Cosa ti racconta un albero?

domenica 14 aprile 2013

I grandi alberi della Val Lagarina


Questo mio brano sarà un reportage su un viaggio effettuato in Val Lagarina, alla ricerca dei più grandi alberi del territorio. La Val Lagarina è quel lungo corridoio fiancheggiato da due alte pareti verticali, solcato dal fiume Adige nel tratto compreso fra Bolzano e Verona. I suoi alberi più significativi sono, in particolare, alcun splendidi faggi collocati in quota, sugli altipiani che si estendono al di sopra delle alte pareti che delimitano la valle, a destra e sinistra della stessa. Sul fondovalle, per contro, si incontrano alcuni fra i platani più grandi d’Italia. L’articolo avrà come protagonista, oltre gli alberi, anche un uomo, cui le cronache ufficiali non hanno mai dato il giusto riconoscimento. Prima di passare ai nostri amici alberi, ritengo giusto spiegare, in primo luogo,

CHI E’ LUIGI SCACCABAROZZI

Recentemente, sulle pagine di Facebook, si era accesa una piccola disputa su chi fosse oggi il massimo esperto italiano in fatto di alberi monumentali, e venivano proposti nomi anche di un certo prestigio, del presente o del recente passato. Mi spiace contraddire chi la pensa diversamente, ma il più grande esperto italiano si chiama Luigi Scaccabarozzi, di Sesto San Giovanni, classe 1935, perciò prossimo a tagliare il traguardo dei 78 anni. Il nostro personaggio ne sa più di me e di tutti gli altri esperti messi insieme. L’unica sua pecca è di non aver mai tradotto il suo sapere in opere scritte; inoltre, avendo rifiutato categoricamente di adeguarsi ai moderni mezzi di comunicazione, Scaccabarozzi non sa usare il computer, non conosce internet, facebook, twitter e diavolerie varie. Egli scrive ancora con la sua Olivetti portatile, lettere scritte in più copie con carta carbone (i più giovani si chiederanno: è che è?). Queste lettere non sono mai composte da meno di 30 pagine (il suo record personale, nei miei confronti, è stata una lettera di 123 pagine). Le stesse lettere poi egli le spedisce con il metodo antidiluviano della busta affrancata con francobollo e infilata in quella strana cassetta rossa che si trova vicino a molte tabaccherie.
Egli non sa cosa significhi fotografia digitale, ma conosce solo la foto con rullino che porta a sviluppare dal suo amico fotografo. Il suo approccio massimo con la modernità è stato l’uso del cellulare, ma non mandategli sms perché non li saprebbe nemmeno aprire.
Luigi Scaccabarozzi, dunque, data la sua rispettabile età, può vantarsi di essere stato il primo, già negli anni Sessanta del secolo scorso, ad organizzare dei viaggi con lo scopo di andare a visitare un grande albero. A quell’epoca non esistevano liste, elenchi e tantomeno pubblicazioni che si occupassero dell’argomento, perciò Scaccabarozzi poteva basarsi solo sulle notizie, non ufficiali, sui principali alberi di dominio pubblico sia italiani che europei; eccolo perciò partire per vedere i Larici della Val d’Ultimo, il Platano di Caprino Veronese, alcuni enormi tigli tedeschi o antichissime querce inglesi.
La nostra conoscenza prese avvio il giorno in cui, nell’autunno del 1983, in una libreria di Milano, egli trovò il mio primo libro “Toscana, cento alberi da salvare”. Il libro fu la scintilla che permise il primo contatto fra due appassionati di questo particolare argomento. Se prima egli visitava gli alberi già noti, il nostro incontro fu per lui lo stimolo ad andare a scoprirne di nuovi. Proprio l’anno prima la Direzione Generale del Corpo Forestale aveva dato avvio al grande censimento degli alberi monumentali italiani del quale, dal 1984 in poi  io mi avvalevo per le ricerche tese alla stesura del mio libro sull’Emilia Romagna. Più d’uno furono i viaggi effettuati insieme. 
Infervorato di passione, Scaccabarozzi si diede a frequentare gli Ispettorati Forestali dove, grazie alla gentilezza dei rispettivi dirigenti, egli poteva copiare gli elenchi degli esemplari più significativi e recarsi a vederli.
Al termine di ogni viaggio egli mi inviava dettagliatissimi resoconti dei suoi viaggi, in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lazio, Trentino… con misure molto scrupolose, descrizione dell’itinerario e delle singole piante, e soprattutto con invio di numerose foto. Nelle regioni per le quali io stato scrivendo un libro, egli annunciava il mio prossimo passaggio, e nel far questo egli, scherzando, si equiparava a San Giovanni Battista che annunciava l’arrivo di Gesù. Fu grazie a lui che io potei disporre degli elenchi delle province di Chieti, Aquila e Teramo, e poter completare il mio libro sull’Abruzzo, prima che una circolare della stessa Direzione Generale facesse divieto ai forestali di far prendere visione degli elenchi. Il mio libro sull’Abruzzo veniva pubblicato nel 1988.
Nel 1989 e 1990 venivano pubblicati i due volumi di “Gli Alberi Monumentali d’Italia” delle Edizioni Abete, ed il mio editore Vallecchi decideva di interrompere la pubblicazione dei miei libri sul tema.
Dal 1990 in poi, il mio approccio con i grandi alberi restava la mia collaborazione con la rivista Gardenia, con la quale avevo preso a collaborare dal 1988 e sulla quale veniva pubblicato un articolo al mese, dedicato a un grande albero a mia scelta.

VIAGGIO IN VAL LAGARINA
In questa ottica, nella tarda primavera del 1992, Scaccabarozzi ed io decidiamo di andare insieme a vedere alcuni grandi alberi del Trentino che egli aveva già ricognito nei suoi viaggi.
Appuntamento, di mattina abbastanza presto, al casello austradale di Rovereto Nord, egli proveniente da Milano, io da Firenze. Prima però di inerpicarci su per i tornanti che ci avrebbero fatti ascendere agli altipiani, il primo grande albero da vedere è proprio lì, a Villa Lagarina. 
IL PLATANO DI VILLA LAGARINA


Può essere invisibile al profano, ma il grandioso Platano della Villa del marchese Guerrieri Gonzaga non sfugge all’occhio del vero cercatore di alberi. D’altronde le dimensioni parlano da sole: un fusto di circa 6 metri di circonferenza, che spinge verso il cielo una chioma che svetta fino a 40 metri di altezza e si spande sul terreno a coprire una superficie di 36 metri di diametro. Il suo volume è di 30 mila metri cubi, l’equivalente di quello di un palazzo di cento appartamenti di 100 mq l’uno. I dati, si badi bene, si riferiscono alla primavera del 1992, anno in cui lo avvistai dall’Autostrada del Brennero e appositamente uscii dall’autostrada per andare a conoscerlo, perciò vale la pena verificare di quanto si è incrementato. L’appassionato che si trovi a transitare lungo l’autostrada, supponiamo verso nord, ponga attenzione alla sua sinistra. In corrispondenza dello svincolo di Rovereto Nord, il gigante è ben visibile a qualche centinaio di metri, sulle alture che sovrastano i tetti di Villa Lagarina. L’età della pianta dovrebbe essere la stessa del parco che venne costituito nel 1820 su quello che era un vasto vigneto. Se il platano è il re, la sua corte, composta da alberi suoi coetanei, è ben degna di lui: vecchi tassi a coprire una collinetta che era l’antica ghiacciaia, un enorme ginkgo biloba, cospicui esemplari di faggio rosso, e un ippocastano che si specchia nel laghetto. Periodicamente il Platano si ammala, colpito da funghi o da parassiti, ma ogni volta le cure del marchese lo riportano allo splendore iniziale.

 Il FAGGIO DI CA’VECIA

Completata la visita al Platano, riteniamo opportuno lasciare un’autovettura (la mia)  nei pressi del casello e proseguire l’esplorazione con la sua. Dopo svariati chilometri di una stretta strada a tornanti, raggiungiamo la sommità delle alture.
Già nello stesso comune di Villa Lagarina, sui monti che sovrastano da destra la valle, si incontra il primo degli stupendi faggi della regione. E’ Chiamato “Il Faggio di Ca’ Vecia” dal nome della casa accanto alla quale dimora da qualche secolo. Lo si raggiunge in località Bellaria, un chilometro dopo il lago di CEI.
L’albero, nei suoi trecento anni, ha mutato più volte proprietari, dall’iniziale conte Lodron, all’attuale Giuliana Caviggioli.
Le dimensioni parlano da sole: il tronco ha una circonferenza di metri 5,55 ma quello che fa più spalancare gli occhi dallo stupore è l’ampiezza della chioma che, al momento del rilevamento (1992) raggiunge i 35 metri di diametro. (Era, in quel momento, record assoluto per un faggio italiano. Sarebbe stato battuto dieci anni dopo dai 36 metri del Faggione di Luogomano. Poiché però qualche settimana fa l’ultimo è crollato al suolo per metà, il primato è tornato al faggio di Ca’ Vecia, se nel frattempo non ha subito anch'esso incidenti).
Eppure, al momento della mia visita del 1992, il Faggio di Ca’ Vecia si trova al minimo della sua estensione. Era avvenuto che tutto l’albero era stato invaso da larve di coleotteri, che aveva fatto seccare numerosi rami periferici, ma che avevano anche attirato la presenza di tanti picchi che erano arrivati per nutrirsene. Nel 1991 era giunta un ditta specializzata del Trentino che aveva asportato tutte le parti malate e disinfestato la pianta dai parassiti. Dopo la cura, la pianta era sembrata ringiovanita e, pur ridotta di diametro, misurava ancora 35 metri. Purtroppo, insieme alle larve dei coleotteri, erano spariti anche i picchi.

Si ridiscende a valle. Mentre percorriamo la discesa, con Scaccabarozzi alla guida, noto un suo strano modo di guidare, che mi provoca non poca apprensione. In sostanza, egli fa prendere velocità alla sua vettura nei tratti rettilinei, per poi frenare di colpo nelle immediate vicinanze di un tornante oltre il quale null’altro c’è se non un precipizio verticale di molte centinaia di metri. Gli domando, forte della mia esperienza di ufficiale automobilista abituato da venti anni a fare scuola guida ai miei soldati, se non sia il caso di rallentare un po’ prima, in modo da evitare la frenata brusca all’ultimo momento.
“Tu sai che di recente ho avuto un piccolo problema di salute – mi spiega - con una paralisi facciale sul lato sinistro del volto; anche se sono guarito, questa paresi mi ha lasciato uno strascico: quando abbasso la testa, per esempio quando guido in discesa, l’occhio sinistro mi si riempie di lacrime e non ci vedo”.
“Capisco – rispondo – ma hai anche l’altro occhio: puoi vedere con quello!”
“Ma da quello sono cieco da anni!” è l’allucinante rivelazione.
Lascio immaginare quale possa essere il mio stato d’animo, per tutti i chilometri restanti, vedendo tutti quei precipizi e sapendo di essere in balia di un autista che alterna momenti in cui ci vede da un occhio solo ad altri in cui è completamente cieco. Mai respiro di sollievo fu più sincero e profondo come quello da me emesso all’uscita dall’ultimo tornante. Ovviamente, il resto del viaggio prosegue con Scaccabarozzi davanti a fare l’andatura con la sua vettura, ed io dietro con la mia.


I 3 FAGGI DI MALGA TRETT
L’esplorazione sul versante destro della valle continua, occorre ridiscendere a valle fino all’uscita dal casello di Avio, e cominciare l’ascesa verso il Monte Baldo, che separa la Val Lagarina dal Lago di Garda.
Macchine in colonna, si risale la valle, di nuovo in altura, fino ai faggi di Malga Trett.  Qui i faggi monumentali sono addirittura tre. Il faggio nr. 3, sui 4 metri di circonferenza, è in prossimità della recinzione del pascolo. Il faggio nr. 2, isolato, è proprio in mezzo al pascolo. Ha una circonferenza di m. 5,29 ed è quello di cui presentiamo l’immagine. Il nr. 1 è un esemplare da favola, di m. 5,54 di circonferenza. Allora, direte, perché non ci fai vedere il nr. 1? Perché la pianta è assolutamente infotografabile. Da lontano, si vedrebbe solo la massa scura di un bosco. Da vicino, occorre arrivare a 20 cm di distanza, scansando con energia il resto della vegetazione, per vedere e toccare il fusto. Gli integralisti della natura direbbero che va bene così: la natura deve fare il suo corso. Personalmente, penso che una saggia azione di diradamento della vegetazione minore circostante, non potrebbe che portare beneficio alla pianta, consentendole di assorbire aria e luce, con deciso prolungamento della sua vita. 

Il Viaggio prosegue, si ridiscende a valle, ci si porta sulla S.S. 12 che si risale verso nord, in direzione di Ala. Lasciata la statale nei pressi di Sdruzzinà, ci si inerpica per 12 tortuosissimi e ripidi chilometri (pendenze superiori al 18%) fino alla località di Sega d’Ala. Il nome trae origine dal fatto che qui, nei secoli passati, la repubblica di Venezia veniva a rifornirsi di legname per le sue navi. I faggi venivano trainati a valle, poi fluitati lungo l’Adige fino all’Adriatico. Il taglio fu così drastico che dove esso venne effettuato non sarebbe più cresciuto un albero, tanto che oggi il paesaggio non conosce mezze misure. Dove ci sono alberi, è tutto bosco, dove non ci sono, è tutto prato.


LA REGINA DELLE PIANTE

In mezzo a uno di questi boschi, in località Malga Maia, c’è l’albero più bello di tutto il gruppo dei Monti Lessini. Lo chiamano, appunto, la Regina delle Piante (secondo altre voci, “la Reginetta delle piante”) uno splendido faggio di 5,29 m. di circonferenza e di una trentina di metri di altezza. La non ampia radura che la circonda ne esalta la monumentalità. Nei secoli passati l’albero è stato posto di ristoro per viandanti e boscaioli, meta di picnic per turisti, rifugio discreto per innamorati.Oggi, tutelata da apposite leggi, la Regina è soprattutto oggetto di visita da parte delle scolaresche di Ala, che giungono sul posto con la guida del personale del Corpo Forestale. Sono state le stesse scolaresche ad approntare ed affiggere sul fusto un cartello dove si dichiara non solo la monumentalità della pianta, ma anche la sua posizione in classifica nell’ambito degli alberi monumentali dei Lessini. Su quello della Regina c’è scritto: “Albero Monumentale numero 1”.

L’ultimo monumento è a pochi minuti di auto.

SUA MAESTA’: IL FAGGIO DI MALGA FRATTE

 “E’ considerato il secondo faggio più grande dei Monti Lessini – ci rivela la signora Patricia Veronesi, proprietaria del camping “Al Faggio”, nei pressi di Malga Fratte, località Sega d’Ala – Il primo, invece, è quello là”. Guardiamo nella direzione indicata e riconosciamo, a circa 1,5 km, l’ampio ventaglio dei rami della “Regina”, che abbiamo da poco conosciuto.Il grande Faggio (m. 5,61 la circonferenza, 28 l’altezza, 22 il diametro della chioma), si erge al centro del camping, gli dà il nome e ne costituisce l’emblema. La sua età dovrebbe aggirarsi fra i 300 e i 320 anni.

“Sua Maestà” è il nome, carico di affettuoso rispetto, con il quale suole rivolgersi alla pianta la signora Patricia, che con essa ama talvolta soffermarsi a “parlare”.
Il Faggio è meta di scolaresche. Sul tronco spicca una targhetta metallica, apposta dagli alunni di Ala, che recita: Faggio secolare nr. 2 – LUNGA VITA – Classi quinte elementari di Ala. Maggio 1991.
La direzione del camping ha fatto divieto ai campeggiatori di erigere tende nell’area ombreggiata o di fare qualsiasi cosa possa recare danno alla pianta.
Il poderoso tronco è rivestito di muschio sul quale le formiche hanno tracciato, cospicuo esempio della loro ingegneria, delle piste lungo le quali esse si spostano.
Nella conca del primo palco di rami è addirittura cresciuto un sorbo degli uccellatori.
Ogni stagione è buona per visitare “Sua Maestà” , ma il periodo più gratificante è l’autunno, quando egli indossa il suo manto regale, una splendida e ineguagliabile porpora degna della sua nobiltà. 

Sono trascorsi 21 anni dal viaggio che ho raccontato. Esisteranno ancora gli stessi alberi? Alcuni di essi avevano attraversato periodi critici per la loro salute e ne erano usciti indenni grazie alle cure dei loro proprietari. Saranno ancora in vita gli stessi proprietari? Avranno continuato a prendersi la stessa cura dei loro splendidi alberi?

Sarebbe necessario un nuovo viaggio, per saperlo.