Cosa ti racconta un albero?

lunedì 3 giugno 2013

La fatina sognatrice

IL MIO LASCITO
(Che vogliate crederci oppure no)
di Jenny Idili
Pastello dal titolo “Connection” di Akiko Hoshino

Quando è successo che l’uomo ha smesso di credere ai sogni? E come si è arrivati al punto di non riuscire più a scorgere la magia nelle cose che ci circondano? Arrivata al tramonto della mia vita non posso che pormi queste domande, pur sapendo che per una persona come me non esistono risposte plausibili. Quando si diventa vecchi si vedono le cose in maniera diversa, si diventa più saggi, ti dicono. Oppure pazzi, dipende dai punti di vista. E comunque, a dire di molti, io pazza lo sono sempre stata. Quando una persona arriva alla mia età, pare sia diventato lecito aspettarsi che la suddetta, in prossimità della imminente dipartita, faccia testamento, quando è ancora in pieno possesso delle proprie capacità, nonché lucidità. Ma in un mondo dove il tempo è denaro e il denaro è ciò che fa girare gli ingranaggi della società, io non ho niente da lasciare, se non queste parole, che io ritengo la mia saggezza, ma che probabilmente il resto del mondo riterrà pazzia. Spero che queste parole possano riaprire gli occhi ad un mondo che non ha più la voglia, o forse il coraggio, di credere ai sogni e alla magia.
Sebbene molte cose del passato mi appaiano ora come sogni sbiaditi nel tempo, echi di facce, luoghi, lontani momenti di vita vissuta, ci sono immagini rimaste indelebili nella mia mente. I tratti sono spessi come neri, profondi solchi di china nelle uniche pagine ordinate nel mio libro della memoria, altrimenti riempito di incomprensibili scarabocchi. E quei tratti rappresentano i ricordi più belli che possiedo, l’immagine di un mondo visto attraverso gli occhi di una bambina ancora in grado di sognare, quel mondo che, pur contro ad ogni legge dettata dalla ragione, non ho mai lasciato.
La casa era piccola, l’ultima del paese, la più lontana dalla chiesa, la più vicina al bosco. Quanto tempo trascorso in quel bosco a rincorrere le ombre delle folte chiome fluttuanti nel vento, a volteggiare danzando al solo ritmo delle gocce di pioggia tamburellanti sulle foglie, ad ascoltare ogni singolo sussurro proveniente da quell’immenso e profondo verde. Finita la scuola, arrivavo a casa, mollavo libri e quaderni, mangiavo un paio di bocconi per pranzo e poi via, a giocare nel bosco. Passavo interi pomeriggi a saltare di ramo in ramo fino alle cime più alte degli alberi, fino a riuscire a vedere tutto il bosco e oltre, giù, sempre più giù, i tetti delle case, il campanile della chiesa e la gente nei campi. Ricordo che, per alcuni anni, la maestra guardava a me come ad un piccolo prodigio, mentre i compagni di scuola stavano ad ascoltare i miei racconti pendendo dalle mie labbra. Raccontavo di come nel bosco sentissi gli alberi sussurrare e raccontare storie incredibili.
Ma venne poi il tempo in cui nessuno voleva più stare ad ascoltare ciò che gli alberi ed io avevamo da dire. La maestra continuava a ripetermi che gli alberi non potevano parlare mentre i compagni cominciarono ad affibbiarmi nomignoli poco lusinghieri, aventi tutti come tema la mia pazzia. Ma a me tutto ciò non interessava, io lo sapevo che era tutto vero e non sentii mai la necessità di essere creduta.
Purtroppo non ho solo ricordi belli e spensierati. Infatti accadde un giorno che il Comune decidesse di sfoltire ciò che non aveva nessun bisogno di essere curato dall’essere umano per essere definito perfetto così com’era. Arrivai che i boscaioli avevano già cominciato. Con orrore vidi alcuni dei miei amici già ridotti in ordinate pile di legna da ardere, accatastati da una parte, ogni sussurro andato per sempre. Presa dall’angoscia li supplicai di smettere, urlandogli che gli alberi erano vivi, che se si fossero messi ad ascoltare attentamente li avrebbero sentiti sussurrare. Ma poi, quando uno di loro mi chiese perché me la prendessi tanto, che erano solo degli alberi e che gli alberi non potevano parlare, fui presa da una rabbia incontrollabile. Accecata dall’ira che scaturisce solo quando si sa di avere ragione ma nessun altro pare intenzionato a stare ad ascoltarti, afferrai un sasso da terra e, senza pensare alle conseguenze, lo lanciai. Centrai in pieno uno dei boscaioli. Non fu di certo un atto di cui andare fiera, ma all’epoca, quando le parole di un’adolescente sembravano non possedere alcuna forza, mi parve che un sasso fosse un sostituto appropriato. Fortunatamente non erano solo le mie parole a non avere forza, anche il mio braccio sembrava non averne per nulla, e il boscaiolo se la cavò con un leggero mal di testa. Io, dal canto mio, avevo valicato il limite. Mia madre mi implorò di smetterla con la storia degli alberi, e mi fece promettere di non parlarne mai più. E io mantenni quella promessa. Fino ad oggi. Intanto quella notte lontana, chiusa nella mia stanza tra i singhiozzi, sentii per la prima volta gli alberi piangere. Il vento della notte trasportava con se un coro di voci, un triste e melodico lamento, una nenia ancestrale, che arrivò fin dentro al mio cuore, lacerandolo nel profondo. Gli alberi cantavano il loro addio agli amici perduti.
            Per anni non riuscii a capire quale fosse la differenza tra me e quelli che mi circondavano. Perché ero io l’unica a sentire i sussurri degli alberi portati nel soffio del vento? Fu il giorno in cui mia madre se ne andò, che infine conobbi la verità. Lei sembrava così gracile, lo sguardo segnato dalla vecchiaia. Distesa nel letto della piccola casa ai margini del bosco, aspettava il suo ultimo tramonto, e una sera, con un filo di voce, chiamò la sua fatina sognatrice. Quello era il nomignolo con cui mi aveva sempre chiamata, e quella sera lo sentii per l’ultima volta. Mi disse di sedermi accanto a lei, di ascoltare finalmente la verità su di me. Cominciò il suo racconto accarezzandomi i capelli e regalandomi uno dei suoi più bei sorrisi. Mi disse che avrebbe voluto dirmi tutto molto prima, ma non aveva mai trovato le parole giuste. Mi disse che ora che la sua ora era vicina, vedeva tutto più chiaramente, e riusciva a credere a cose che prima non riteneva possibili. Lei mi credeva, mi aveva sempre creduto. Sapeva che gli alberi sussurravano, e sapeva che io li potevo capire. Rimasi scioccata da quella confessione, le chiesi perché non avesse fatto nulla il giorno in cui tagliarono parte del bosco, perché non avesse aiutato gli alberi… e perché mi avesse chiesto di farla finita con quelle storie. Mi rispose, con una lacrima che le segnava il viso, che al tempo voleva solamente che io fossi come tutti gli altri, che non voleva io fossi un’esclusa, la pazza del villaggio. Voleva per me una vita normale. E quello le era parso l’unico modo possibile. Poi singhiozzando mi prese il volto tra le mani e mi chiese perdono. Disse che non avrebbe mai dovuto volere che io cambiassi per accomodarmi a ciò che la società riteneva il giusto e normale. Io ero speciale e se la gente non riusciva a vedere quanto bello era il mondo attraverso i miei occhi, voleva dire semplicemente che non ne era degna. Poi mi disse ancora una cosa, quella che cambiò tutto e mi fece capire. Mi raccontò di come, una notte, dalla piccola casa ai margini del bosco, sentì un sussurro arrivare col vento. Uscì, e seguendo quel brusio si inoltrò nel bosco, i passi rischiarati dalla luce della luna piena. I sussurri diventavano sempre più consistenti mano a mano che si addentrava nel bosco, fino a diventare un chiaro e distinto coro di voci. Seguì quelle voci fino alla sorgente. E lì, ai piedi del larice più alto del bosco, trovò qualcosa che le cambiò la vita per sempre. Illuminato da un raggio di luna, coperto di foglie e adagiato su un letto di erica ed erba, stava un piccolo fagottino. Quel fagottino aveva gorgogliato un risolino e sollevato le braccine verso di lei. Quel fagottino ero io. Mi allevò come fossi figlia sua, chiedendosi di tanto in tanto chi mi avesse abbandonata e rispondendosi talvolta con il pensiero che, forse, nessuno lo aveva fatto, che forse nel bosco ci ero nata.
            In fondo, io ero la sua fatina sognatrice
(Jenny Idili)

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Ringrazio Jenny per averci fatto dono di questo racconto ed aver fatto sognare anche noi…
Vale