Cosa ti racconta un albero?

sabato 27 giugno 2015

Vivere la natura

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Da quando ho aperto il mio blog sugli alberi, alcuni anni fa, ho ricevuto molte mail di sostegno principalmente da persone semplici che, come me, desideravano riscoprire un contatto diretto con la natura. Tra le ultime persone che mi hanno contattata c’è una ragazza la cui bellissima mail mi ha particolarmente colpito per freschezza e spirito di abnegazione, l’oggetto della mail era: anch’io abbraccio gli alberi!
Francesca è una giovane mamma di due bambine che ha deciso, dopo aver completato gli studi, di avviare un progetto che coinvolga i bambini e gli alberi.
“Perché ti ho scritto? me lo sto chiedendo... penso per sentirmi meno "sola" con questa mia passione e questo mio "sentire"; per poterne parlare con qualcuno che capisce e condivide, e può rimandarmi le sue "impressioni"”.
Esordisce così, Francesca, in una delle sue mail. Mi verrebbe da rispondere a lei ma a tutti quelli che mi scrivono frasi più o meno simili  il cui concetto è principalmente: sento anche io quello che provi tu e che descrivi nelle tue poesie, nei tuoi racconti, nelle tue riflessioni e condivisioni che no, non siamo soli e che il risveglio interiore dell’uomo verso la natura sta maturando il suo percorso e sta riprendendo a nascere dove era sepolto.
Sono moltissime le testimonianze di questo impercettibile cambiamento che riguarda anche i costumi e la società, l’economia e le mode. Una per tutti è l’enciclica verde “Laudato si'” di Papa Francesco che, sebbene non ci abbia sorpreso perché ribadisce dei concetti già espressi più volte, per esempio nell'«Omelia per l'inizio del ministero petrino» del 19 marzo 2013, ci ha nutrito e ha nutrito il popolo verde di nuova linfa. E’ la prima volta, infatti, che un papa si occupa di ecologia esprimendo timore per la distruzione della natura da parte dell’uomo.
In quell’omelia Papa Bergoglio sottolineava:
«La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l'intero Creato, la bellezza del Creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d'Assisi: è l'avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l'ambiente in cui viviamo». Più avanti: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo "custodi" della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell'altro, dell'ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!».
Francesca è un esempio di “custode” secondo me, una ragazza che con grande senso di responsabilità (nelle sue numerose mail mi descrive l’apprensione e il timore di riuscire nella sua impresa) ha deciso con consapevolezza e costanza di assumersi questo ruolo proprio con la porzione più importante del pianeta, quella costituita dai bambini, i quali più di tutti hanno subìto l’olocausto verde e ne subiranno purtroppo le conseguenze. Capiamo, a questo punto, quanto sia importante educare i bambini al rispetto e al rapporto con la natura. A loro abbiamo lasciato la grandissima responsabilità di correggere un andamento distruttivo che abbiamo innescato noi. E noi abbiamo il dovere morale di prepararli a questo compito consapevolmente e con amore.
“Non ricordo quand'è stata la prima volta che sono salita su un albero, ricordo la catalpa nel piccolo giardino di casa mia che è stato il mio "nido" da piccolina, prima che la tagliassero perché stava diventando gigante... quanto mi è dispiaciuto allora, per fortuna l'hanno sostituita con un bel ciliegio che allieta in primavera con i suoi fiori il cuore di mia mamma.  
Io ora abito con la mia famiglia (omissis), e vado in giro per le colline ad abbracciare gli alberi, perché mi fa un gran bene;  qui ci sono soprattutto roverelle,  ma gli alberi vecchi son pochi, perché ci scaldiamo con la legna. Ho sempre paura, da un giorno all'altro, di perdere qualche "amico". […]
Con il mio progetto incontrerò quest'anno poco meno di un centinaio di bambini, e tutti abbracceranno gli alberi; riuscirò a creare questa connessione? a lasciar loro un bel ricordo? a farli "innamorare" degli alberi? Adesso che ci penso mi sento una grossa responsabilità...”
Ho voluto riportare le sue parole per farvi comprendere quante persone ci siano che credono in quello che fanno, ragazzi e ragazze ormai uomini e donne, quelli della mia generazione, i “bamboccioni” (!) che si sono ritrovati in mano i pezzi di un mondo da riordinare andato in frantumi, che si stanno rimboccando le maniche e stanno cercando una via, nonostante l’assenza di certezze, l’insicurezza giornaliera e la tristezza del “sogno europeo” pieno di aspettative che è completamente svanito, paralizzato da un’ideologia economica che non ha saputo integrare in sé gli altri aspetti del vivere di cui l’uomo e le nazioni necessitano.
Ripartire dai bambini, dai nostri figli, educarli a spezzare un  processo irreversibile, fare di loro esseri coscienti del mondo in cui vivono è, oltre che una grande responsabilità, una forte necessità.
Lo scrive anche Papa Francesco nella sua enciclica:
"[...]L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi." 
(dalla LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, pag.12, XIII)
A Francesca ho consigliato alcuni libri, anche io ho pubblicato nel blog diversi suggerimenti di giochi e consigli, tuttavia anche io mi sento impreparata a gestire il mondo dei piccoli così pieno di domande e aspettative e ho bisogno di nuovi stimoli anche per il mio percorso di scrittrice (avevo iniziato proprio a scrivere poesie e racconti per bambini diversi anni fa, sempre sulle tematiche della natura).
 Ora ho trovato un libro, per caso tra le proposte da recensire in mail , un libro che spero mi arrivi il prima possibile perché ne abbiamo bisogno! Il libro è “Vivere la natura” di Joseph Bahrat Cornell pubblicato per Ananda Edizioni il maggio scorso.
Conosciuto in tutto il mondo da naturalisti ed educatori, Joseph Bharat Cornell da molti anni si dedica ad avvicinare bambini e adulti al loro contatto interiore attraverso la natura. Ha fondato il movimento Sharing Nature®, oggi diffuso in molti Paesi. Questo suo famosissimo libro, un classico utilizzato da educatori in tutto il mondo, è stato ampliato dall’autore in occasione del ventesimo anniversario della pubblicazione, con l’aggiunta di approfondimenti e di nuove attività nella natura. pubblicata per la prima volta in italiano questa raccolta è una vera miniera di giochi e attività per conoscere l’ambiente naturale, consigli pratici per organizzare escursioni naturalistiche e per raccontare la natura.
Cara Francesca, ti scriverò presto, intanto tu, io e molti altri possiamo cominciare e ri-cominciare a leggere e a tornare a giocare con Joseph Bahrat Cornell.
Le esperienze che viviamo nell’ambiente naturale, vicino o lontano, ci rendono vivi.
Provate a ricordare i momenti in cui vi siete trovati all’aperto a muovervi, agire e imparare usando al massimo i vostri sensi, immersi in un sentimento di gioia autentica. Forse si è trattato di rari episodi, anche se vi auguro che non sia così, ma chi ha avuto la fortuna di sperimentare momenti simili, sa che rimangono scolpiti nella memoria in modo indelebile.
Conservano in sé la vita stessa. E quando li ricordate, provate di nuovo quel profondo senso di meraviglia e di infinite possibilità.
E se esistesse un metodo per risvegliare anche negli altri questo senso di autenticità? Questa è la domanda che si pose l’educatore Joseph Cornell nel 1971. [dalla prefazione]

In attesa della mia recensione non dimenticate di andare a giocare fuori con i vostri figli!

mercoledì 20 maggio 2015

Il libro delle foreste scolpite

in viaggio tra gli alberi a duemila metri

 recensione a cura di Valentina Meloni

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“Ci dicono che viviamo in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, o quasi. Non penso sia vero. Ogni umano ha la possibilità di scoprire, di abitare il tempo che gli è concesso come se fosse il primo scalatore ad aprire le vie alla cima del K2…[…] Tutte le volte che un uomo o una donna incontrano un grande albero vetusto o attraversano una foresta scolpita è come se inventassero un continente che non c’era.”
Scrive così Tiziano Fratus nel suo Libro delle foreste scolpite uscito i primi di aprile per Laterza. Il continente che Tiziano ci accompagna a visitare è principalmente un mondo vivo fatto di alberi ma, questa volta, la foresta che ha allevato dentro di sé ha germinato un seme antico: quello di alberi ”spenti” come li chiama lui, creature che dopo secoli di vita rigogliosa e non sempre facile si sono messe a riposo. Come per il suo precedente libro L’Italia è un bosco, l’introduzione, che l’autore stesso ha scritto per questo nuovo cammino, è già un piccolo libro a sé: una scrittura intima, piena di significati, libera dai vincoli delle spiegazioni, quasi una confessione che carpisce la fiducia del lettore da subito.
Anche questa volta mi sono sentita come se Tiziano mi prendesse per mano e mi accompagnasse fisicamente a scalare quelle montagne, a osservare il paesaggio, scandagliando quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, là dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere, a lasciarmi andare al fascino non sempre decifrabile degli alberi. Non è cosa da poco riuscire a viaggiare insieme all’autore ed è importante soprattutto per chi come me è alle prese con un corpo limitato che non gli consente più grandi avventure: leggendo queste pagine, ancora una volta, mi sono resa conto quanto sia auspicabile che ci siano altri a raccontarti un mondo che non puoi vedere. Va detto che spesso non siamo neppure in grado di vederlo perché il proprio occhio interiore si apre con una combinazione del tutto personale e se per Tiziano “la terra non è soltanto un pezzo di paesaggio fuori della porta di casa” per molti la terra è ancora qualcosa di sconosciuto, da scoprire. La terra madre di Tiziano è una terra esule fatta di alberi e pagine, pagine in cui ha affondato i semi della scrittura, che si nutrono dalla radice amara di una terra più vera, concreta che continuamente rincorre camminando, fotografando, scrivendo e amando. Di questa terra fanno parte lariceti, pinete e cembrete dispersi fra quota 1900 e 2200 lungo l’arco alpino, ma anche le cortecce contorte e scolpite dei pini loricati che abitano le creste del Massiccio del Pollino, fra Calabria e Basilicata. E, infine, i pini longevi o Bristlecone Pines sulle Montagne Bianche in California, fra quota 3000 e 3900 metri, gli esemplari più antichi del pianeta (oltre 5000 anni). 
L’uomo radice, o l’uomo albero come lo vedo io, se ne va in giro tenendo in tasca qualche castagna matta e qualche seme, occasionalmente galbuli di cipresso o coni di sequoia e ci porta a far conoscere, nominandoli uno ad uno, i libri-albero scolpiti che popolano le migliori biblioteche del pianeta, solitarie e quasi irraggiungibili oltre i duemila metri. La prima tappa di questo cammino è nel Pollino, terra in cui il Dio del Tuono esercita la propria lingua [1] e il poema delle folgori si è impresso a fondo nella materia,[2] l’area più spettacolare è il Giardino degli Dei popolato da pinosàuri e alberi-elefante dalla memoria plurisecolare, attraverso il Parco Nazionale del Pollino incontriamo il Faggio delle Sette Sorelle partendo dal quale Tiziano ci accompagna a conoscere gli shaolin delle montagne mediterranee: i pini loricati.
Dopo una tappa al Bosco dei Serpenti, dove crescono faggi ad andamento ondulato molto suggestivi, il nostro poeta-camminatore ci presenta i più spettacolari esseri di legno cui la natura ha dato vita: La Sentinella, Riccardo Cuor di leone, Zi Peppu, la Mantide, il Maschio, il Bue, Adone e, con i suoi diciotto metri e mezzo di chioma, Giove, un vero Dio che merita l’appellativo del padre della folgore, poi ancora Scuola d’anatomia, esemplare squarciato longitudinalmente da un fulmine, il Direttore d’orchestra, Toro, Medusa, e ancora Stella Cadente, uno spento rovesciato che, puntellandosi sulla roccia, si affaccia su uno strapiombo a 2100 metri di altitudine. Il viaggio continua e si impreziosisce di altri incontri, di pini bambini costellati di pigne violacee, e di incontri fantastici nati dai compagni di viaggio di Tiziano: i libri. Alcuni  sono gli stessi che accompagnano anche noi, altri li scopriamo attraverso le sue suggestioni, ma tutti prendono vita e voce dalla contemplazione del paesaggio, dalle associazioni di idee che la natura suggerisce parlando all’autore.
Mi sono scoperta così vicina in alcune letture-guida che, durante questo viaggio, ho avuto più volte l’impressione di conoscere personalmente l’autore. Virginia Woolf in Orlando è un po’ il doppelgänger fantasioso di Fratus che si scopre nella dimensione di scrittore più intima e completa che si possa apprezzare, quella che riunisce nella sua interezza di pensiero il femminile e il maschile. Per Virginia il grande scrittore, colui o colei che è preso da vera ispirazione, deve possedere una mente androgina in cui questo accoppiamento possa verificarsi per creare una creatura letteraria: questo suo pensiero è particolarmente evidente in Orlando di cui l’autore cita un passo.[3] Altri incontri popolano questa terra buia ma spettacolare che è la scrittura, cito Janet Frame alla quale mi sento indissolubilmente legata e di cui Tiziano riporta un passo a me particolarmente caro,[4] cito Alda Merini di cui è stato detto tanto e forse pure troppo senza che si sia riusciti davvero a cogliere il messaggio della sua poetica, cito Andrea Emo che conosco grazie alle condivisioni di Tiziano, Buzzati e Roger Deakin, un amore comune, e scusate se non li posso nominare tutti, ma questo libro è impregnato di voci e di fantasmi, di figure e di ricordi che non possono trovare spazio altro che nella vostra personale lettura.
La scrittura che Fratus offre in questa ultima opera è più matura, vera, a tratti drammatica, sicuramente poetica e suggestiva, è un venire alla luce continuo in cui si alternano descrizioni e poesie, prose poetiche e dettagli naturalistici, suggestioni e ricordi, mi ricorda molto la scrittura del poeta giapponese Matsuo Bashō (citato dall’autore stesso) per l’alternanza di poesia e prosa, ma anche quella dello scrittore ambientalista Deakin ricca di suggestioni artistiche e emotive. Nel libro delle foreste scolpite Fratus si arrende occasionalmente alla cicuta, perché qualsiasi mutamento, qualsiasi metamorfosi, affonda le sue radici negli inferi, parafrasando la citazione di Emo, e questo veleno viene fuori dalla nudità, dal mostrare il legno vivo sotto la scorza, dalla nostalgia degli affetti [5], dal non lasciare che sia la perfezione a dominare la scrittura, ma entrambe le facce dell’esistenza con le sue imperfezioni, fallimenti, cadute e risalite faticose. Il filo conduttore che unisce tutte le tappe di questo viaggio (di cui alla fine non vi dirò nulla) è la solitudine, una compagna non solo desiderabile -come scrive Fratus- ma anche necessaria, uno stato di grazia attraverso cui si aprono varchi, si fa silenzio, ci si prepara all’ascolto, ma una compagna a tratti terribile che può ferire, può innescare forme di dipendenza schiacciante come quella che ha colpito gli affetti più vicini dello scrittore e alcune delle voci femminili presenti in questa narrazione. [6]
Mi sorprendo a pensare a quante parole-ghianda mi portino così lontano nel viaggio attraverso i vari continenti alla ricerca di alberi, di radici che danzano sopra la pietra[7] e quante mi portino così vicino alle vicende e alle fratture che si scoprono in questa lettura. E’ una solitudine- quella narrata da Fratus-, una lontananza, che unisce i vari alberi del globo in un’unica grande famiglia e che avvicina anche le radici dell’esistenza di anime-umane. “Visitando questi luoghi mi sono sospeso dalla vita sociale, anche quando non ero da solo, la rarefazione degli spazi e delle parole mi ha accompagnato per mano in un punto dove la realtà s’è sposata alla fantasia. […] Qui è germinata l’idea degli alberi -elefante e delle foreste scultura, ovvero di quegli alberi che sedimentano nell’accumulo di anelli la memoria dei secoli e dei millenni.”[8]
Tiziano Fratus è un cercatore  con radici che affondano nella terra, uno che si lascia andare alla fantasia e al gioco, che parla con gli alberi e gli scoiattoli e vorrebbe dar loro un passaggio come fa con uno dei suoi gatti, Stromboli, che si fa portare in giro in auto, da lui  e da chiunque capiti nei paraggi [9](ho già scritto di gatti e poesia a proposito di Fratus  qui). La sua non è certo un’avventura alla “Into the Wild”, non lo contraddistingue lo spirito avventuroso- e forse sprovveduto- di Christopher McCandless che parte con un sacchetto di riso sulle spalle e un paio di stivali ricevuti in dono alla volta dell’Alaska. La sua selvaticità è quella di un albero-elefante che sfida il tuono con i piedi ben piantati nella roccia. Mi piace quando scrive “non mi sento custode d’una filosofia avventurosa, appartengo alla seconda modalità” [10] la modalità dei viaggiatori- albero,  quelli che per viaggiare hanno bisogno che arrivi l’autunno e gli porti via le foglie, quelli che hanno bisogno di pianificare e partono se sanno di potersela cavare! Egli cade, inciampa, sbaglia, perde il suo taccuino prezioso con dentro molto lavoro, non arriva alla meta e capita che non riesca a trovare il suo albero neppure con le indicazioni o che non riesca a seguire un sentiero nei tempi prefissati dalle guide, le quali sembrano scritte più per super-eroi che per umani che intendano godersi il paesaggio. Finalmente uno scrittore e un cercatore che non appartiene a stereotipi fantasiosi, un essere realistico, vero e umano che attraverso le sue vicende ci guida alla scoperta degli alberi delle foreste scolpite ma anche attraverso la nostra interiore ricerca che si fa concreta solo grazie alla vicenda umana.

Castiglione del Lago, 14/05/2015
Note

[1] pag. 17
[2] pag.18
[3] pag.14
[4] pag.97
[5] pag.48
[6] pag.XIX
[7] pag.40
[8] pag.39
[9] pag.131
[10] pag.113

lunedì 26 gennaio 2015

Arbres, letture scelte di Jacques Prévert


Titolo Alberi. (Testo francese a fronte)
Autore Prévert Jacques  

 

Stampato per la prima volta nel 1968 Alberi è una raccolta che possiede ancora(ma forse anche di più), se mai l’avesse persa, la pienezza di senso, di attualità, di pregnanza politica che aveva al tempo della sua composizione. Di sicuro è uno dei miei libri preferiti, l'ho regalato a persone care e l'ho messo in palio per dei concorsi, fatto girare nel bookcrossing. E' un libro di poesia si certo ma oltre ad essere un capolavoro è un manifesto ecologista e quasi una dichiarazione d'amore per gli alberi...

Descrizione
La questione ecologica oggi ha varcato i confini della coscienza individuale per ricoprire un ruolo da protagonista nell'agenda politica mondiale e sulle prime pagine dei giornali. Ma molto prima che diventasse una priorità condivisa e innescasse un dibattito ideologico, è giunto il fiuto, l'istinto del poeta. Grazie a un lessico e a un'iconografia di incredibile attualità, Jacques Prévert conia veri e propri slogan da stampare sui manifesti o da gridare nelle piazze; così incisivi e potenti che, come scrive Edoardo Albinati nella sua introduzione, non crederci sarebbe quasi "segno di malafede, di cattiva coscienza".

Dice Albinati, nella sua bella introduzione al volume, che Prévert è stato capace di anticipare il pensiero ecologista moderno, ricollegandosi ai temi già trattati dai poeti romantici, ma sconosciuti ai più, e dargli una forma accessibile a tutti coniando “…l’intero vocabolario e l’iconografia (l’imagery) che ci accompagna e ci accompagnerà per un bel pezzo ancora”. E in effetti, come dargli torto leggendo versi come questi:

Gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino
Quando un piccolo
d’uomo e di donna
a un albero rivolge la parola
l’albero gli risponde
il piccolo capisce

In seguito
il bambino parla arboricoltura
con i maestri e i genitori
Più non intende la voce degli alberi
non sente più
la loro canzone al vento

Eppure
talvolta una fanciulla
lancia un grido disperato
In un giardino
di cemento armato
di erba vizza
e di lurida terra.
….

Non ricorda a tutti e a ciascuno qualcosa? Una storia attuale che abbiamo vissuto? Una sensazione provata? Una emozione dolente? Per alberi scomparsi improvvisamente dal nostro orizzonte quotidiano per fare posto ad un marciapiede o a una pista ciclabile, ad un nuovo edificio, a un vuoto angosciante e silenzioso…

I giorni degli alberi
presero a peggiorare
gli uomini disprezzavano gli alberi
gli uomini disprezzavano le donne
bisognava sentirli
tutto il santo giorno
Inutili come un fiore
stupidi come l’amore
insipidi come la libertà.

Quando nel loro campo visivo
un albero spuntava ancora
vedevano verde
verde di rabbia del rimpianto

(da La Speranza Verde)

Ma Prévert non si limita alla denuncia, a sollecitare emozione, al lancio di uno slogan indica la strada dell’azione, simile a quella già tracciata da Jean Giono, ma più “cittadina”, più vicina al suo essere “umanissimo commediante urbano”, precorritrice e ispiratrice dei “guerrilla gardeners” di oggi:
 
Quello che pianterà
un albero segreto
in Rue Pillet-Will
non vedrà il suo nome inciso
su nessuna facciata
ma i passanti senza saperlo
gli saranno assai riconoscenti
ascoltando in questa strada accattona
stretta e vedova di tutto
un’arietta musicale
verde insolita
salutare.


un classico della sua poesia con le immagini degli alberi ...non conosco abbinamento più bello!

lunedì 12 gennaio 2015

Foresta



Finalmente vi presento Foresta: il nuovo romanzo di Maurizio Corrado, eclettico architetto, saggista e scrittore, che ha lavorato con le principali riviste di architettura e design e come giornalista televisivo per Canale 5 e SKY,  che lo scorso anno ormai, mi ha parlato del suo nuovo romanzo e mi ha invitato a far parte della giuria letteraria di Forest Graal, il torneo nella foresta di Paesaggio, immagine, design, gastronomia, letteratura, in un confronto che avrà come vetrina premio l’ Expo 2015 a Milano, ma di questo vi ho già parlato e vi ricordo che il termine ultimo per la scadenza del torneo  è il prossimo 15 gennaio. Siete ancora in tempo per far partecipare le vostre idee.


Qui potete leggere la mia recensione completa.
Buon torneo e buona lettura!

Valentina