Cosa ti racconta un albero?

martedì 19 febbraio 2013

Giganti bambini


GIGANTI BAMBINI

Mi è capitato di vedermi cambiare il titolo di una mia conferenza da “Alberi Monumentali d’Italia” a “Alberi più antichi d’Italia”. Il secondo titolo è, in realtà, improprio. Anche se ancora non sono stati universalmente codificati i criteri ai quali attenersi per definire “monumentale” un albero, un concetto che tutti hanno ormai accettato è che l’età non è elemento fondamentale. Può benissimo esistere l’albero di molti secoli di età ma di aspetto e dimensioni del tutto comuni, come può esistere quello ancora relativamente giovane ma che, pur nel breve arco della sua vita, ha raggiunto dimensioni del tutto fuori della norma. In questa mia esposizione, vorrei far conoscere, con esempi concreti, queste realtà.
Vi sono delle specie vegetali che, per loro stessa natura, hanno sviluppo rapidissimo. Una di queste è il pioppo il quale, crescendo solo in ambienti ricchi di acqua, proprio per questo raggiungono in breve tempo dimensioni ragguardevoli. Questo fa sì che il loro legno sia anche molto tenero e non sia utilizzabile per impegnativi lavori  di falegnameria.
Un esempio macroscopico è costituito dal gigantesco “PIOPPO DI GELASIO CAETANI”, dell’Oasi di Ninfa.
Ninfa, alle sorgenti del fiume omonimo, in comune di Cisterna di Latina, agli inizi del secolo scorso era nient’altro che un insieme di rovine di una città che, per eventi bellici, era stata abbandonata dai suoi abitanti nel secolo XIV.  Col tempo, favorita anche dall’abbondanza di acque che in quel punto sgorgano alla luce dalle retrostanti alture dei Monti Lepini per costituire il fiume, la vegetazione selvaggia aveva ripreso il sopravvento, avviluppando e rendendo invisibili e inaccessibili le antiche rovine. Agli inizi del 1900 la famiglia dei principi Caetani, proprietari del posto, decise un recupero e restauro delle antiche rovine, iniziativa che ha portato a quella meravigliosa realtà che è l’odierna Oasi di Ninfa, meta continua di turisti e scolaresche.
Rifacendosi ad una antica consuetudine babilonese di piantare un albero al di fuori delle mura, quale buon auspicio per un’impresa cui veniva dato inizio, il principe Gelasio Caetani piantò un giovane pioppo sulle rive del fiume, proprio pochi metri oltre la cinta della mura. La fortuna arrise sia all’iniziativa di recupero che all’albero.
Questo, in poche decine di anni, favorito dalla vicinanza del fiume, tanto che una buona metà delle sue radici sono sotto l’alveo dello stesso, è divenuto uno dei pioppi più grandi d’Italia, con uno sviluppo che può essere evidenziato attraverso le misurazioni effettuate negli ultimi decenni. La sua circonferenza, rilevata dal censimento del Corpo Forestale intorno al 1985, era di metri 7,20. Le mie misurazioni personali hanno dato: m. 7,42 nel 1998, m. 7,95 nel 2008, m. 8,10 nel 2010. Con quest’ultima misura  il Nostro viene a occupare il terzo posto fra i pioppi italiani, dietro un esemplare di Curinga (CZ) e al più grande dei due pioppi di Armarolo (BO).


Restando nel mondo dei pioppi, sintomatico è l’esempio di quello che oggi è il più grande Pioppo delle Marche, il PIOPPO DI AGELLO.
E’ di proprietà della famiglia Coronati e si trova ad Agello, frazione di San Severino Marche.  Le misure sono di 5,10 metri la circonferenza del fusto, una trentina l’altezza. Singolare e quasi inquietante il suo aspetto. Osservato da una certa visuale, esso assomiglia a una enorme mano, vista dalla parte del dorso, che fuoriesce dal terreno dal polso in su, ma con qualche dito di troppo (7anziché 5)
Quando i proprietari si insediarono nella casa, una cinquantina di anni fa, il pioppo era un giovane virgulto grande non più di un suo figlio che oggi conta una ventina di anni e che cresce a una ventina di metri dalla pianta madre. A dimostrazione di quanto sia esteso l’apparato radicale del Pioppo, che ogni tanto emette, appunto, un germoglio che va a formare un nuovo albero, a trenta metri c’è un ulteriore alberello che cerca faticosamente di formarsi una sua personalità, ma viene ogni anno drasticamente mutilato dalle pecore al pascolo sul terreno vicino.
Le ragioni di un così rapido sviluppo, almeno nella fase giovanile, potrebbero essere fatte risalire a un episodio. Quando la famiglia Coronati si insediò nel podere e nell’adiacente casa colonica, per effettuare lavori di ristrutturazione alla stessa venne scavata nel terreno, a una decina di metri dal tronco, una buca che serviva per spegnere la calce viva che doveva servire per i lavori di muratura. E’ probabile – è l’ipotesi del proprietario – che la stessa calce, una volta spenta, abbia costituito un efficace corroborante per il nutrimento delle radici.
Forse l’esempio più significativo di un esagerato sviluppo di un albero è però quello costituito dal PLATANO DI LA CAVA. La Cava è una fattoria in comune di Pontedera (PI), di proprietà della famiglia Mati, un nome noto nel campo del florovivaismo.
Nel 1914, sul davanti agli edifici sede della fattoria vennero piantate alcune decine di platani, disposti secondo uno schema rigidamente geometrico e tutti di aspetto simile l’uno all’altro, con un bel fusto dritto, alla cui sommità il primo palco di rami si apriva in modo uniforme.
Fra le decine di giovani alberelli ce n’era però uno sgraziato, il classico brutto anatroccolo: i giovani rami partivano dal fusto ad altezza irregolare e senza alcun ordine. Giudicato esteticamente impresentabile e perturbatore del’ordine comune, il povero alberello venne relegato in fondo a una valletta sottostante, in mezzo a una radura solcata da un fosso, sulla quale pascolavano i cavalli. Fu la sua fortuna. La costante disponibilità di acqua del fosso, il concime fornito dallo stallatico del cavalli che andavano a riposare alla sua ombra e l’ampio spazio disponibile tutt’attorno, fecero sì che il giovane platano crescesse a ritmo parossistico.
Nel 1981, accompagnato dal personale della stazione forestale di Ponsacco, giungevo sul posto ad effettuare i miei rilevamenti. Tutti i platani piantati accanto all’edificio avevano aspetto e dimensioni ordinarie e tipiche della loro età. Il platano emarginato perché troppo brutto era diventato un gigante alto 40 metri, con un diametro di chioma di 37, mentre il fusto misurava m. 5,17 di circonferenza. Aveva solo 67 anni! Era ancora vivo, lì vicino, qualcuno che si ricordava ancora di averlo visto piantare!


Controversa era, invece, la storia della QUERCIA DI SENNI, in comune di Scarperia, nel Mugello. E’ stata, questa, una delle querce in assoluto più grandi d’Italia negli ultimi decenni. Si trovava, appunto, a Senni, a pochi chilometri dall’Autodromo del Mugello. La mia prima misurazione, effettuata nel 1980, era stata di metri 7,30 di circonferenza, con 30 metri di altezza e altrettanti di diametro di chioma.
Una stima visiva le avrebbe attribuito non pochi secoli di età; anche il prof. Chiostri, celebre botanico fiorentino, non le rifiutava due o tre secoli.
Proprietario era il marchese Frescobaldi il quale, da un racconto del prof. Chiostri, si era sempre rifiutato di abbattere la quercia nonostante le numerose e pressanti proposte di acquisto.
Quando pubblicai la quercia in “Toscana, cento alberi da salvare” nel 1983, le attribuii 250 anni, ma con un punto interrogativo: il dubbio scaturiva dal fatto che alcune persone, neppure eccessivamente anziane, sostenevano di ricordare la quercia di dimensioni molto più ridotte.
Mi recavo spesso a trovarla, anche per la relativa vicinanza alla mia casa a Firenze.
In una di queste occasioni, nel campo vicino c’era un contadino già un po’ in là con gli anni e il discorso fra di noi non poté non andare alla quercia.
“Certo che li avrà – dissi io – i suoi bravi 500 anni, vero?”
“Scherza? – rispose l’uomo – avrà forse un’ottantina d’anni, a cento sicuramente non ci arriva. Le basti considerare che mio nonno, una volta, col fusto di questa quercia ci voleva fare un manico di frusta. Ci dovette rinunciare perché la quercia cresceva in mezzo a un roveto e mio nonno non riusciva a raggiungerla per tagliarla con il bennato”.
La quercia di Senni ebbe l’onore, nel 1990, di essere inserita dal Dr. Bortolotti fra i 300 alberi più monumentali d’Italia nel secondo volume della pubblicazione del Corpo Forestale ma, da lì in poi, cominciò un rapido declino.
I rami cominciarono a seccare con rapidità sempre più sconcertante, e a nulla valsero le cure. Tuttavia, a dimostrazione di come la pianta fosse affetta da ipercrescita, nonostante i problemi di salute, prima di morire, sulla fine dello scorso millennio, aveva raggiunto una circonferenza di m. 7,75 risultando la terza quercia fra quelle allora conosciute in Italia.
Quando la inserii nel mio “Alberi Monumentali di Firenze e Provincia”, la giovane quercia era già morta.
Tornai a trovare il suo cadavere nel 2008. Speravo che un simile monumento meritasse almeno l’onore di essere lasciato in piedi anche dopo morto. Non c’era più nulla, non solo, ma la sua distruzione era stata così radicale, che non riuscii neppure a individuare il posto dove essa era radicata tanto che, se non ci fossero state le foto a testimonianza, si sarebbe potuto dire che la quercia non sia mai esistita.

sabato 2 febbraio 2013

A quante funzioni può assolvere un albero


IL GRANDE ALBERO POLIFUNZIONALE

Quali altre funzioni si possono delegare a un albero, oltre a quelle risapute di fornire frutti, ombra, ossigeno, legno? Scorrete il presente articolo, e vi accorgerete di quanti altri incarichi l’albero, specialmente il grande albero, potrebbe assolvere.

L’Albero albergo

Ad Arlena di Castro (VT), sui terreni dell’Agriturismo La Piantata, di proprietà di Renzo Stucchi, c’è una delle querce più grandi e più antiche della provincia. Attorno, enormi distese di lavanda, dai cui fiori viene ricavata un’essenza profumata. La quercia sarebbe stata probabilmente tagliata, in passato, se non avesse avuto la ventura di nascere e crescere in mezzo a dei massi inamovibili. Non essendo, quello spazio, utilizzabile per le colture, la quercia venne risparmiata.
A lungo il proprietario aveva coltivato il sogno di realizzare una casa sulla quercia e un giorno ne diede l’incarico a una ditta francese. Non poche furono le difficoltà, soprattutto di ordine burocratico: i poveri tecnici del comune non sapevano a che santo votarsi per trovare normative alle quali rifarsi per autorizzare la costruzione di una casa su un albero. Tutto, alla fine, ebbe una soluzione, e sulla quercia venne costruita una casetta in legno, di ben 40 mq, dotata di tutti i confort. Ad essa si accede da una scala a chiocciola anch’essa in legno. Una colonna vuota che dalla casa scende al terreno contiene tutto ciò che serve per la vita nella casa: cavi elettrici e telefonici, tubi per l’acqua, scarichi...
I pasti vengono “issati” ai clienti mediante una carrucola con cesto che serve sia per inviare i pasti ai soggiornanti, che per fare scendere gli avanzi e i rifiuti.
La casa ebbe subito enorme successo tanto che, nonostante il costo non proprio economico per il soggiorno, lo Stucchi ebbe subito prenotazioni per ameno sei mesi.
Visto il successo, lo stesso Stucchi volle ripetere l’esperienza, facendo costruire una nuova casa su un pino ma, stante la differenza di dimensioni fra i due alberi, questa volte non dentro l’albero, ma a fianco. 

L’albero capanno di caccia

A Renaio, località montana in comune di Barga, sui monti della Garfagnana, esiste una delle più grosse concentrazioni di castagni monumentali d’Italia. Proprietaria è la famiglia Marchi, che gestisce l’unica trattoria del paesino. Il più grande misura oggi m. 10,20 di circonferenza e presenta una grande cavità dentro il fusto alla quale si accede da un’ampia apertura sul tronco stesso. Un giorno il suo proprietario Enrico Marchi, avendo notato che, al tempo di ciliegie, merli e tordi venivano a mangiare i frutti da due ciliegi accanto al castagno, ebbe l’idea di attrezzare l’albero a capanno di caccia. Coprì l’apertura superiore del tronco con una lamiera, chiuse l’ingresso con una porta dotata di catenaccio, arredò la stanza interna con tavolo, sedia, appendiabiti, rastrelliera e tutto ciò che gli poteva essere utile; infine ritagliò sul tronco stesso, dal lato prospiciente i due ciliegi, una finestrella rettangolare di circa 40 cm di diametro dietro la quale egli si appostava col fucile, con tristi risultati per i poveri uccelli. Il castagno svolse queste funzioni per parecchi anni fino a che i due ciliegi morirono di morte naturale e gli uccelli non ebbero più motivo di recarsi su di loro. Gli eredi del Marchi smantellarono tutta la struttura della quale, a ricordo, resta la finestrella sul tronco.
L'albero Stalla
 In comune di Anghiari (AR), località Le bigonaie, c'è un grande castagneto. Tutte le piante sono molto giovani e ben fruttificanti ma, se si osserva con attenzione, si noterà che ogni albero altro non è che un pollone di antichissime enormi ceppaie. Tra tutte queste piante giovani, un solo, malinconico patriarca di 9,60 metri di circonferenza, l'ultimo superstite dei grandi castagni di un tempo, tutti abbattuti per ringiovanire il bosvco. La misura del suo tronco raggiunge una circonferenza di m. 9,60. La ragione della sua sopravvivenza risiede nel fatto che esso veniva usato cme stalla per i maiali della proprietà del castagneto, i quali la sera, dopo essersi sazieti della castagne avanzate, andavano a dormire nella capiente caverna, di oltre tre metri di diametro, dentro la pancia del fusto.

L'albero gabinetto

Ancora più grade (m. 12,40 la circonferenza) l'enorme "Castagnon d'la Rena" (il Castagnone di Irene) che si trova fra i boschi dell'alta Lunigiana, non lontano da Cervara, in comune di Pontremoli. Il paesino accanto al quale è radicato, chiamato Le Braie, è oggi un paese fantasma, con le abitazioni abbandonate dai loro proprietari che un tempo vi si recavano per curare la loro porzione di castagneto. Il castagno, con la sua grande caverna nel tronco, veniva usato alla comunità con un funzione ingrata: era infatti il gabinetto comune. Una panca era stata stesa fra due pareti nella pancia del castagno e su di essa si sedevano tutti coloro che avevano necessità di soddisfare bisogni fisiologici.

L’Albero patibolo

Sull’Appennino parmense, nel territorio comunale di Bardi, nel 1985 cadde al suolo e morì un albero già leggendario; lo chiamavano il Cerro Gigante, probabilmente cinquecentenario.  Già da tempo il suo tronco era scavato dagli agenti naturali e, spesso, i boscaioli e i campeggiatori vi accendevano il fuoco dentro, talvolta dimenticandosi di spegnerlo. Nei secoli passati la sua ampia chioma (ancora di 30 metri di ampiezza nel 1985, quando essa appariva già mutilata) la comunità locale soleva svolgere tutte le attività più importanti della vita sociale: matrimoni, feste, assemblee… Sotto l’albero si tenevano anche i processi e, quando essi si concludevano con una condanna a morte, la stessa veniva eseguita direttamente su uno dei lunghissimi rami orizzontali del Cerro.
Si trattava di una giustizia sommaria che forse può generare qualche brivido. Tuttavia, con gli episodi di cronaca giudiziaria del nostro tempo, un confronto fra questa giustizia sbrigativa e quella dei nostri tempi, con processi che durano decenni e senza alcuna sicurezza di ottenere giustizia, con gli imputati cui viene data ogni possibilità di scappare non solo durante il processo, ma anche a sentenza emessa… beh, qualche dubbio su quale sia la migliore forse qualcuno potrebbe accamparlo. 

L’albero Osteria

Se ne stava lì da secoli, a tenere compagnia a decine di generazioni di proprietari, quando un giorno a casa di Silvio Donati giunse il parroco di Monte di Badi, sull’Appennino bolognese per la rituale benedizione annuale il quale, riferendosi al vecchio castagno, se ne uscì in una battuta: “Ma qui dentro ci si potrebbe anche bere!” Il Donati, buontempone e incline allo scherzo come lo sono gli emiliani, non si lasciò sfuggire l’idea. Aiutato dal nipote, svuotò il tronco del vecchio castagno (m. 8,60 di circonferenza), ritagliò una porzione del tronco la quale, incernierata, costituì la porta, tappezzò il muro interno con una stuoia di canne, inchiodò una panca circolare per tutta la larghezza interna del tronco, al centro della quale pose un tavolo circolare monopiede di circa mezzo metro di diametro, arredò la stanza con ninnoli e quadretti, pose sopra la porta la scritta “Osteria del Bugeon” e inaugurò il locale. Raccontava lo stesso Donati che l’inaugurazione avvenne con un pranzo a base di tortellini, con 12 avventori seduti sulla panca attorno alla teglia fumante.
Alcuni articoli di giornale divulgarono la notizia e ben presto si  diffuse la fama del castagno, che cominciò ad attirare frotte di curiosi.
Poteva accadere che quando qualcuno giungeva mentre all’interno c’era gente seduta in conversazione si chiedesse stupito: “Che stranezza è questa? Un albero che parla?!”
In occasione di una festa patronale a Monte di Badi, un anno i turisti vennero accolti da uno striscione teso sulla strada di accesso con scritto “Benvenuti al Bugeon”. Incuriosito su quale fosse l’età del castagno, Silvio Donati fece fare un analisi da suo fratello, ingegnere in Francia, dalla quale analisi sarebbe venuta fuori un’età di 1800 anni, e subito dopo venne collocato un cartello accanto al tronco con scritto: “Portatemi rispetto. Ho 1800 anni. Grazie”.
Tuttavia, un po’ alla volta, la fama del castagno decadde e insieme ad essa scemarono le attenzioni del pubblico. Il tavolo venne eliminato come pure la stuoia. L’Osteria ebbe tuttavia l’onore di essere inserita in tutte e pubblicazioni sull’argomento, compresa quella sugli alberi monumentali d’Italia d Corpo Forestale. 

L’albero sala comunale

Questa funzione ha accomunato in passato diversi grandi alberi che oggi sono fra i più conosciuti d’Italia. Uno è il già citato Cerro Gigante di Bardi, ma le stesse funzioni ha espletato per secoli quello che oggi è il tiglio più grande e più antico d’Italia, quello di Macugnaga, cittadina sciistica sul Monte Rosa (800 anni di età e un fusto di 7,80 metri di circonferenza.

Uno dei più noti è un altro Tiglio, che è il maggiore fra quelli che circondano il Banco della Ragione, a Cavalese (TN), il cui tronco (di oltre 6 metri di circonferenza) vuoto e chiuso da una porta, è adibito forse a ripostiglio.

Il più grande e forse il più noto è tuttavia il “Rugolon” di Grandola e Uniti (VA), una delle querce più grandi d’Italia, oggi – con la caduta della quercia castagnara di Rossano Calabro - salita al quinto posto nella classifica delle querce italiane, con m. 7,90 di circonferenza. L’età, ritenuta cinquecentenaria, è stata ridotta a meno di trecento dalle ultime analisi, che la fissano a poco meno di trecento.

L’Albero Ristorante

Anche in questa categoria si possono annoverare diversi grandi alberi distribuiti nel nostro Paese. Molto noto è il ristorante “Muron” (cioè Morone, o grande moro, altro nome del gelso) a Caorso (PC). Sotto la sua chioma, lasciata crescere fino a un’estensione di una ventina di metri di diametro, gli avventori del ristorante sogliono farsi servire a tavola nei giorni di sole.

Le stesse funzioni assume la splendida Quercia di Scrocco, del ristorante La Quercia, in comune di Montenero Sabino (RI). Sotto la sua chioma sono stati costruiti diversi tavoli, in legno e in cemento, sui quali la quercia estende le sue ampie ali.
Sotto la stessa quercia solevano riunirsi in passato i forestali della provincia di Rieti, quando si dovevano scambiare comunicazioni o dovevano essere impartite disposizioni. In caso di tempo inclemente le riunioni venivano invece tenute all’interno di quella che allora non era ancora ristorante, ma l’abitazione privata di Gabriele Potenzi, nonno degli attuali proprietari. Si racconta che, in questo modo, una notte sia avvenuto un curioso episodio. Era una serata di pioggia e i forestali erano giunti nell’abitazione inzuppati di pioggia, sì che il comandante chiese con una certa energia al proprietario di accendere un fuoco per scaldare e asciugare i suoi agenti. Il proprietario obiettò che non aveva legna per accendere il fuoco. Il comandante gli ordinò di andare nel bosco, tagliare un albero e con quello accendere il fuoco. L’ordine venne eseguito alla lettera. Il convegno venne accompagnato da una lauta cena, con opportuna libagione. Al termine della stessa cena, con la mente forse un po’ offuscata dai fumi dell’alcool, il comandate forestale inflisse una multa di 2000 lire (molte, per l’epoca) al proprietario per aver tagliato una quercia del bosco, cosa assolutamente vietata dalla legge. A nulla valsero i ricorsi presentati dal signor Gabriele, che dovette rassegnarsi a pagare la multa.

L’Albero Cattedrale

A Pieve di Montarsolo, sull’Appennino piacentino, c’è (forse ancora, perché le ultime immagini la davano in condizioni disastrose) la Rovere Grossa. Quando andai a conoscerla nel 1985, ad aprirmi la porta della canonica fu il suo angelo custode don Giuseppe Calestini. La quercia è infatti di proprietà della parrocchia. Ricordo ancora il gesto del piccolo, anziano sacerdote, 82anni, capelli candidi, che sollevava gli occhi al cielo dicendo: “Quando il Signore mi chiamerà, un solo pensiero turberà la mia partenza: che qualcuno possa far del male alla nostra quercia”. La Rovere Grossa misurava m. 6,23 di circonferenza di tronco, m. 28 di altezza e 31 il diametro della chioma. Proprio questa chioma, il 29 agosto di ogni anno si trasformava nella più splendida e affascinante cattedrale, sotto la quale centinaia di fedeli assistevano alla messa, in occasione della festa della Madonna della Guardia. A ridosso del tronco era stato, infatti, allestito una sorta di altarino sul quale il vescovo di Piacenza celebrava la Santa Messa.
La pianta veniva accreditata di un’età di 950 anni.
I timori di don Giuseppe non erano infondati. Quando, una decina di anni dopo, dovendo recarmi di nuovo nella zona, telefonai a don Giuseppe, questi era stato chiamato dal suo Principale a riscuotere il premio per la sua pia e santa vita. Al telefono rispondeva la voce molto più giovane del nuovo parroco il quale, alla domanda di notizie sulla quercia, rispondeva: “Sì, mi hanno detto che qua ci deve essere una quercia molto antica, ma non ne so niente”, frase che la diceva lunga sul suo livello di interesse per la splendida creatura. Rividi la quercia, ancora in eccellente salute, ma sia essa che tutto l’ambiente circostante appariva in stato di abbandono. Ancora una quindicina d’anni, e nuove foto della Rovere Grossa me la mostravano in condizioni disastrose: priva di molti rami e retta da tiranti come un vecchio relitto. 

L’albero ovile

Certamente molti sono gli alberi italiani ad aver assolto ed assolvere ancora questa funzione. Sul Monte Cucco, in provincia di Perugia, c’è un faggio che non raggiunge dimensioni eccezionali, con un fusto di circa 4 metri di circonferenza e una ventina di metri di diametro di chioma. E’ la conformazione di questa chioma a meritargli il nome con il quale è conosciuto (l’Albero a Ombrello) e le mansioni che gli sono state nel tempo conferite, quelle di ospitare e riparare dal sole le greggi di pecore dei pastori della zona. 

L’albero cantina

A  Lustrola, paesino dell’alta valle del Reno in comune di Granaglione (BO), c’è un castagno di discrete dimensioni (oltre 7 metri di circonferenza) che, una volta l’anno, diviene protagonista principe di una festa locale, la Festa del Vino. Dal fusto escono due rubinetti. Uno di essi è perennemente collegato all’acquedotto e, aprendolo, fornisce acqua alla comunità. L’altro rubinetto, per tutti i giorni dell’anno resta asciutto: inutile aprirlo, da esso non uscirà nulla. In occasione della festa, quando al paesino tornano anche i lontani emigranti, nella cavità del tronco viene collocata una botte di vino che, con un tubo, viene collegata al secondo rubinetto, cosicché ogni partecipante alla festa può avvicinarsi e bere a sazietà, semplicemente aprendo un rubinetto. 

Potremmo continuare con altri esempi (l’albero nascondiglio, l’albero postazione, l’albero legnaia, l’albero granaio, l’albero officina, l'albero casa, ecc.) ma non bisogna abusare della pazienza del lettore.