengono costretti a rinunciare al piacere e all'utilità della letteratura: le case vengono perquisite, i libri vengono messi al rogo, la memoria viene cancellata, la libertà di pensiero negata. Ma i cittadini e i lettori più impavidi, nel tentativo di opporsi alle costrizioni imposte dal regime, decidono di imparare a memoria i libri che più amano e in cui più si riconoscono, così da diventare essi stessi portatori viventi delle opere altrimenti a rischio di estinzione. Diventano così essi stessi uomini-libro.

Ugo Coppari ideatore del progetto RYB ci illustra così la sua idea e a noi non può che piacere la coniugazione del binomio: bici/ libro... 
D'altronde come scrive Christian Bobin poeta e pensatore molto conosciuto in Francia:

"Non dimentichiamo che i libri vengono dagli alberi. A volte se ne ricordano: alcune frasi di certi libri mormorano come le foglie dell'acacia." 



E poi ecco che magicamente queste frasi mormoranti si posano aleggiando come foglie al vento d'autunno sulle nostre biciclette... Avevate mai pensato di poter pedalare su di un libro? Il vostro libro preferito oppure... il vostro libro,sì proprio quello scritto da voi! Con RYB oggi la bicicletta si fa anche portavoce della letteratura e ...non solo! La nuova bici RYB potrebbe  farsi  testimonial magari proprio del nostro libro personale andando ad attuare una nuova operazione di "marketing letterario" per  portare in giro per la città e i parchi il  libro che dal cassetto abbiamo trasferito su carta realizzando il nostro sogno... Sul sito dell'azienda si può scegliere tra diversi titoli, tra cui, pensate un po' anche  la nostra Costituzione!
Scrivere e pedalare per non dimenticare, leggere e personalizzare per dare un messaggio.
Qual'è questo messaggio? E' proprio questo il bello: ognuno può portare in giro il proprio messaggio personalizzato. Se quella di Bartali venne chiamata la staffetta della speranza come dovremmo chiamare il nostro libro viaggiante su ruote? Questo nuovo fenomeno di marketing che potrebbe trasformarsi in fenomeno sociale e di costume lo potremmo chiamare Bookcycling o Bookriding o ancora Bikereading ...Che ne dite vi piace? Non vi ricorda un po' il fenomeno del bookcrossing? Laddove un libro viene fatto viaggiare tra più lettori lasciandolo in luoghi appositi, in maniera del tutto gratuita, nel Bookcycling al contrario si potrebbe far viaggiare il lettore su libri diversi! Immaginate ad esempio una compagnia di noleggio di biciclette che ci fornisse delle biciclette letterarie... Potremmo viaggiare su un libro al giorno!
 In qualsiasi modo lo vogliamo chiamare una cosa è certa: ci piace l'idea della RYB di poter portare in giro il nostro libro preferito...  Nella pagina fb dell' azienda leggo che sono già più di mille i Bookriders... Insomma fatevi vedere cari Bookriders perchè noi vogliano leggere le vostre bici, in fondo quelle parole appartengono alla memoria di tutti perchè come scriveva Emily Dickinson nel 1872

Una parola è morta, quando è detta
Taluni dicono -
Io dico invece che inizia a vivere
Quel giorno.

E allora facciamole vivere queste parole, questi libri e facciamoli viaggiare su due ruote, per non dimenticare nell'era del digitale che la carta ci ha dolcemente accompagnato ovunque per secoli nel nostro cammino...

Bike sharing e eco-cicloturismo

Siamo a Perugia una città all’avanguardia rispetto alla mobilità alternativa e alla mobilità dolce, dove con 30 euro all’anno si può viaggiare in bici elettrica. Questo nuovo sistema di trasporto si chiama  Bike sharing. 



Bianche, nuove, belle e veloci queste  biciclette, a pedalata assistita elettrica (viste le salite del capoluogo), sono dislocate in sei diverse stazioni lungo un percorso ideale che si snoda tra la stazione di Pian di Massiano del minimetrò (dove una pensilina fotovoltaica produrrà energia per tutto l’impianto), la facoltà di Ingegneria, via Trasimeno Ovest, viale Centova, il Borgonovo e via Tazio Nuvolari. Possono essere utilizzate per spostarsi liberamente in città o, in un’ottica di integrazione con gli altri mezzi di trasporto, si possono usare per raggiungere le stazioni di minimetrò e treno.

Come funziona
Per noleggiare una bici in una delle sei stazioni, dove le colonnine provvederanno alla carica, occorre aver pagato un abbonamento attivandolo online (http://www.bicincitta.com) 30 euro quello annuale, otto per 24 ore e 12 per due giorni. Così, una volta muniti di abbonamento, si potrà andare in una delle colonnine, strisciare la tessera e salire in sella. Grazie a questo nuovo sistema si cerca di ridurre l'uso delle automobili e dei mezzi pubblici più inquinanti, un bel progetto questo di Bicincittà che ormai vede coinvolti moltissimi comuni in tutta Italia in cui si possono seguire diversi itinerari spostandosi comodamente  attraverso la città e le sue bellezze (per vedere alcuni itinerari di Perugia in bici clicca qui )

Biciclalbero

Abbiamo trovato mille e più buoni motivi per prendere la bicicletta e altri ne troveremo domani...Una cosa è certa. Chiunque abbia creato la bicicletta senza saperlo ha inventato il mezzo di trasporto più versatile, ecologico, salutare, economico e utilizzato di tutti i tempi!  Sono sicura che se potessero anche gli alberi sceglierebbe la bicicletta!


E allora...Buona bici a tutti !


Fonti consultate :
sul benessere
http://www.sdamy.com/bicicletta-un-ottimo-antidoto-allo-stress-psicofisico-11270.html
sulla storia
Wikipedia
sul fenome sociale
http://web.unicam.it/museomemoria/terra/bicicletta.htm
su Bartali
http://www.corrieredellosport.it/altri_sport/ciclismo/2010/12/28-146784/Gino+Bartali+salvò+gli+ebrei+nella+Firenze+occupata
sul bike sharing
http://www.umbria24.it
sul femminismo
http://www.bikeitalia.it/2012/04/10/femminismo-lesbismo-e-biciclette-del-secolo-scorso/
http://www.roadswerenotbuiltforcars.com/lesbians-and-cycling-in-the-1890s/
su Alfonsina
Articolo tratto dal mensile:
Bologna - ieri, oggi, domani - n. 32 gennaio 1995 anno IV