Cosa ti racconta un albero?

sabato 26 gennaio 2013

I Grandi Alberi Nella toponomastica

Proviamo, anche per gioco, a sfogliare un atlante stradale per scoprire quante città, paesi, località, contrade, prendono il nome da alberi. Abbiamo quelli che fanno riferimento a boschi o gruppi di alberi: Cerreto, Castagneto, Rovereto, Faito, Trecastagni… ; oppure santuari o luoghi di culto in  genere che abbinano il nome della Madonna a un albero: Madonna dell’Acero, Madonna del Faggio, Madonna della Querce…; o anche località che si richiamano ad alberi: Prato del Quercione, Passo dei Tre Faggi, Forca d’Acero… Quasi sempre però l’albero che ha dato il nome alla località è scomparso e di esso non resta traccia, talvolta neppure nel ricordo.
In queste pagine, invece, vi vorrei far conoscere alcuni casi, sparsi nel nostro Paese, nei quali l’albero che ha dato il nome al posto è ancora vivo e reale.

Il Platano dei Cento Bersaglieri

Possiamo considerarlo il principe degli alberi italiani legati alla toponomastica. Si trova in comune di Caprino Veronese, non lontano dalla sponda orientale del Lago di Garda, in una frazione che si chiama, appunto, Platano. Inutile domandarsi quale sia il platano all’origine del nome. Prima che venisse scoperto il Platano di Curinga, in Calabria, veniva considerato il platano italiano dotato di maggior circonferenza: ben 11,50 metri anche se il cartello illustrativo a fianco del fusto parlava di 15 metri.
Nonostante le enormi dimensioni, non viene ritenuto più antico di 400 anni, e le ragioni della sua abnorme crescita vanno ricondotte alla vicinanza del torrente Tasso, sul cui argine sorge il Platano.
Il nome, come risaputo, è  dovuto ad un episodio storico. Nel corso di una esercitazione militare svoltasi nel 1937, una intera compagnia di bersaglieri si mimetizzò fra le sue fronde. Tuttavia, a detta del suo vicino di casa, il vecchio Isaia Brighenti, tale nome doveva considerarsi usurpato in quanto la medesima operazione era stata compiuta, molto anni prima, da una compagnia di alpini.
La sua biografia è ricchissima di episodi, tutti raccontati dallo stesso Isaia che a pochi metri dal platano era nato ed era morto a quasi cento anni.
Durante la guerra, per la sua eccessiva vicinanza alla strada e a causa del rigoglio del suo fogliame, venne giudicato dal comando tedesco della zona una possibile minaccia, prestandosi troppo bene a favorire un’imboscata di partigiani; per questa ragione, esso venne privato di gran parte della chioma.
Poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, l’albero era stato teatro di una tragedia. Due ragazzi del posto avevano trafugato dei candelotti di gelatina da un vicino deposito di munizioni. Saliti sull’albero, si divertivano: mentre il più grande, salito più in alto, dava fuoco ai candelotti e li lanciava, facendoli esplodere lontano, il più piccolo, posto più in basso, guardava. All’ennesimo lancio, una raffica di vento colse a volo il candelotto, la deviò e lo fece infilare, dritto dritto, nella camicia aperta del più piccolo, dove esplose polverizzando il povero ragazzo.

Il Platano di Scandicci

Altro enorme Platano che dà il nome al posto che lo ospita è quello che giganteggia nel giardino di Villa “Il Platano” a Scandicci, di proprietà dei conti Poccianti.
Come raccontava trent’anni fa il suo vecchio proprietario, Cesare Poccianti, esso era stato piantato da suo trisnonno, Gian Pasquale, in occasione di un forte terremoto che aveva colpito Firenze verso nel 1812. Nella villa fervevano i lavori di riparazione dell’edificio e l’acqua per fabbricare la malta veniva attinta dall’antico pozzo. Si era in estate, in piena canicola, e alla fatica di estrarre manualmente l’acqua si aggiungeva il caldo soffocante. Fu così che il conte fece piantare un platano perché facesse ombra ai muratori stessi. Già al primo inverno di vita, una forte raffica di vento ne troncò la punta. Il giardiniere dell’epoca volle tentare un’operazione. Rimise a contatto le due parti, ricoprì il punto di saldatura con sterco di vacca, e legò il tutto con una benda robusta. Il rimedio ebbe efficacia e il platano cominciò a crescere fino ad un’altezza incredibile, oltre 40 metri, tanto che si diceva che a un certo punto l’albero venisse indicato sulle carte in uso all’aeronautica militare come un possibile pericolo per i voli.

Le ragioni di uno sviluppo così prepotente vanno ricercate nella costante e abbondante disponibilità di acqua. Oltre a quella del pozzo vicino a quale il Platano era stato piantato, a circa 20 metri, fuori della mura, corre il fiume Greve e i renaioli che con la loro barca dragavano la sabbia dal fondo del fiume, affermavano che capitava loro spesso di inciampare nelle sue radici.
All’epoca di Firenze capitale (1865-70), fu Guido, nonno di Cesare, a proporre, in una riunione di famiglia, di intitolare la villa stessa al Platano.
Passavano altri decenni; arrivava la guerra. In uno dei tanti cannoneggiamenti da parte delle truppe alleate su Firenze, una cannonata colpì il fusto all’altezza del primo palco di rami, a circa 20 metri da terra, passandolo da parte a parte. Il padre di Cesare, Lorenzo, come si usava fare allora, fece chiudere la ferita con un tappo di cemento. Dopo circa 20 anni, la punta del platano cominciò a seccarsi. Gli esperti, convocati, suggerirono di tagliare tutta la parte del platano sovrastante il punto di ferita: un vero massacro! Il conte Cesare non si rassegnò e fece di testa sua. Fatto togliere il tappo di cemento, fece eliminare tutto il legno marcio che si era creato attorno ad esso, fece spalmare la ferita aperta con catrame, e fece praticare un foro sul tronco, comunicante con la ferita ma più in basso della stessa per evitare il ristagno di acqua piovana. Infine, anziché effettuare la mutilazione suggerita, si limitò ad asportare solo la parte morta la quale, una volta a terra, sembrava essa stessa un grande albero, raggiungendo una lunghezza di 15 metri.
Il mio ultimo rilevamento, effettuato nel 2000, dava una circonferenza del fusto di m. 6,30 e un’altezza di circa 32 metri.

Il Castagno di Orciano

A Orciano Di Pesaro c’è un quartiere denominato “il Castagno”. In questo quartiere c’è un piccolo parco denominato “Il Castagno”, dove opera un ristorante che si chiama “Il Castagno” e, ovviamente, c’è anche lui, il Castagno. Si tratta, in realtà, del più bell’ippocastano delle Marche. Una circonferenza di m. 4,10 rilevata nel 2005.
Era stato piantato nel giardino della sua abitazione dal conte Laudadio della Ripa e lì era sempre vissuto tranquillo, con l’unica incombenza di crescere e fare ombra ai suoi proprietari. Negli anni Settanta del secolo scorso la bisnipote di Laudadio, contessa Luciana Branca Aria Della Ripa, vendette tutta la proprietà, Castagno compreso, al comune di Orciano che cominciò subito ad effettuare lavori di ristrutturazione. Prima iniziativa: pavimentare tutto il terreno attorno al Castagno per farne una pista da ballo. Con questa situazione, e relative foto, il libro entrava nel 1984 nel libro “Marche, cinquanta alberi da salvare”. Non appena l’anziana contessa vide come era stato conciato il suo amatissimo castagno, mi telefonò, implorandomi di adoperarmi affinché facessi smantellare quel pavimento. “Me lo fanno morire!”, diceva fra le lacrime la contessa. Segnalai la cosa al sindaco di Orciano e, quasi a dare conferma ai timori della contessa, il Castagno cominciò a deperire e mostrare porzioni di chioma che si seccavano. Il comune, cosciente del suo non comune personaggio vegetale, fece subito eliminare il pavimento sostituendolo con uno che lasciasse trafilare l’acqua piovana. A seguire vennero eseguiti altri lavori tutti finalizzati alla salute del Castagno.

 Il terreno venne tutto rimosso e sotto, fra le radici, venne realizzata una canalizzazione di tubi di gomma collegati a una saracinesca aprendo la quale l’acqua affluiva a tutto l’apparato radicale. Infine, venne realizzata una staccionata attorno al tronco per evitare che il calpestio degli avventori del ristorante costipasse il terreno. Oggi il Castagno continua a nobilitare il suo quartiere con la sua affascinante figura e, quando egli sarà sparito, il suo ricordo resterà nel nome del quartiere.

La Cerquatonda

E’ forse l’albero più famoso fra quelli che hanno dato il nome a una località. Essa sorge con la sua solenne silhouette in località Cerquatonda, comune di Montalto Marche (AP). Anche l’agriturismo attiguo reca il nome della pianta, come pure le scuole elementari del luogo.
L’importanza che viene attribuita alla quercia è testimoniata da quanto fatto dal comune stesso. Circa 15 anni fa la quercia si era ammalata per un attacco di cerambici e rischiava di morire. Rapidamente, il comune deliberò una spesa di quasi due milioni per salvarla. Ad operare venne chiamato un noto alpinista dei Sibillini, Alfredo Giannini il quale, sfruttando le sue doti di scalatore, si inerpicò con la motosega sui rami della Cerquatonda asportando le parti malate e praticando le cure all’uopo. I ritagli della potatura fornirono una catasta di legna di quaranta quintali. Dopo l’operazione la quercia riprese tutto il suo vigore e oggi, segnalata da appositi cartelli turistici, è uno degli alberi più visitati da turisti e scolaresche delle Marche.

Il Cerro di San Marcello

A San Marcello Pistoiese c’è un grande parco che reca il nome di Parco della Quercia. La quercia in questione è lì, ancora ben presente, anche se le ultime segnalazioni la danno in preoccupante stato di salute.
Per circonferenza risulta essere il terzo cerro d’Italia (m. 6,08 rilevati nel 2002), mentre l’estensione della chioma (34 metri) lo vede al secondo posto.
Durante la Seconda Guerra Mondiale l’albero fu protagonista di un episodio toccante. Su queste montagne correva la famosa Linea Gotica, ultimo baluardo opposto dai tedeschi per contrastare l’avanzata degli alleati. Il Comando tedesco, per procurarsi la legna necessaria alle sue operazioni, aveva dato ordine di censire tutti gli alberi più grandi della zona. Al Parco della Quercia si presentò un colonnello il quale, accompagnato dal proprietario, conte Farina Cini, effettuò la ricognizione per tutto il parco. Giunto davanti al grande cerro, l’ufficiale restò alcuni minuti in estatica contemplazione, poi, quasi parlando a se stesso, disse: “M rifiuto di commettere un simile delitto” e, girati i tacchi dei suoi stivali, riprese la strada verso l’uscita.

L’Abetone

Restiamo in zona, a pochi chilometri da San Marcello Pistoiese.
Tutti avranno capito che la celebre località sciistica toscana Abetone deve il suo nome a un grande abete. Questa volta, tuttavia, l’abete titolare della dedica non c’è più. C’è invece, al suo posto, quello che tutti giudicano il suo erede naturale che qui possiamo ammirare in una foto recente inviataci da Ettore Benedetti. Si trova a circa 2 km da Abetone, per chi proviene da San Marcello Pistoiese, appena passata la località chiamata Le Regine. La sua età viene valutata in 200 anni e la sua nascita viene fatta risalire all’epoca del Granduca di Toscana Leopoldo I. Il grande abete fa parte di un grande bosco composto da altre piante sue simili ma soprattutto da faggi, ma esso è nettamente superiore, per dimensioni del fusto, a tutti i suoi compagni. L’importanza attribuita alla pianta è dimostrata dal cartello esplicativo collocato accanto ad esso. L’altezza rilevata è di 42 metri; la circonferenza, ovviamente, non è più quella di m. 4,69 denunciata dal cartello. Oggi, come lo stesso Ettore ci informa, è di m. 4,85. E’ uno dei più grandi abeti dell’Appennino; in Toscana è superata solo dal più grande degli abeti di Basso Matanna, in Garfagnana, e da un suo fratello che si trova anch’esso in provincia di Pistoia, in località Macchia Antonini: entrambi hanno superato i 5 metri di circonferenza.
Si potrebbe continuare ancora per molte pagine, perché tantissimi sono gli esempi che mi vengono in mente (il ristorante la Quercia, l’agriturismo il Vecchio Gelso, la fattoria La Quercia di Racciano…) ma la sazietà (mia e del lettore) mi impone di fermarmi qui.

venerdì 25 gennaio 2013

Meditando sotto un albero (parte seconda) L'albero dei desideri


Un albero è un essere vivente .
Le sue radici sono scese
in profondità nel terreno
e i suoi rami svettano alti nel cielo;
l'albero è connesso con il tutto,con i raggi del sole, con le stelle.
Parla dunque con gli alberi!
Può essere un punto di contatto con il divino.

(Osho)

 Andiamo avanti nel nostro percorso nel mondo della spiritualità. Restiamo in India patria di grandi padri spirtuali, mistici e in generale della cultura spirituale più antica e forte. Abbiamo chiamato ad introdurci in questo post un personaggio emblematico del mondo mistico e spirituale, certamente controverso ma oggi più che mai molto molto letto e citato. Parliamo di Chandra Mohan Jain - anche noto come Acharya Rajneesh dagli anni Sessanta in poi e come Bhagwan Shree Rajneesh negli anni Settanta e Ottanta - conosciuto come Osho, nome adottato da lui stesso che significa probabilmente "oceanico". Non parlremo di lui, oggi ne riportiamo solo una parabola  che vuole introdurci nel delicato mondo della mente e della meditazione, ovviamente la parabola non poteva che avere come protagonista l'albero che Osho rispettava e citava spesso nei suoi discorsi.

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La Parabola dell’Albero dei Desideri – Osho

Il sorriso dell'albero naif di Alessandra Placucci
Il pensatore è creativo con i suoi pensieri; questa è una delle verità fondamentali che è bene comprendere. Tutto ciò che sperimenti è una tua creazione. Come prima cosa lo crei, poi lo sperimenti e infine ne resti intrappolato, poiché non sai che la fonte di ogni cosa è dentro di te.
Un uomo, mentre era in viaggio, per caso entrò in paradiso. Nel paradiso concepito dagli hindu esistono alberi che soddisfano i desideri. Ti siedi semplicemente sotto uno di loro, desideri una cosa qualsiasi e immediatamente viene soddisfatta: tra desiderio e appagamento non c’è alcun lasso di tempo. Tu pensi e immediatamente la cosa si concretizza.
Questi alberi rappresentano simbolicamente la mente. La mente è creativa, creativa con i suoi stessi pensieri.
Quell’uomo era stanco, per cui si addormentò sotto uno di questi alberi. Quando si svegliò, era molto affamato, per cui disse: “Quanto vorrei poter trovare del cibo da qualche parte!” Immediatamente il cibo apparve dal nulla, fluttuava nell’aria; erano manicaretti deliziosi. L’uomo divorò ogni cosa e quando si sentì sazio, in lui sorse un altro desiderio: “Se solo potessi avere qualcosa da bere…” e poiché in paradiso non esiste alcun proibizionismo, immediatamente apparvero vini pregiati.
Dopo aver bevuto, mentre si rilassava alla fresca brezza del paradiso, quell’uomo iniziò a chiedersi: “Cosa sta succedendo? Sto sognano? Oppure ci sono nei pressi dei fantasmi che si prendono gioco di me?” E subito comparvero dei fantasmi: feroci, orribili, stomachevoli. L’uomo si mise a tremare e in lui sorse un altro pensiero: “Adesso di certo verrò ucciso. Questi mostri mi uccideranno!” E fu ucciso.
Questa è una parabola antica, il cui significato è molto profondo. La tua mente è l’albero dei desideri: qualsiasi cosa pensi, prima o poi si avvererà. A volte lo spazio tra il desiderio e il suo compimento è talmente grande che ti dimentichi completamente di aver mai desiderato proprio quella cosa: a volte passano anni, a volte addirittura intere incarnazioni, per cui non sei in grado di risalire alla fonte. Ma se osservi con attenzione e in profondità, vedrai che tutti i tuoi pensieri stanno creando te e la tua vita. Essi creano il tuo inferno e il tuo paradiso. Creano la tua infelicità e la tua gioia. Creano il negativo e il positivo. Ognuno di noi è un mago; ognuno tesse e ricama un mondo magico intorno a sé… e poi ne resta intrappolato. Il ragno stesso è intrappolato nella sua tela.
Quando lo comprendi, le cose iniziano a cambiare. A quel punto puoi giocare con la vita: puoi cambiare il tuo inferno in paradiso, si tratta solo di dipingerlo partendo da un’altra prospettiva. D’altra parte, puoi amare a tal punto la tua infelicità da crearne quanta ne vuoi, a piacimento! Ma in quel caso non ti lamenti più, poiché sai che si tratta di una tua creazione, è un tuo dipinto, non puoi renderne responsabile qualcun altro. In quel caso, l’intera responsabilità è tua.
Allora nasce una nuova possibilità: puoi smettere di creare il mondo, puoi non crearlo più. Non è più necessario creare il paradiso e l’inferno, non è più necessario creare. Il creatore si può rilassare, può ritirarsi. Quel ritirarsi della mente è meditazione.

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 Secondo Osho, dunque, la meditazione è uno stato che va «oltre la mente», di totale presenza di sè nel quale raggiungere consapevolmente il silenzio interiore. Egli insistette molto sul fatto che la meditazione non può essere spiegata o descritta in modo esaustivo, essendo un'esperienza nella quale la mente ed ogni pensiero logico (quindi anche il linguaggio) vengono trascesi. La pratica della meditazione non comprende quindi necessariamente pensieri spirituali o religiosi, e non è possibile forzarla con un atto di volontà anche se è una disciplina, ma soltanto lasciare che questo stato di «non mente» cioè del guardare la cosa in sè senza dare giudizi di sorta, si manifesti spontaneamente. È questa la mente del bambino che guarda incantato le meraviglie del mondo; è la mente innocente che si affaccia per la prima volta sull'universo e lo contempla.

Osho ci dice che l'albero può essere un contatto con il divino e ci invita a "parlare agli alberi" ...eh beh allora penso: "guarda un po' a chi lo dice?"... Battute a parte certo quale miglior maestro di un albero per imparare il silenzio interiore? E non solo interiore aggiungo... La meraviglia che è parte di quel mondo bambino in cui è assente il giudizio e in cui la meditazione avviene si manifesta sempre davanti ad un albero se lo guardiamo con attenzione... E parlando di questa attenzione, che altro non è se non amore, perchè amore è vivere nel presente, è prestare attenzione, esserci... ho registrato nel mio breve soggiorno in provincia di Piacenza un'intervista al mio amico Paolo Mario Buttiglieri, che consiglio a tutti di ascoltare perchè apre le porte ad interessanti spunti e approfondindimenti.

P.M.Buttiglieri in una foto da giovane
 Paolo Mario Buttiglieri è un sociologo, mistico, giornalista, ideatore e docente del massaggio dell'anima. Lo conoscete già dalle sue micropoesie che ogni tanto posto anche sulla pagina. Non mi dilungo nella sua presentazione perchè lo faccio già nell'intervista che ascolterete qui sotto. Lo introduco in questo post perchè Paolo ha praticato per anni lo yoga e conosce per averli a lungo studiati i meccanismi della mente. Il suo misticismo si avvicina molto al pensieri di Osho di cui Paolo è profondo conoscitore. Nell'intervista parliamo del massaggio dell'anima e dell'interazione energetica tra persone e piante, si parla anche di amore, di meditazione, delle nuove tendenze alimentari, di new age e altro. Paolo è presente su fb con il profilo privato e con la pagina (clicca sulla foto a sin.), se volete approfondire potete contattarlo, e conoscerlo meglio.    

 Dovete scusarmi se la qualità audio non è buona, avendo registrato la conversazione nella Biblioteca in cui Paolo lavora con il telefonino, ma sono felice di averlo fatto perchè sentire il pensiero di qualcuno dal vivo è molto meglio che leggerne, secondo me. Avevo anche preparato un video che però ho deciso di non inserire, in modo da concentrare l'attenzione sul discorso. L'intervista dura un'ora, ma non siamo riusciti ad esaurire l'argomento in questo arco di tempo e spero di poter fare un'altra coversazione filosofica con Paolo per farvi un quadro completo del suo pensiero... Buon ascolto! Aspetto vostri commenti.


per ascoltare clicca sulla freccia
Voglio salutarvi con due poesie di Paolo a cui io sono molto affezionata  e che secondo me ne rivelano l'intima essenza ...

In mille modi

gli alberi mi parlano e

incidono sottili emozioni

nella mia corteccia
(P.M.Buttiglieri)
 

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Non ho bisogno che parli,

il tuo sguardo, il tuo silenzio,

il tuo modo di camminare,

il profumo della tua pelle,

come nascondi e mostri tuo il corpo,

le scarpe che accolgono i tuoi piedi,

ma sopra ogni cosa

tutto l'invisibile

che c'è in te…
(P.M.Buttiglieri)

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Alla prossima puntata di Meditando sotto un albero. Ho preparato per voi una bella meditazione da scaricare con musica integrata che sono sicura vi piacerà molto !

Valentina M.

APPROFONDIMENTI
 
Stavolta non ho da proporvi nessun libro in particolare, sarebbero troppi da citare, vi ho messo il link diretto all'autore se volete conoscere qualche titolo della vasta bibliografia di Osho (cliccando sull'immagine di Osho in apertura in alto dopo il titolo). Di Paolo invece non c'è ancora alcun libro. Ho selezionato alcune sue poesie e scritto una piccola prefazione di un libro virtuale (nel senso che esiste solo come prototipo) che forse un giorno potrete leggere... nell'attesa vi consiglio di seguirlo nel suo giornale Uqbarquotidiano   disponibile gratuitamente su fb, via mail e sulla sua pagina.
 

martedì 22 gennaio 2013

Meditando sotto un albero (parte prima)

Bodhi-Tree di Alice Mason
 "Se volete ottenere l'illuminazione, non dovete studiare innumerevoli insegnamenti. Approfonditene solo uno. Quale? La grande compassione. Chiunque abbia grande compassione, possiede tutte le qualità del Buddha nel palmo della propria mano."
-- Buddha --
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Seduto sotto un albero a meditare
mi vedevo immobile danzare con il tempo
come un filo d'erba
che si inchina alla brezza di maggio
o alle sue intemperie.

Alla rugiada che si posa sui fiori
quando s'annuncia l'autunno
assomiglio
io che devo svanire
e vorrei
sospendermi nel nulla
ridurmi
e diventare nulla.
(Franco Battiato)


Oggi iniziamo il nostro viaggio nel mondo della spiritualità (ho suddiviso l'argomento in più articoli perchè troppo vasto) accompagnati da questo bellissimo sottofondo di Battiato parlando di alberi e meditazione e partendo proprio dal linguaggio più diretto che è quello dell'Amore, della Compassione e della comunicazione non verbale, il linguaggio del puro intento. Gli alberi da sempre sono stati ponti attraverso i quali gli uomini hanno potuto sperimentare questo linguaggio. E per quale motivo,voi vi starete chiedendo? Beh io risponderei senza esitazione che gli alberi sono gli esseri più antichi che hanno saputo sviluppare la compassione più di qualsiasi altro essere sulla Terra. L'albero non chiede niente e accoglie e sfama ogni altro essere che a lui si avvicina.Chi se non l'albero è in grado di dare incondizionatamente? Qualcuno troverà strana la mia affermazione ma se ci pensate bene a quale altro essere sul pianeta Terra affidereste i vostri dolori più grandi se non ad un albero? Non a caso il nostro blog si chiama "Quelli che parlano agli alberi". Qualcuno si aspetta che noi abbiamo chissà quale conversazioni o poteri soprannaturali, voglio rispondere anche a chi spesso mi cerca volendo soddisfare questa curiosità e puntualmente ne resta deluso... Gli alberi sanno di me, di noi ciò che l'uomo non riesce a comprendere e tutto questo non è racchiudibile in poche spicciole parole o in conversazioni da pettegolezzo, spesso è complicato anche per noi stessi tradurlo in parole, ecco allora che ci vengono in aiuto altre forme comunicative, nel mio caso la poesia, in altri l'arte, la musica, la danza, discipline meditative ecc... La comunicazione si attua in mille modi diversi ma quella intuitiva difficilmente necessita di traduzione. Provate ad abbracciare un albero assieme ad altre persone percepirete tutti la stessa energia ma ognuno nel suo specifico modo, e tutti assieme sarete istantaneamente collegati alla stessa fonte energetica, sensoriale e comunicativa. 
A tal proposito Paramahansa Yogananda scriveva:
“Sentite l’amore di Dio; e in ogni persona vedrete il volto del Padre, la luce dell’Amore che risiede in tutti. Scoprirete una relazione magica e viva che lega gli alberi, il cielo, le stelle, tutta la gente, e tutte le cose viventi, e sentirete di essere uno con loro. Questo è il codice dell’amore divino.”



Perchè dunque i grandi saggi hanno sempre trovato il centro del proprio essere, la propria illuminazione sotto un albero?
"Gli antichi yoghi scoprirono che il segreto della Coscienza Cosmica è intimamente legato alla padronanza del respiro. Questo è il contributo impareggiabile e immortale che l'India ha apportato al patrimonio di conoscenze del mondo. La forza vitale, che normalmente viene assorbita dal compito di sostenere il pulsare del cuore, deve essere liberata per svolgere attività più elevate, con l'aiuto di un metodo per acquietare le incessanti esigenze del respiro".
(Sri Yukteswar)
Dunque è dal respiro che parte la nostra consapevolezza e quale miglior maestro potremmo trovare che possa insegnarci la respirazione se non l'albero che rappresenta il polmone della Terra? Rimaniamo in India terra di mistici e di alberi sacri . Chi vi viene in mente?
Vi verrà subito in mente Siddharta Gautama, che nacque addirittura in un bosco e che ad un certo punto all'età di trentacinque anni, meditando sotto un albero, poi conosciuto come l’albero della Bodhi o del Risveglio presso Bodhgaya (nell'attuale regione del Bihar, in India), raggiunse lo stato dell'Illuminazione, lo stato di completa e profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza. Da quel giorno il principe Siddharta fu noto come il Buddha, il Risvegliato. Attualmente invece pensiamo a Ram Bahadur Bomjon (o Bomjan o Banjan) (nato il 9 aprile 1990), nome ufficiale buddhista Palden Dorje, conosciuto anche come il piccolo Buddha, è un giovane monaco nepalese del villaggio di Ratanapuri. La sua fama è dovuta alla profonda meditazione alla quale si dedica sotto un albero nella foresta di Piluwa, senza apparentemente nutrirsi, dal 16 maggio 2005. (parleremo approfonditamente di questi personaggi in un altro articolo che sto preparando).

Ritornando alla compassione voglio riportarvi la storia bellissima della creazione dell'albero (di cui ci sono molte versioni) tratta dallo Shiva Purana.

Shiva, osservando l’eterna sofferenza che doveva sopportare il genere umano di generazione in generazione, si chiese perché gli dei si dedicassero a creare e a distruggere la razza umana, provocandole tanta sofferenza. Mentre cercava una risposta soddisfacente, le lacrime cominciarono ad uscire dai suoi occhi, ed ovunque caddero sulla terra, fecero nascere un possente albero di Rudraksha.

Le Rudraksha sono quindi un dono di Shiva all’uomo, una manifestazione della sua compassione, un aiuto per alleviare le sofferenze dell’umanità.Cosa sono le Rudraksha? Sono “sfere” di consistenza legnosa, portate sui corpi seminudi di sadhu ed asceti, sovente in gran numero, a guisa di collane, braccialetti, cavigliere od altro. Esse in hindi sono chiamate Rudraksha, mantenendo l’antica denominazione sanscrita, e sono il nocciolo (endocarpo) del frutto di un albero che ha lo stesso nome. Alle Rudraksha sono attribuiti tutta una serie di poteri e di effetti benefici sull’uomo e sugli animali minuziosamente dettagliati in alcune Sacre Scritture, tra cui lo Shiva Purana, la Rudraksha Jabalopanishad e lo Shrimad Devi Bhagwatam.Esse concederebbero calma e pace mentale, divenendo un valido supporto per la meditazione e la pratica dello Yoga. Ricerche in ambito accademico e non, hanno riconosciuto alle Rudraksha una notevole attività elettromagnetica, che interagirebbe con il sistema nervoso periferico di chi le porta a contatto con la pelle. Si ipotizza anche che esse possano operare in forma simile ai condensatori dei circuiti elettrici. 


L’albero delle Rudraksha è una latifoglia sempreverde della famiglia delle Elaeocarpaceae. Il suo nome scientifico è Elaeocarpus ganitrus Roxb. (sinonimo Elaeocarpus sphaericus K. Shum.): il nome di genere ricorda la somiglianza del frutto con quello dell’olivo, mentre quello specifico deriva dal suo nome indonesiano. E’ specie tropicale e sub-tropicale, probabilmente nativa di Nepal ed India, della Malesia e dell’Indonesia (in particolare Java e Bali).E’ albero ad accrescimento relativamente rapido, può raggiungere i 30 metri di altezza ed il metro e mezzo di diametro. Fiorisce in differenti epoche dell’anno, a seconda dell’area geografica in cui vive, producendo fiori biancastri, profumati e riuniti in densi racemi; i frutti maturano tra agosto e novembre, prendendo un bellissimo e vistoso colore blu. Guarda caso, lo stesso colore del corpo di Shiva!


Tutto questo accade in India che da sempre ha una venerazione per gli alberi. Anche nella cultura europea e in tutte le altre culture l'albero ha avuto il ruolo sacro di mediatore di energie celesti ma il progresso ha mano a mano fatto scomparire questa sacralità un po'ovunque, assimilinado il culto pagano alle varie religioni imposte dagli uomini. In questo contesto, l’India si pone come caso assolutamente particolare nel panorama mondiale: il culto degli alberi, che si perde nella notte dei tempi, canonizzato dalle scritture sacre, ed ancor prima rappresentato su sculture in pietra dell'età del bronzo, continua in forma diffusa ancora oggi, costituendo una corrente tutt’altro che secondaria nell’immenso fiume della devozione e spiritualità indiane. Esso interessa ogni religione dell’India, con l’unica eccezione del sikhismo. La superficie di questo sterminato Paese è cosparsa di maestosi alberi, spesso antichi, dove la gente si ferma a pregare ed a meditare, a cui si offrono cibo, acqua, fiori ed incenso. Gli alberi sempre una componente importante del paesaggio e della vita e membri a pieno titolo della comunità. Umanizzati a tal punto che ancora oggi, negli sperduti villaggi dell'India rurale, due piante della stessa specie che crescono accanto sono considerate come marito e moglie, e talora vengono addirittura unite formalmente in matrimonio.Questo accade anche da noi vi ricordate lo sposalizio degli alberi che ancora oggi si celebra a Viterbo? Non solo: presso alcune tribù, in situazioni particolari, è tuttora in uso il matrimonio tra un uomo o una donna ed una pianta, che precede il "normale" matrimonio, allo scopo di rimuovere ostacoli vari e di rendere duratura l'unione.

E invece nella nostra tradizione ... Anche noi abbiamo un albero sacro e con potente simbologia nelle Sacre Scritture...ma non mi soffermo per ora sul ruolo dell'albero nella simbologia Cristiana perchè non mi basterebbe l'intera giornata, però quale è il nostro albero della Vita ? Il melo di Eva? il fico? Quale sarà questo pomo mitico? Quale l'albero rappresentativo della cultura cristiana?

Figurazioni del peccato originale in due distinti dipinti di Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553): Adamo ed Eva, rispettivamente del 1526 
(Courtauld Institute of Art Gallery, Londra) e del 1533 (Kunsthistorisches Museum di Vienna). Il frutto in questione è classicamente la mela

A tal proposito sempre Yogananda un giorno disse al suo Maestro Sri Yukteswar: «La storia di Adamo ed Eva è per me incomprensibile. (..) Perché mai Dio punì non solo i due colpevoli ma anche tutte le generazioni a venire?» Il Maestro rispose: «La Genesi è profondamente simbolica e non può essere compresa se interpretata letteralmente. Il suo “albero della vita” è il corpo umano. La spina dorsale è come un albero capovolto; i capelli dell’uomo sono le sue radici, e i rami sono i nervi afferenti ed efferenti. L’albero del sistema nervoso porta molti soporosi frutti, cioè le sensazioni della vista, dell’udito, dell’odorato, del gusto, del tatto. In essi l’uomo può legittimamente indulgere, ma gli fu proibita l’esperienza del sesso, il “pomo” al centro del giardino corporeo. Il serpente rappresenta l’attorcigliata energia spinale che stimola i nervi sessuali. Adamo è la ragione, Eva il sentimento. Quando l’emozione o “coscienza di Eva” in un essere umano è sopraffatta dall’impulso del sesso, allora la sua ragione, Adamo, soccombe anch’essa».


dipinto di Vladimir Kush
Osservando una mela tagliata il caro vecchio pomo mi pare davvero famigliare e in effetti non ricorda anche a voi le parti intime femminili? O forse la parola mela deriverà dall'errata traduzione latina di malum (male)? Nel dipinto sottostante invece Michelangelo dipinge l'albero della vita come un fico, e del resto gli alberi sacri più antichi sono dei ficus (vedi l'albero della Bodhi che è un ficus religiosa) oppure  i sicomori nell'antico Egitto (la cui storia antica sarebbe interressante da ripercorrere)... Beh anche il frutto del fico mi ricorda una simbologia sessuale, stavolta molto più maschile... insomma ora non divaghiamo troppo... questo potrebbe essere un altro bello spunto per un prossimo articolo no?




Michelangelo (1475-1564): ‘Il Peccato originale' e ‘La cacciata dal Paradiso terrestre' sulla volta della Cappella Sistina (1508-1512) a Roma. Notare le foglie dell'albero (in alto a sin.): sicuramente delle foglie di fico

Visto che abbiamo a lungo parlato del mistico Paramahansa Yogananda e dell'Amore e della compassione come via verso l'illuminazione se qualcuno di voi volesse beneficiare del suo influsso spirituale vi consiglio un libro appena uscito dal titolo "108 palpiti d'Amore" in cui trovate 108 messaggi d'amore. Voglio farvi un regalo dunque ... Per scoprire in anteprima qualcuno di questi messaggi cogli la mela qui sotto ...cliccandoci su. No non aver paura qui non siamo in Paradiso... oppure si ?
Clicca la foto per aprire i messaggi d'amore e leggere un estratto del libro
 
L'amore non dipende da un incontro, da una persona, da una storia romantica. L'amore si risveglia con i palpiti nel nostro cuore, che possono esserci sempre, con la giusta pratica.Questo libro ci offre tale pratica: Yogananda ci guida verso un cuore che potrà sempre risuonare con dei palpiti d'amore, in modo da colmarlo con la sostanza stessa della vita: il puro Amore.
La legge dell'amore è una scienza molto più vasta di qualsiasi scienza moderna. L'amore guarisce. L'amore ci porta la pace, sia nel nostro cuore che nel mondo. L'amore ci dona una felicità duratura. L'amore rende il nostro viso e i nostri occhi più belli. L'amore ci fa ridere delle ricchezze materiali. Ci aiuta a imparare qualsiasi cosa con maggiore velocità. L'amore ci rende instancabili al lavoro e ci dona infinita ispirazione. L'amore ci fa veramente godere la vita. Più amore significa più vita. E l'amore ci porta la vera vita.

Ma perchè proprio 108? Il numero 108* è  considerato “numero sacro, in molte regioni indiane, legato alle pratiche dello yoga e del Dharma:
  • Secondo la tradizione Hinduista - ad esempio - le divinità hanno 108 nomi, ed è considerata una pratica sacra quella di recitare durante i riti religiosi questi nomi, contandoli sui grani dell' Akshamala (o Mala).
  • Allo stesso modo i monaci Zen indossano uno Juzu (simile all'Akshamala, però da polso) formato anch'esso da 108 grani.
  • Il Buddhismo tibetano crede esistano 108 peccati, e 108 bugie che gli uomini possono dire.
  • In Giappone, nei festeggiamenti di fine anno, si suona una campana per 108 volte, ognuna delle quali rappresenta una delle 108 tentazioni terrene che l'uomo deve superare per raggiungere il Nirvana.
  • 108 è il numero delle intersezioni delle linee tra i Chakra, che convergono sulla linea del cuore e portano alla realizzazione e all' auto-coscienza.
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La più grande storia d’amore è quella con l’infinito. Voi non avete idea di quanto la vita possa essere bella. Quando improvvisamente trovate Dio in ogni luogo, quando Lui viene da voi e vi parla e guida, la storia d’amore col divino è cominciata.
(Paramahansa Yogananda)


Aspettando l' illuminazione sotto la mia magnolia (funzionerà?) 
vi saluto e vi rimando alla prossima puntata di 
"Meditando sotto un albero"

Valentina Meloni 
 

CURIOSITA' E APPROFONDIMENTI

*108  nasce dal 12x9 e che con tutti i suoi multipli e sottomultipli (in particolare 108:2:2=27, 108:3=36, 108:2=54, 108x2=216, 108x2x2=432, 108x2x3==648) compare in continuazione da un estremo all'altro del continente euroasiatico: Angkor Vat, in Cambogia, ha 54 torri, 108 statue ai lati del viale di accesso; 540 statue di divinità Deva e Asura e così via; il tempio di Baalbek, in Fenicia, aveva 54 colonne; nella città santa di Lashanmjh, in Tibet, c'erano 108 templi; 108 cappelle del tempio di Padmasambhava, il re sumero Enlil regalò 108 aromi ad Aadamu, il ciclo temporale indiano, Manvantara, è di 64.800 anni; il ciclo di Kalga corrisponde a 4320 milioni di anni; la durata del regno antidiluviano nella mitologia babilonese è di 432.000 anni, quella sumera di 108.000, i rosari buddista e indù hanno 108 grani, i libri sacri tibetani del Khagiur sono composti da 108 volumi, il Rig Veda ha 10.800 versetti, con 40 sillabe per versetto, per un totale di 432.000 sillabe; il Valhalla delle saghe nordiche ha 540 porte, da ciascuna delle quali escono 800 guerrieri, per un totale di 432.000


Paramhansa Yogananda nacque nel 1893 a Gorakhpur, in India, come Mukunda Lal Ghosh, da una famiglia benestante del Bengala. Divenne discepolo a diciassette anni del grande swami Sri Yukteswar (a sua volta discepolo di Lahiri Mahasaya), presso il cui ashram rimase dieci anni. Nel 1915, dopo la laurea presso l'Università di Calcutta, entrò a far parte dell'ordine monastico del suo maestro, ricevendo il nome di swami Yogananda. Nel 1920 giunse a Boston, in qualità di rappresentante per l'India al Congresso internazionale dei leader religiosi. Qui, nello stesso anno, fondò l’associazione religiosa Self Realization Fellowship (SRF), poi stabilita definitivamente a Los Angeles nel 1925, attraverso la quale per oltre trent'anni, con innumerevoli viaggi, conferenze e lezioni, espose al mondo occidentale gli insegnamenti dello Yoga e della meditazione. Nel 1935 compì un lungo viaggio tra Europa e Africa per fermarsi poi, oltre un anno, in India, dove il suo maestro Sri Yukteswar gli conferì il titolo monastico di Paramahansa (cigno supremo). Entrò nel mahasamadhi il 7 marzo 1952, lasciando sia all'Oriente che all'Occidente un'immensa eredità di ordine spirituale e morale, testimoniata e diffusa nel mondo, così come in Italia, dai numerosi centri SRF esistenti. Gli insegnamenti di Paramahansa Yogananda sono contenuti nel libro Autobiografia di uno yogi e in molti suoi scritti, tra lezioni, discorsi e commenti, conservati e divulgati dalla SRF e pubblicati, direttamente o per suo conto, in oltre 25 paesi.

domenica 20 gennaio 2013

Le Querce delle Streghe


QUANTE SONO LE “QUERCE DELLE STREGHE”?
Una della caratteristiche che contraddistinguono i grandi alberi è che, molto spesso, sono dotati di un nome proprio. Fra le specie, forse quella che più viene toccata da questa realtà, è la quercia. Il nome può derivare dalle sue caratteristiche dimensionali: il Quercione, la Querciona, Lu Cerquò, Cerquagrossa, ecc.; oppure dalla località, o dal nome del proprietario…(la Cerqua de Zi’ Co’); talvolta dalla sua particolare avvenenza (Cerquabella) o dalla conformazione (Cerquatonda).
Talvolta il nome deriva da una credenza popolare. Uno dei nomi più inflazionati è quello di “Quercia delle Streghe”. Attualmente, a livello nazionale, con una fama che si estende su un territorio di grandezza variabile, se ne conoscono almeno quattro. Esse saranno le quattro regine di questo articolo.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Villa Carrara

La regina assoluta, la cui fama si estende a livello nazionale e non solo, può essere considerata  quella che si trova sulle proprietà di Villa Carrara, nella frazione di Gragnano, comune di Capannori. E’ talmente conosciuta, fotografata e pubblicata, che ormai nessuno si ricorda più che essa ha un proprietario che da decenni se ne prende amorevolmente cura, ed è la famiglia Carrara, la cui casa dista un centinaio di metri dalla pianta. Questa quercia vanta, nel nostro Paese, il primato della chioma più ampia fra tutte le querce italiane, con 39 metri di diametro. Sono tanto lunghi, i suoi rami, che oramai non ce la farebbero più a sostenersi con la sola loro forza, ma hanno bisogno di essere sorretti da puntelli. La stessa forma dei rami, con i loro contorcimenti, ha contribuito a creare la leggenda che siano state proprio le streghe, con il loro continuo viavai su di essi, a provocare quelle circonvoluzioni.
La sua storia è stata già oggetto di pagine di libri e di riviste. La ricapitoliamo.
Agli inizi del secolo scorso una scolaresca in visita alla quercia si appese per gioco ad uno dei suoi rami e lo spezzò alla radice. Durante la guerra l’ampia chioma fu sfruttata da un reparto corazzato tedesco per mimetizzare i carri armati all’osservazione aerea nemica. Al momento della partenza, il comandante avrebbe voluto abbatterla per farne legna da ardere; la quercia venne salvata dalla proprietaria che, conoscendo bene la lingua tedesca, riuscì a convincere il comandante del valore monumentale della quercia. Oggi qualcuno vuole spingere ancor oltre la leggenda, identificandola con quella sotto la quale Pinocchio nascose i suoi zecchini.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Loreto Aprutino


Di eccezionale valore è anche l’omonima quercia di Loreto Aprutino della quale posso vantare la scoperta.
Era il 1986. Avevo da poco iniziato le ricerche per realizzare il mio “Abruzzo, 60 alberi da salvare”. Il mio fido collaboratore Luigi Scaccabarozzi aveva attinto ogni possibile notizia presso gli ispettorati forestali di Teramo, L’Aquila e Chieti. Mancava la sola provincia di Pescara, il cui comandante vietava l’accesso alle informazioni: aveva da poco ricevuto la famosa circolare della sua Direzione Generale. Nel tentativo di coprire anche questa provincia, inviai una lettera circolare a tutti i sindaci, pregandoli di segnalarmi eventuali alberi di eccezionali dimensioni sul loro territorio. Solo in 5 risposero. Due di essi comunicavano che non avevano alberi, uno segnalava un albero già da me conosciuto, una proponeva un albero che non raggiungeva le dimensioni necessarie. In pratica, la vasta operazione aveva partorito un solo topolino, anche se di belle dimensioni: la quercia del Convento di Colle Romano di Penne. Recatomi a visionare la quercia, lungo l’itinerario, come mia abitudine, non tralasciavo di guardarmi attorno e, sulla via del ritorno, giunto in località Passo Cordone, in comune di Loreto Aprutino, in nettissima evidenza in mezzo a un campo, mi apparve una quercia di dimensioni eccezionali. Il fusto misurava m. 5,93 di circonferenza ed appariva come un enorme vaso aperto sulla sommità, dal quale partiva una chioma di ridotte dimensioni. Sembrava una pianta ormai avviata sul viale del tramonto. Rintracciato il proprietario, dottor Schipsi, questi mi rivelava che sul posto la pianta era nota (evidentemente non presso il comune di Loreto Aprutino che si era ben guardato dal segnalarla) con il nome di Quercia delle Streghe, perché si riteneva che le stesse usassero per le loro cerimonie la grande cavità del fusto. Il dottor Schipsi avanzava anche l’ipotesi che anche i briganti avessero usato lo stesso tronco per tendere agguati ai viandanti.
Tornavo a rivedere la grande quercia nel 2011, insieme a Francesco Nasini che stava già componendo il suo “Grandi Alberi d’Abruzzo”. Non sembravano più gli stessi, né il posto (ora occupato da case con rispettivi giardini), né la Quercia (ora inserita proprio all’interno di uno di questi giardini). La circonferenza era aumentata a m. 6,30 ed anche la forma del fusto era mutata, diventando – da troncoconico qual era – ben cilindrica; anche la chioma aveva acquistato notevole rigoglio e, cosa più stupefacente, si stava richiudendo la grande cavità sulla sommità. Come avesse fatto la quercia, in 25 anni, a migliorarsi così, lo potrà dire solo la natura.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Lapedona.



Se, trenta anni fa, a contenderle la fama poteva esserci la grande quercia di Madonna di Manù, da quando questa, nel 1994, è crollata al suolo, nessuno più può contendere a questa quercia il ruolo di albero più grande del territorio di Lapedona (FM). Le dimensioni sono di grande rilievo. Su un fusto di notevole altezza, ma di soli 4,25 metri di circonferenza, si eleva una chioma di ben 33,5 metri di diametro, mentre l’altezza totale della pianta è di 28 metri.
Quello che più colpisce è però la posizione della Quercia. Poiché essa è radicata nel fondo di una piccola valle dove scorre il tratto iniziale del Fosso San Biagio, chi la osserva dalla strada e dai terreni soprastanti vede solo la sommità della chioma, e sarebbe portato a pensare di avere a che fare con un boschetto di querce. Solo affacciandosi sul dirupo e, ancor più, scendendo in fondo allo stesso, ci si accorge che tutto il bosco è alimentato da un unico fusto; è, cioè, la chioma della quercia. La stessa chioma, vista da sotto, sembra la cupola di una cattedrale. Essa è ben nota ai cacciatori in quanto sui suoi rami sono solite riposarsi colonie di colombacci. I rami, infatti sono molto distanziati l’uno dall’altro e i volatili vi si possono muovere agevolmente, come dentro una gigantesca voliera. Il posto alquanto sinistro, la vicinanza di un antico convento con altre querce secolari e contorte, la lontananza da ogni centro abitato hanno fatto nascere anche su questa quercia la credenza che fosse abitata da streghe.


La QUERCIA DELLE STREGHE di Montefiore dell’Aso


La scoperta di questa ennesima ed ultima quercia con questo nome è dovuta esclusivamente a Francesco Nasini che, con il suo ritrovamento, si è meritato a pieni voti il diploma di “cercatore di alberi”. Uno dei principali requisiti richiesti è, indubbiamente, quello di saper avvertire un grande albero “a naso”, anche dove nessun altro esploratore penserebbe di trovarlo. Altro requisito è la perseveranza, cioè l’insistenza a volerlo trovare anche oltre ogni più pallida speranza. E’ quello che ha dimostrato di possedere il Nasini catturando questa eccezionale preda. La circonferenza è, infatti, di m. 5,70 che ne fa la più grande quercia, per circonferenza, della provincia di Ascoli Piceno. Peccato una chioma decisamente non proporzionata a tanto tronco, probabilmente dovuta ai numerosi tagli effettuati in passato.
Per trovarla, occorre immettersi su una provinciale di non grande transito come quella della Val Menocchia. Al km 7 circa si lascia la provinciale per immettersi su una stradina brecciata che risale la collina, che a un certo punto va lasciata per imboccare, sulla destra, una strada ancora più dissestata, a fianco della quale, visibile solo quando si arriva a pochi metri, si trova la vecchia quercia. Insomma, per trovarla, bisogna andarci apposta, magari accompagnati. Se non è abilità questa…
E’ il proprietario, signor Cossignani, a rivelare che la sua pianta è conosciuta con questo nomignolo, sempre per la credenza popolare che associa la figura insolita della quercia all’antica presenza di streghe.
Un altro particolare che contraddistingue questa pianta, è la presenza di una sorta di sedile sulla parte più alta del fusto, facilmente raggiungibile da chi si voglia arrampicare. Infatti, non è raro vedere famiglie con bambini al seguito che issano i loro figli sul sedile per scattare una foto curiosa da conservare per ricordo.


La ROARA di Tregnago


Strettamente legata a leggende di streghe, ma scomparsa da qualche anno, era la grandiosa “Roara” di Tregnago, una delle querce più belle e più grandi d’Italia.
Narra la leggenda che sotto la sua chioma si dessero convegno due innamorati. Una strega si era invaghita del ragazzo e una notte trasformò in ramo la ragazza che era arrivata prima e si sostituì a lei. Quando giunse il giovane, questi cominciò le sue effusioni amorose verso quella che riteneva la sua innamorata. A un tratto un raggio di luna rischiarò il volto della strega. Il giovane lanciò un grido e la spinse lontano da sé. Infuriata, la strega trasformò in ramo anche il giovane. Quale dei rami della strega sono quelli che una volta erano i due innamorati, nessuno lo seppe mai. La leggenda venne raccontata da Giuseppe Rama in “Leggende di streghe veronesi” .

Vorrei pregare chiunque conosca altre querce con lo stesso nome in Italia, di darmene segnalazione.